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  • Holding di partecipazione: vantaggio fiscale reale o falso mito? Guida aggiornata 2026

    La holding conviene davvero? Scopri come funziona la tassazione delle holding di partecipazione, quando offre vantaggi fiscali e perché non rappresenta uno strumento per eliminare le imposte.

    Holding di partecipazione: vantaggio fiscale reale o falso mito? Guida aggiornata 2026

    Revisione editoriale: 12 ottobre 2026. Il trattamento dei dividendi illustrato riguarda una holding società di capitali residente soggetta a IRES, nel regime ordinario applicabile. Non coincide con la tassazione complessiva del gruppo e non si estende automaticamente a una holding costituita come società semplice.

    Negli ultimi anni le holding di partecipazione sono diventate uno degli strumenti più discussi in materia di pianificazione fiscale.

    Spesso vengono presentate come la soluzione ideale per pagare meno tasse, ma la realtà è molto diversa.

    Una holding non elimina la tassazione, né rappresenta una scorciatoia per ridurre automaticamente il carico fiscale.

    Il suo vero vantaggio consiste nel differire la tassazione definitiva, permettendo agli utili di rimanere all’interno dell’attività d’impresa e di essere reinvestiti in nuovi progetti, investimenti o acquisizioni.

    Comprendere come funziona una holding è fondamentale per evitare aspettative irrealistiche e costruire una struttura societaria realmente efficiente.


    Cos’è una holding di partecipazione

    Una holding è una società il cui principale scopo consiste nel detenere partecipazioni in altre società.

    Può controllare una o più imprese operative e gestire:

    • partecipazioni societarie;
    • investimenti finanziari;
    • patrimonio immobiliare;
    • governance del gruppo;
    • pianificazione degli investimenti.

    La holding può essere utilizzata sia da piccoli imprenditori sia da gruppi societari più complessi.


    Perché molte imprese scelgono una holding

    La costituzione di una holding non nasce esclusivamente per motivi fiscali.

    Può offrire numerosi vantaggi anche sotto il profilo:

    • organizzativo;
    • patrimoniale;
    • finanziario;
    • successorio;
    • gestionale.

    Dal punto di vista fiscale, tuttavia, il beneficio più rilevante riguarda il trattamento dei dividendi percepiti dalla holding.


    Come vengono tassati i dividendi percepiti dalla holding

    L’articolo 89, comma 2, del TUIR disciplina l’esclusione del 95% degli utili distribuiti dalle società ed enti indicati dalla norma. Nel caso ordinario qui descritto di dividendi ricevuti da una holding società di capitali residente soggetta a IRES, e fatti salvi regimi e fattispecie particolari, il calcolo è il seguente.

    In linea generale:

    • il 95% dei dividendi percepiti è escluso da tassazione;
    • solo il 5% concorre alla formazione del reddito imponibile IRES.

    Considerando l’aliquota IRES del 24%, il carico fiscale effettivo sui dividendi percepiti dalla holding è pari a circa:

    1,2% = 5% × 24%

    L’aliquota IRES ordinaria del 24% è prevista dall’articolo 77 del TUIR. L’1,2% è il risultato del calcolo sul dividendo ricevuto nell’ipotesi descritta, non l’aliquota su tutti i redditi della holding. Restano distinte le imposte già sostenute dalla società operativa, l’eventuale distribuzione al socio e gli altri oneri applicabili.

    Si tratta di un’imposizione estremamente contenuta.


    Il vero vantaggio della holding

    Molti pensano che questo significhi pagare solo l’1,2% di tasse.

    In realtà non è così.

    Il vantaggio fiscale esiste solo se gli utili restano all’interno della holding.

    Finché il denaro rimane nella società, può essere utilizzato per:

    • acquisire nuove aziende;
    • effettuare investimenti immobiliari;
    • investire in strumenti finanziari;
    • finanziare nuove attività;
    • sostenere la crescita del gruppo.

    In questa fase la tassazione rimane estremamente contenuta.


    Cosa succede quando gli utili arrivano al socio persona fisica

    La situazione cambia quando la holding distribuisce gli utili ai soci persone fisiche.

    In questo momento si applica la tassazione ordinaria prevista per i dividendi.

    Nel caso ordinario di utili corrisposti a una persona fisica residente che detiene la partecipazione fuori dall’attività d’impresa, l’articolo 27 del DPR 600/1973 prevede una ritenuta a titolo d’imposta del:

    26%

    Di conseguenza il vantaggio fiscale ottenuto nel primo passaggio viene sostanzialmente recuperato al momento della distribuzione finale.


    Esempio pratico senza holding

    I seguenti esempi considerano dividendi già distribuibili dopo le imposte della società operativa, una holding SRL residente in regime IRES ordinario e un socio persona fisica residente che detiene la partecipazione fuori dall’impresa. Non rappresentano il carico fiscale complessivo del gruppo.

    Immaginiamo una SRL che distribuisce:

    100.000 euro di dividendi

    direttamente al socio persona fisica.

    La tassazione sarà pari al:

    • 26% sui dividendi distribuiti.

    Il socio riceverà il dividendo al netto della relativa imposta.


    Esempio pratico con holding

    Supponiamo invece che:

    • la SRL distribuisca 100.000 euro alla holding;
    • la holding sia interamente partecipata da una persona fisica.

    Nel primo passaggio la holding pagherà un’imposta molto ridotta grazie all’esenzione del 95% dei dividendi.

    Successivamente, quando la holding distribuirà gli utili al socio persona fisica, si applicherà la tassazione ordinaria del 26%.

    Se l’intero utile viene immediatamente distribuito, il vantaggio fiscale iniziale viene sostanzialmente annullato.


    Il vantaggio nasce dal reinvestimento

    La vera forza della holding non consiste nella distribuzione dei dividendi.

    Consiste nella possibilità di trattenere gli utili all’interno della società.

    In questo modo le risorse possono essere reinvestite senza subire immediatamente la tassazione piena prevista per il socio persona fisica.

    È proprio questo differimento della tassazione a rappresentare il principale beneficio.


    Quando la holding conviene davvero

    Una holding può risultare particolarmente efficace quando l’imprenditore intende:

    • reinvestire gli utili;
    • acquistare nuove aziende;
    • creare un gruppo societario;
    • effettuare investimenti immobiliari;
    • finanziare nuove attività;
    • pianificare la crescita nel lungo periodo;
    • gestire il passaggio generazionale;
    • proteggere il patrimonio.

    In questi casi il differimento della tassazione può tradursi in una maggiore capacità di investimento.


    Ai costi iniziali vanno aggiunti contabilità, bilancio, dichiarazioni e adempimenti della struttura. Il servizio di contabilità e assistenza fiscale aiuta a presidiare la gestione ricorrente della holding e a disporre dei dati necessari per valutarne la sostenibilità.

    Quando invece può non convenire

    La holding potrebbe risultare poco conveniente se l’obiettivo è distribuire sistematicamente tutti gli utili ai soci persone fisiche.

    In tale situazione:

    • il beneficio fiscale viene meno;
    • si aggiungono costi amministrativi;
    • aumentano gli adempimenti societari;
    • la struttura diventa più complessa.

    Per questo motivo la holding non rappresenta una soluzione universale.


    La holding non serve per “non pagare le tasse”

    Uno degli errori più frequenti consiste nel ritenere che una holding consenta di eliminare la tassazione.

    Non è così.

    La holding:

    • non azzera le imposte;
    • non elimina la tassazione dei dividendi;
    • non rappresenta uno strumento elusivo.

    Piuttosto, consente di pianificare il momento in cui la tassazione definitiva si realizza, favorendo il reinvestimento degli utili nell’attività imprenditoriale.


    Pianificazione fiscale

    Per valutare la convenienza della holding occorre simulare utili trattenuti, distribuzioni al socio, investimenti e costi. Il Metodo BPlanning collega questi dati in un piano lecito e documentato, senza partire da un risparmio fiscale dato per certo.

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    Ogni struttura deve essere progettata su misura

    La scelta di costituire una holding richiede una valutazione approfondita.

    Occorre analizzare diversi aspetti, tra cui:

    • struttura del gruppo;
    • obiettivi dell’imprenditore;
    • flussi di dividendi;
    • investimenti programmati;
    • patrimonio personale;
    • esigenze di protezione patrimoniale;
    • pianificazione fiscale;
    • costi di gestione.

    Una holding efficace nasce sempre da una progettazione personalizzata.


    BPlanning: consulenza per holding e pianificazione fiscale

    BPlanning affianca imprenditori, soci e gruppi societari nella progettazione di strutture societarie efficienti e sostenibili.

    I nostri professionisti offrono consulenza su:

    • costituzione di holding;
    • pianificazione fiscale;
    • protezione patrimoniale;
    • riorganizzazioni societarie;
    • passaggi generazionali;
    • acquisizioni societarie;
    • gestione dei dividendi;
    • sviluppo di gruppi d’impresa.

    L’obiettivo non è ridurre le imposte in modo artificioso, ma costruire una struttura coerente con le esigenze imprenditoriali e conforme alla normativa vigente.


    Conclusioni

    La holding di partecipazione non è un sistema per evitare le tasse, ma uno strumento di pianificazione fiscale e patrimoniale.

    Il suo principale vantaggio consiste nel consentire agli utili di rimanere nel circuito dell’impresa, favorendo nuovi investimenti e rinviando la tassazione definitiva fino all’eventuale distribuzione ai soci.

    Per questo motivo la convenienza di una holding non può essere valutata in modo generico, ma deve essere analizzata caso per caso, considerando gli obiettivi dell’imprenditore e la strategia di crescita dell’azienda.


    Vuoi capire se una holding è la soluzione giusta per la tua impresa?

    Il team di BPlanning può analizzare la tua situazione societaria e fiscale, valutare la convenienza della costituzione di una holding e progettare una struttura efficiente per la gestione degli utili, degli investimenti e della crescita del tuo patrimonio imprenditoriale.

    Per approfondire la struttura e la gestione di una holding di partecipazioni, scopri i servizi BPlanning di costituzione e gestione della holding.

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    Per coordinare la scelta societaria, la fiscalità, la governance e gli investimenti, il Team Integrato BPlanning collega le competenze legali e fiscali in un unico percorso di assistenza.

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    Domande frequenti

    Una holding paga davvero solo l’1,2% di imposte?

    No. Nel caso ordinario descritto di dividendi ricevuti da una holding società di capitali residente soggetta a IRES, il 95% è escluso dal reddito imponibile e il restante 5% è soggetto all’IRES ordinaria del 24%: il calcolo dà l’1,2% del dividendo. Non comprende le imposte della società operativa, quelle dell’eventuale distribuzione al socio né gli altri oneri applicabili.

    Che cosa succede quando la holding distribuisce gli utili al socio persona fisica?

    La distribuzione al socio è un passaggio fiscale distinto dalla ricezione dei dividendi da parte della holding. Per una persona fisica residente che detiene la partecipazione fuori dall’attività d’impresa, il regime ordinario prevede una ritenuta a titolo d’imposta del 26%. Il differimento ottenuto trattenendo gli utili in società non equivale quindi a un’esenzione definitiva per il socio.

    Una holding SRL e una società semplice hanno lo stesso trattamento fiscale?

    No. Il trattamento illustrato per una holding società di capitali soggetta a IRES non si applica automaticamente a una società semplice. La forma societaria, l’attività effettiva e la posizione dei soci incidono sull’inquadramento fiscale e sugli adempimenti. La scelta deve essere valutata insieme alle finalità patrimoniali, alla governance e ai flussi che la struttura dovrà gestire.

    Perché reinvestire gli utili può rendere utile una holding?

    Trattenere gli utili nella holding permette di destinarli a investimenti, acquisizioni o sviluppo del gruppo senza distribuirli immediatamente alla persona fisica. Il beneficio riguarda la gestione dei flussi e il momento della tassazione del socio, non l’azzeramento delle imposte. La convenienza dipende dal programma di investimento, dagli altri redditi prodotti e dai costi effettivi della struttura.

    Quando una holding può non essere conveniente?

    Se gli utili vengono distribuiti subito e sistematicamente al socio persona fisica, il vantaggio del differimento può risultare limitato, mentre restano i costi di costituzione, gestione contabile e adempimenti societari. Occorre confrontare gli scenari con e senza holding, considerando anche governance, passaggio generazionale e necessità di investimento, senza basarsi soltanto sull’aliquota calcolata sui dividendi ricevuti.

  • TFM Amministratore: deduzione possibile dopo dimissioni e nuova nomina

    TFM amministratore deducibile: scopri quando gli accantonamenti al trattamento di fine mandato possono essere dedotti per competenza dopo dimissioni e nuova nomina.

    TFM Amministratore: deduzione possibile dopo dimissioni e nuova nomina

    Il trattamento di fine mandato, noto come TFM, rappresenta uno strumento molto utilizzato nelle società per riconoscere all’amministratore un’indennità alla cessazione dell’incarico.

    Dal punto di vista fiscale, però, la deducibilità degli accantonamenti richiede il rispetto di regole precise.

    La C.G.T. di primo grado di Verona, con la sentenza n. 421/1/25 del 7 novembre 2025, ha chiarito un principio importante:

    il TFM può essere dedotto per competenza anche quando l’amministratore si dimette e viene successivamente rinominato, purché il diritto all’indennità sia deliberato prima dell’accettazione del nuovo incarico.


    Cos’è il TFM

    Il TFM è l’indennità che la società può riconoscere all’amministratore al termine del mandato.

    Funziona in modo simile al TFR dei dipendenti, ma riguarda il rapporto di amministrazione.

    La società può accantonare annualmente una quota del trattamento, con effetti fiscali differenti a seconda del momento in cui il diritto viene attribuito.


    Quando il TFM è deducibile per competenza

    Gli accantonamenti al TFM sono deducibili annualmente per competenza solo se il diritto dell’amministratore risulta da:

    • atto scritto;
    • data certa;
    • atto anteriore all’inizio del rapporto;
    • indicazione dell’importo o dei criteri di calcolo.

    Questo significa che il TFM deve essere previsto prima che l’amministratore accetti l’incarico.


    Perché l’anteriorità è fondamentale

    Il requisito dell’anteriorità serve a evitare che la società attribuisca successivamente un’indennità a un amministratore già in carica, deducendo accantonamenti riferiti a un rapporto già iniziato.

    Se il TFM viene deliberato durante il mandato, manca il requisito temporale richiesto.

    In questo caso:

    • gli accantonamenti non sono deducibili annualmente;
    • il costo potrà essere dedotto solo al momento dell’effettivo pagamento.

    La differenza riguarda quindi il momento in cui la società può ottenere il beneficio fiscale.


    Il problema degli amministratori già in carica

    Molte società si trovano in questa situazione:

    • amministratore già nominato;
    • nessuna previsione iniziale del TFM;
    • volontà successiva di introdurre il trattamento di fine mandato.

    In questi casi una semplice delibera adottata durante il rapporto non basta per ottenere la deduzione per competenza.

    Occorre costruire correttamente una nuova sequenza giuridica.


    Dimissioni e nuova nomina: quando funziona

    Secondo la C.G.T. di Verona, è possibile interrompere il rapporto esistente mediante dimissioni e procedere successivamente a una nuova nomina dello stesso amministratore.

    La sequenza deve essere precisa:

    1. dimissioni formali dell’amministratore;
    2. cessazione del precedente incarico;
    3. assemblea con nuova nomina;
    4. delibera del diritto al TFM;
    5. accettazione successiva del nuovo incarico.

    Solo in questo modo il TFM risulta deliberato prima dell’inizio del nuovo rapporto.


    L’accettazione deve arrivare dopo la delibera

    Vuoi verificare gli effetti fiscali del TFM?

    Valuta tempi, requisiti, congruità degli accantonamenti e impatto sulla fiscalità della società prima di procedere.

    Scopri la pianificazione fiscale BPlanning

    Il punto centrale è l’accettazione del nuovo incarico.

    Il nuovo rapporto di amministrazione si perfeziona con l’accettazione della carica.

    Per questo motivo, se il TFM viene deliberato prima dell’accettazione, il requisito dell’anteriorità può considerarsi rispettato.

    Se invece nomina, accettazione e attribuzione del TFM avvengono nello stesso momento, il rischio di contestazione aumenta.


    Esempio pratico

    Una SRL ha un amministratore in carica senza previsione di TFM.

    L’amministratore rassegna le dimissioni.

    Successivamente i soci convocano l’assemblea, deliberano la nuova nomina dello stesso soggetto e stabiliscono il diritto al trattamento di fine mandato.

    L’amministratore accetta il nuovo incarico solo dopo la chiusura dell’assemblea.

    In questo caso la delibera del TFM precede l’inizio del nuovo rapporto e gli accantonamenti possono essere dedotti per competenza, se sono rispettati anche gli altri requisiti.


    Quando l’operazione è rischiosa

    L’operazione può essere contestata quando appare meramente formale.

    Ad esempio quando:

    • dimissioni e rinomina sono contestuali;
    • l’accettazione avviene prima della delibera del TFM;
    • non è chiara la cessazione del precedente rapporto;
    • manca una reale discontinuità tra i mandati;
    • il verbale non documenta correttamente la sequenza degli atti.

    In questi casi l’Agenzia delle Entrate potrebbe negare la deduzione per competenza.


    Il nuovo mandato deve essere effettivo

    La nuova nomina dello stesso amministratore non è vietata.

    Tuttavia deve trattarsi di un nuovo incarico reale e documentato.

    La società deve poter dimostrare:

    • effettiva cessazione del precedente mandato;
    • nuova deliberazione assembleare;
    • attribuzione preventiva del TFM;
    • successiva accettazione della carica.

    La sostanza dell’operazione conta quanto la forma.


    Attenzione alla congruità del TFM

    Anche quando la sequenza temporale è corretta, l’Amministrazione finanziaria può verificare la congruità dell’indennità.

    Il TFM deve essere coerente con:

    • funzioni svolte dall’amministratore;
    • durata dell’incarico;
    • compensi ordinari;
    • dimensioni della società;
    • situazione economica aziendale;
    • fatturato.

    Un accantonamento sproporzionato può essere contestato.


    Quali documenti conservare

    Per ridurre il rischio fiscale è opportuno conservare:

    • lettera di dimissioni dell’amministratore;
    • verbale assembleare con data certa;
    • delibera di nuova nomina;
    • delibera di attribuzione del TFM;
    • accettazione successiva dell’incarico;
    • criteri di calcolo dell’indennità;
    • documentazione sulla congruità del trattamento.

    Una corretta documentazione è essenziale in caso di controllo.


    TFM deliberato durante il mandato: cosa succede

    Se il TFM viene attribuito quando l’amministratore è già in carica, senza una preventiva previsione antecedente al rapporto, gli accantonamenti non sono deducibili per competenza.

    La società potrà dedurre il costo solo al momento del pagamento effettivo dell’indennità.

    Questo può incidere in modo significativo sulla pianificazione fiscale dell’impresa.


    BPlanning: consulenza fiscale su TFM, amministratori e SRL

    BPlanning supporta società, imprenditori e amministratori nella gestione di:

    • trattamento di fine mandato;
    • compensi amministratori;
    • fiscalità delle SRL;
    • verbali assembleari;
    • pianificazione fiscale;
    • deducibilità dei costi;
    • gestione societaria;
    • operazioni con amministratori e soci.

    Il nostro team di commercialisti, avvocati e consulenti analizza ogni situazione per strutturare correttamente gli atti societari e ridurre il rischio di contestazioni fiscali.


    Conclusioni

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    Il Team Integrato riunisce commercialista e area legale per leggere insieme atti societari e conseguenze fiscali.

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    Il TFM può essere uno strumento fiscalmente utile, ma deve essere impostato correttamente fin dall’inizio del rapporto.

    Quando l’amministratore è già in carica, le dimissioni seguite da nuova nomina possono consentire la deduzione per competenza, ma solo se la sequenza degli atti è rigorosa.

    Il diritto all’indennità deve essere deliberato prima dell’accettazione del nuovo incarico e l’importo deve risultare congruo rispetto alla realtà aziendale.

    Una pianificazione preventiva evita errori formali e consente di utilizzare correttamente il TFM nel rispetto della normativa fiscale.


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    Il team di BPlanning può aiutarti a verificare la corretta sequenza degli atti, predisporre la documentazione societaria e valutare la deducibilità fiscale degli accantonamenti al trattamento di fine mandato.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale problema sul TFM affronta la guida?

    Il trattamento di fine mandato, noto come TFM, rappresenta uno strumento molto utilizzato nelle società per riconoscere all’amministratore un’indennità alla cessazione dell’incarico.

    Dal punto di vista fiscale, però, la deducibilità degli accantonamenti richiede il rispetto di regole precise.

    La C.G.T. di primo grado di Verona, con la sentenza n. 421/1/25 del 7 novembre 2025, ha chiarito un principio importante:

    il TFM può essere dedotto per competenza anche quando l’amministratore si dimette e viene successivamente rinominato, purché il diritto all’indennità sia deliberato prima dell’accettazione del nuovo incarico.

    Che cos’è il trattamento di fine mandato?

    Il TFM è l’indennità che la società può riconoscere all’amministratore al termine del mandato.

    Funziona in modo simile al TFR dei dipendenti, ma riguarda il rapporto di amministrazione.

    La società può accantonare annualmente una quota del trattamento, con effetti fiscali differenti a seconda del momento in cui il diritto viene attribuito.

    Quando il TFM può essere dedotto per competenza?

    Gli accantonamenti al TFM sono deducibili annualmente per competenza solo se il diritto dell’amministratore risulta da:

    • atto scritto;
    • data certa;
    • atto anteriore all’inizio del rapporto;
    • indicazione dell’importo o dei criteri di calcolo.

    Questo significa che il TFM deve essere previsto prima che l’amministratore accetti l’incarico.

    Perché conta l’anteriorità dell’atto che riconosce il TFM?

    Il requisito dell’anteriorità serve a evitare che la società attribuisca successivamente un’indennità a un amministratore già in carica, deducendo accantonamenti riferiti a un rapporto già iniziato.

    Se il TFM viene deliberato durante il mandato, manca il requisito temporale richiesto.

    In questo caso:

    • gli accantonamenti non sono deducibili annualmente;
    • il costo potrà essere dedotto solo al momento dell’effettivo pagamento.

    La differenza riguarda quindi il momento in cui la società può ottenere il beneficio fiscale.

    Quale problema si pone per un amministratore già in carica?

    Molte società si trovano in questa situazione:

    • amministratore già nominato;
    • nessuna previsione iniziale del TFM;
    • volontà successiva di introdurre il trattamento di fine mandato.

    In questi casi una semplice delibera adottata durante il rapporto non basta per ottenere la deduzione per competenza.

    Occorre costruire correttamente una nuova sequenza giuridica.

  • Codice della Crisi: focus su sovraindebitamento, esdebitazione e seconda opportunità

    Codice della Crisi: l’Agenzia delle Entrate apre la consultazione sulla Parte II della circolare dedicata a sovraindebitamento, ristrutturazione del consumatore, concordato minore, liquidazione controllata ed esdebitazione.

    Codice della Crisi: nuova consultazione su sovraindebitamento ed esdebitazione

    L’Agenzia delle Entrate ha avviato la consultazione pubblica sulla Parte II della bozza di circolare dedicata al Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza.

    Il documento riguarda alcuni degli istituti più importanti per i soggetti che non possono accedere alle procedure concorsuali ordinarie, come consumatori, professionisti, imprese minori, imprenditori agricoli e debitori non assoggettabili a liquidazione giudiziale.

    La consultazione resterà aperta fino al:

    24 luglio 2026

    Entro tale data sarà possibile inviare osservazioni, proposte di modifica o integrazioni.


    Cosa riguarda la Parte II della circolare

    La bozza si concentra principalmente su:

    • sovraindebitamento;
    • ristrutturazione dei debiti del consumatore;
    • procedure familiari;
    • concordato minore;
    • liquidazione controllata;
    • esdebitazione;
    • esdebitazione del debitore incapiente.

    Si tratta di strumenti pensati per consentire al debitore in difficoltà di affrontare una situazione di crisi in modo ordinato e, quando possibile, ottenere una ripartenza economica.


    Cos’è il sovraindebitamento

    Il sovraindebitamento riguarda quei soggetti che non riescono più a far fronte regolarmente ai propri debiti e che non sono assoggettabili alla liquidazione giudiziale.

    Possono rientrare in questa categoria:

    • consumatori;
    • professionisti;
    • imprenditori minori;
    • imprenditori agricoli;
    • start-up innovative;
    • debitori non fallibili;
    • soggetti esclusi dalle procedure concorsuali ordinarie.

    L’obiettivo è offrire strumenti giuridici per gestire la crisi e trovare una soluzione sostenibile.


    Il ruolo dell’OCC

    Un ruolo centrale è svolto dall’Organismo di Composizione della Crisi, noto come OCC.

    L’OCC assiste il debitore nella predisposizione della domanda e nella ricostruzione della situazione economica, patrimoniale e reddituale.

    In particolare, supporta nella verifica di:

    • debiti esistenti;
    • creditori coinvolti;
    • cause dell’indebitamento;
    • patrimonio disponibile;
    • redditi del debitore;
    • sostenibilità della proposta.

    La relazione dell’OCC assume un peso decisivo nella valutazione del tribunale.


    Ristrutturazione dei debiti del consumatore

    La ristrutturazione dei debiti del consumatore è uno degli strumenti più importanti previsti dal Codice della Crisi.

    È riservata alla persona fisica che ha contratto debiti per finalità estranee alla propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale.

    La proposta può prevedere:

    • pagamento parziale dei debiti;
    • pagamento differenziato dei creditori;
    • tempi sostenibili di rientro;
    • riorganizzazione complessiva dell’esposizione debitoria.

    Una caratteristica fondamentale è che non è previsto il voto dei creditori.

    L’omologazione dipende dal controllo del tribunale.


    Procedure familiari

    Il Codice della Crisi disciplina anche le procedure familiari.

    I membri della stessa famiglia possono presentare una domanda unitaria quando:

    • sono conviventi;
    • oppure il sovraindebitamento ha origine comune.

    Questa soluzione consente di evitare la duplicazione dei procedimenti.

    Tuttavia i patrimoni restano separati.

    Non si crea quindi confusione tra i debiti e i beni dei diversi componenti della famiglia.


    Concordato minore

    Il concordato minore è destinato ai debitori sovraindebitati diversi dal consumatore.

    Può riguardare, ad esempio:

    • professionisti;
    • imprenditori minori;
    • imprenditori agricoli;
    • piccoli operatori economici.

    Lo strumento consente di proporre ai creditori una soluzione alternativa alla liquidazione, con l’obiettivo di regolare il debito e, quando possibile, proseguire l’attività.


    Liquidazione controllata

    La liquidazione controllata è una procedura che consente di liquidare il patrimonio del debitore sovraindebitato sotto il controllo dell’autorità giudiziaria.

    La procedura riguarda:

    • apertura della liquidazione;
    • formazione del passivo;
    • gestione del patrimonio;
    • intervento del liquidatore;
    • soddisfacimento dei creditori;
    • chiusura della procedura.

    È uno strumento utilizzato quando non risulta possibile una soluzione di ristrutturazione o continuità.


    Esdebitazione: la seconda opportunità del debitore

    Uno degli istituti più rilevanti è l’esdebitazione.

    Attraverso questo meccanismo, il debitore persona fisica può essere liberato dai debiti residui non soddisfatti al termine della procedura.

    L’obiettivo è consentire una vera ripartenza economica.

    Il beneficio, però, non è automatico.

    Occorre verificare:

    • correttezza del comportamento del debitore;
    • assenza di frode;
    • assenza di malafede;
    • assenza di colpa grave;
    • completa e corretta rappresentazione della situazione debitoria.

    Esdebitazione del debitore incapiente

    La bozza dedica attenzione anche all’esdebitazione del sovraindebitato incapiente.

    Si tratta di una misura eccezionale che può consentire la liberazione dai debiti anche quando il debitore non ha utilità da offrire ai creditori.

    Proprio per questo motivo l’accesso è subordinato a presupposti particolarmente rigorosi.

    Il tribunale deve valutare con attenzione la meritevolezza del debitore e la reale impossibilità di soddisfare i creditori.


    Perché il tema interessa anche il Fisco

    Le procedure di sovraindebitamento possono coinvolgere anche debiti tributari.

    Per questo motivo l’Agenzia delle Entrate dedica particolare attenzione a:

    • debiti fiscali;
    • correttezza della documentazione;
    • ricostruzione delle cause dell’indebitamento;
    • posizione dell’Erario;
    • valutazione della meritevolezza del debitore.

    La gestione dei debiti fiscali all’interno delle procedure richiede quindi un’analisi particolarmente accurata.


    Osservazioni entro il 24 luglio 2026

    Professionisti, operatori e soggetti interessati possono inviare osservazioni alla bozza di circolare entro il:

    24 luglio 2026

    Le osservazioni possono riguardare:

    • modifiche;
    • integrazioni;
    • chiarimenti interpretativi;
    • proposte operative.

    Al termine della consultazione, l’Agenzia valuterà i contributi ricevuti per la versione definitiva della circolare.


    BPlanning: consulenza su sovraindebitamento, crisi e debiti fiscali

    BPlanning supporta privati, professionisti e imprese nella gestione di:

    • sovraindebitamento;
    • debiti fiscali;
    • crisi d’impresa;
    • ristrutturazione dei debiti;
    • procedure familiari;
    • esdebitazione;
    • liquidazione controllata;
    • rapporti con Agenzia delle Entrate e Agenzia Entrate Riscossione.

    Il nostro team di commercialisti, avvocati e consulenti analizza ogni situazione per individuare il percorso più adatto alla risoluzione della crisi debitoria.


    Conclusioni

    La consultazione sulla Parte II della circolare dell’Agenzia delle Entrate rappresenta un passaggio importante per chiarire l’applicazione degli istituti del Codice della Crisi dedicati al sovraindebitamento.

    Gli strumenti analizzati offrono una possibilità concreta di riorganizzazione o liberazione dai debiti per consumatori, professionisti, imprese minori e debitori non fallibili.

    Una corretta valutazione preventiva consente di scegliere la procedura più adatta e affrontare la crisi con maggiore consapevolezza.


    Hai debiti fiscali o una situazione di sovraindebitamento da gestire?

    Il team di BPlanning può aiutarti ad analizzare la tua posizione, valutare gli strumenti previsti dal Codice della Crisi e individuare la soluzione più adatta per ripartire in modo sostenibile.

    Per approfondire la posizione debitoria e gli strumenti disponibili in caso di sovraindebitamento, scopri i servizi BPlanning di gestione e pianificazione del debito.

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Cos’è il sovraindebitamento», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Un commercialista dedicato aiuta a organizzare documenti, dichiarazioni e versamenti e a presidiare gli adempimenti fiscali dell’impresa o dell’attività professionale. Scopri Contabilità e assistenza fiscale.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Che cosa si intende per sovraindebitamento?

    Il sovraindebitamento riguarda quei soggetti che non riescono più a far fronte regolarmente ai propri debiti e che non sono assoggettabili alla liquidazione giudiziale.

    Possono rientrare in questa categoria:

    • consumatori;
    • professionisti;
    • imprenditori minori;
    • imprenditori agricoli;
    • start-up innovative;
    • debitori non fallibili;
    • soggetti esclusi dalle procedure concorsuali ordinarie.

    L’obiettivo è offrire strumenti giuridici per gestire la crisi e trovare una soluzione sostenibile.

    Quale ruolo svolge l’OCC?

    Un ruolo centrale è svolto dall’Organismo di Composizione della Crisi, noto come OCC.

    L’OCC assiste il debitore nella predisposizione della domanda e nella ricostruzione della situazione economica, patrimoniale e reddituale.

    In particolare, supporta nella verifica di:

    • debiti esistenti;
    • creditori coinvolti;
    • cause dell’indebitamento;
    • patrimonio disponibile;
    • redditi del debitore;
    • sostenibilità della proposta.

    La relazione dell’OCC assume un peso decisivo nella valutazione del tribunale.

    Quale procedura riguarda i debiti del consumatore?

    La ristrutturazione dei debiti del consumatore è uno degli strumenti più importanti previsti dal Codice della Crisi.

    È riservata alla persona fisica che ha contratto debiti per finalità estranee alla propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale.

    La proposta può prevedere:

    • pagamento parziale dei debiti;
    • pagamento differenziato dei creditori;
    • tempi sostenibili di rientro;
    • riorganizzazione complessiva dell’esposizione debitoria.

    Una caratteristica fondamentale è che non è previsto il voto dei creditori.

    L’omologazione dipende dal controllo del tribunale.

    A chi si rivolge il concordato minore descritto?

    Il concordato minore è destinato ai debitori sovraindebitati diversi dal consumatore.

    Può riguardare, ad esempio:

    • professionisti;
    • imprenditori minori;
    • imprenditori agricoli;
    • piccoli operatori economici.

    Lo strumento consente di proporre ai creditori una soluzione alternativa alla liquidazione, con l’obiettivo di regolare il debito e, quando possibile, proseguire l’attività.

    Che cosa significa esdebitazione per il debitore?

    Uno degli istituti più rilevanti è l’esdebitazione.

    Attraverso questo meccanismo, il debitore persona fisica può essere liberato dai debiti residui non soddisfatti al termine della procedura.

    L’obiettivo è consentire una vera ripartenza economica.

    Il beneficio, però, non è automatico.

    Occorre verificare:

    • correttezza del comportamento del debitore;
    • assenza di frode;
    • assenza di malafede;
    • assenza di colpa grave;
    • completa e corretta rappresentazione della situazione debitoria.
  • Soci di SRL e contributi INPS: quando gli utili non sono soggetti a contribuzione

    I soci di SRL devono pagare i contributi INPS sugli utili? Scopri quando gli utili sono esclusi dalla contribuzione IVS, cosa cambia per soci lavoratori, amministratori e società trasparenti.

    Utili di SRL e contributi INPS: quando il socio non deve pagare

    Una delle domande più frequenti tra imprenditori e soci riguarda la contribuzione INPS sugli utili distribuiti da una SRL.

    La risposta, oggi, è più chiara grazie all’orientamento consolidato dell’INPS e della Corte di Cassazione:

    il socio che partecipa esclusivamente al capitale della società e non svolge attività lavorativa nella SRL non deve versare contributi INPS sugli utili percepiti, purché si tratti di una SRL non trasparente.

    Si tratta di un principio particolarmente importante per imprenditori, investitori e soci che partecipano al capitale sociale senza essere coinvolti nella gestione operativa dell’impresa.


    Cosa ha chiarito l’INPS

    Con la Circolare n. 84 del 10 giugno 2021, l’INPS ha modificato il proprio precedente orientamento, recependo quanto già affermato dalla Corte di Cassazione.

    L’Istituto ha chiarito che gli utili distribuiti da una SRL ordinaria (non trasparente):

    • non rappresentano reddito d’impresa;
    • costituiscono redditi di capitale;
    • non rientrano nella base imponibile dei contributi IVS quando il socio non presta attività lavorativa nella società.

    Questo principio continua a rappresentare un importante riferimento operativo per contribuenti e professionisti.


    Chi beneficia dell’esclusione dai contributi

    La regola riguarda principalmente i soci che:

    • possiedono quote di una SRL;
    • non lavorano nella società;
    • partecipano esclusivamente come investitori;
    • percepiscono utili derivanti dalla partecipazione al capitale.

    In questi casi gli utili distribuiti non generano contribuzione previdenziale IVS.


    Il caso più frequente

    Pensiamo, ad esempio, a un imprenditore che:

    • possiede una ditta individuale;
    • è iscritto alla Gestione Commercianti INPS;
    • acquista anche una partecipazione in una SRL come semplice investitore.

    Gli utili ricevuti dalla SRL non devono essere sommati automaticamente alla base imponibile INPS della sua attività individuale, se il socio non presta alcuna attività lavorativa nella società partecipata.


    Perché gli utili non sono soggetti a contributi

    Il motivo è di natura fiscale.

    La normativa previdenziale stabilisce che la contribuzione IVS deve essere calcolata sui redditi d’impresa.

    Gli utili distribuiti da una SRL ordinaria, invece, sono qualificati come:

    redditi di capitale

    e non come redditi d’impresa.

    Di conseguenza non rientrano nella base imponibile previdenziale.


    Il riferimento normativo

    La disciplina trova fondamento nell’articolo 3-bis del Decreto Legge n. 384/1992.

    La norma stabilisce che i contributi dovuti dagli iscritti alle Gestioni Artigiani e Commercianti sono calcolati sulla totalità dei redditi d’impresa dichiarati ai fini IRPEF.

    Non ogni reddito percepito dal contribuente, quindi, è soggetto a contribuzione.


    Quando invece i contributi sono dovuti

    La situazione cambia completamente quando il socio partecipa anche all’attività lavorativa della SRL.

    Se il socio:

    • lavora stabilmente nella società;
    • partecipa personalmente all’attività aziendale;
    • possiede i requisiti di abitualità e prevalenza;

    la quota di reddito può assumere rilevanza anche ai fini previdenziali.

    In questo caso non si tratta più di un semplice investimento finanziario.


    L’importanza dell’attività lavorativa

    La semplice titolarità di quote non basta a far nascere l’obbligo contributivo.

    Ciò che rileva realmente è l’effettiva partecipazione al lavoro aziendale.

    Occorre verificare concretamente:

    • il ruolo svolto;
    • la presenza nell’organizzazione;
    • la continuità dell’attività;
    • la prevalenza del lavoro prestato.

    Ogni situazione deve essere valutata singolarmente.


    Attenzione alle SRL trasparenti

    Un’importante eccezione riguarda le SRL che hanno optato per il regime della trasparenza fiscale.

    In questo caso il reddito imputato ai soci mantiene natura di:

    reddito d’impresa

    e può quindi concorrere alla base imponibile previdenziale.

    La disciplina è quindi diversa rispetto alle SRL ordinarie.


    Società di persone: regole differenti

    La stessa esclusione non vale automaticamente per:

    • società in nome collettivo (SNC);
    • società in accomandita semplice (SAS).

    Nelle società di persone il reddito imputato ai soci conserva natura di reddito d’impresa e segue regole previdenziali differenti.

    Per questo motivo non è possibile estendere automaticamente il principio previsto per le SRL ordinarie.


    E il socio amministratore?

    Un altro caso molto frequente riguarda il socio amministratore.

    Essere amministratore della SRL non significa automaticamente essere soggetti alla Gestione Artigiani o Commercianti.

    Occorre distinguere:

    Compenso da amministratore

    Generalmente è soggetto alla Gestione Separata INPS.

    Attività operativa nella società

    Se l’amministratore partecipa anche all’attività aziendale con i requisiti previsti dalla normativa, potrebbero trovare applicazione le regole della Gestione Artigiani o Commercianti.

    Anche in questo caso è necessaria una valutazione concreta della situazione.


    Effetti sulla dichiarazione dei redditi

    Il chiarimento dell’INPS produce effetti anche nella compilazione del Quadro RR del Modello Redditi Persone Fisiche.

    Per i soci di SRL non trasparenti che non prestano attività lavorativa nella società:

    • gli utili distribuiti non devono essere inclusi nella base imponibile IVS;
    • i contributi continuano a essere calcolati esclusivamente sui redditi d’impresa dell’attività che giustifica l’iscrizione alla Gestione INPS.

    Una corretta compilazione della dichiarazione evita errori e possibili richieste contributive non dovute.


    Cosa verificare prima di calcolare i contributi

    Ogni situazione deve essere analizzata considerando diversi elementi.

    In particolare occorre verificare:

    • natura della società partecipata;
    • regime fiscale adottato;
    • presenza della trasparenza fiscale;
    • ruolo effettivo del socio;
    • eventuale attività lavorativa prestata;
    • qualifica di amministratore;
    • natura del reddito prodotto.

    Solo un’analisi complessiva consente di determinare correttamente gli obblighi previdenziali.


    BPlanning: consulenza fiscale e previdenziale per soci e amministratori

    BPlanning affianca imprenditori, soci e società nella gestione di:

    • contributi INPS;
    • Gestione Artigiani e Commercianti;
    • Gestione Separata;
    • pianificazione fiscale;
    • SRL ordinarie e trasparenti;
    • amministratori di società;
    • ottimizzazione previdenziale;
    • consulenza societaria.

    Il nostro team di commercialisti e consulenti analizza ogni posizione per individuare il corretto trattamento fiscale e contributivo, evitando versamenti non dovuti e riducendo il rischio di contestazioni.


    Conclusioni

    Gli utili distribuiti da una SRL non trasparente non sono soggetti a contributi INPS quando il socio partecipa esclusivamente al capitale e non svolge alcuna attività lavorativa nella società.

    Diversa è invece la situazione dei soci lavoratori, delle SRL trasparenti e delle società di persone, per le quali occorre valutare attentamente la natura del reddito e il ruolo effettivamente svolto dal socio.

    Una corretta analisi preventiva permette di gestire in modo conforme sia gli aspetti fiscali sia quelli previdenziali.


    Sei socio di una SRL e vuoi capire se stai pagando contributi INPS non dovuti?

    Il team di BPlanning può analizzare la tua posizione societaria e previdenziale, verificare il corretto inquadramento contributivo e aiutarti a individuare eventuali opportunità di ottimizzazione nel pieno rispetto della normativa vigente.

    Per coordinare gli adempimenti della società con la posizione fiscale dei soci, scopri il servizio di contabilità e assistenza fiscale di BPlanning.

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Cosa ha chiarito l’INPS», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Il servizio collega cedolini, contributi, inquadramenti e adempimenti del personale con l’assistenza di un consulente del lavoro dedicato. Scopri Paghe e consulenza del lavoro.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Quale esclusione contributiva chiarisce l’INPS nella guida?

    Con la Circolare n. 84 del 10 giugno 2021, l’INPS ha modificato il proprio precedente orientamento, recependo quanto già affermato dalla Corte di Cassazione.

    L’Istituto ha chiarito che gli utili distribuiti da una SRL ordinaria (non trasparente):

    • non rappresentano reddito d’impresa;
    • costituiscono redditi di capitale;
    • non rientrano nella base imponibile dei contributi IVS quando il socio non presta attività lavorativa nella società.

    Questo principio continua a rappresentare un importante riferimento operativo per contribuenti e professionisti.

    Quali soci possono beneficiare dell’esclusione descritta?

    La regola riguarda principalmente i soci che:

    • possiedono quote di una SRL;
    • non lavorano nella società;
    • partecipano esclusivamente come investitori;
    • percepiscono utili derivanti dalla partecipazione al capitale.

    In questi casi gli utili distribuiti non generano contribuzione previdenziale IVS.

    Quando invece possono essere dovuti contributi sugli utili?

    La situazione cambia completamente quando il socio partecipa anche all’attività lavorativa della SRL.

    Se il socio:

    • lavora stabilmente nella società;
    • partecipa personalmente all’attività aziendale;
    • possiede i requisiti di abitualità e prevalenza;

    la quota di reddito può assumere rilevanza anche ai fini previdenziali.

    In questo caso non si tratta più di un semplice investimento finanziario.

    Perché le SRL trasparenti richiedono una verifica distinta?

    Un’importante eccezione riguarda le SRL che hanno optato per il regime della trasparenza fiscale.

    In questo caso il reddito imputato ai soci mantiene natura di:

    reddito d’impresa

    e può quindi concorrere alla base imponibile previdenziale.

    La disciplina è quindi diversa rispetto alle SRL ordinarie.

    Come si distingue il compenso dell’amministratore dal lavoro operativo?

    Un altro caso molto frequente riguarda il socio amministratore.

    Essere amministratore della SRL non significa automaticamente essere soggetti alla Gestione Artigiani o Commercianti.

    Occorre distinguere:

  • Recesso online: dal 19 giugno 2026 cambia tutto per chi vende online

    Dal 19 giugno 2026 cambiano le regole sul recesso online. Scopri i nuovi obblighi per e-commerce, siti web e app: pulsante dedicato, conferma digitale e adeguamenti richiesti alle imprese.

    Recesso online: dal 19 giugno 2026 cambia tutto per chi vende online

    Dal 19 giugno 2026 entrano in vigore importanti novità per tutte le imprese che vendono beni o servizi online ai consumatori.

    Con il nuovo art. 54-bis del Codice del Consumo, introdotto dal D.Lgs. n. 209/2025 in attuazione della Direttiva UE 2023/2673, i professionisti dovranno mettere a disposizione una procedura digitale dedicata per consentire ai clienti di esercitare il diritto di recesso direttamente dal sito o dall’app utilizzata per acquistare.

    L’obiettivo del legislatore è semplice: se un contratto può essere concluso online, anche il recesso deve poter essere effettuato online in modo semplice, immediato e trasparente.


    Cosa cambia per le imprese

    La nuova normativa non modifica il diritto di recesso già previsto dal Codice del Consumo.

    Introduce però un nuovo obbligo operativo.

    Le imprese dovranno offrire ai consumatori una funzione digitale che permetta di comunicare il recesso direttamente attraverso:

    • sito internet;
    • e-commerce;
    • area riservata;
    • applicazione mobile;
    • qualsiasi altra interfaccia utilizzata per concludere il contratto.

    Non sarà più sufficiente indicare un indirizzo e-mail o invitare il cliente a contattare l’assistenza.


    Chi è obbligato ad adeguarsi

    La norma interessa praticamente tutti i professionisti che concludono contratti online con consumatori.

    Ad esempio:

    • e-commerce;
    • negozi online;
    • piattaforme digitali;
    • servizi in abbonamento;
    • software SaaS;
    • corsi online;
    • servizi digitali;
    • marketplace;
    • operatori del turismo;
    • aziende che vendono tramite app.

    Non riguarda invece i rapporti esclusivamente B2B.


    Quando si applica il nuovo obbligo

    L’obbligo opera solo quando il contratto prevede il diritto di recesso.

    Continuano infatti a restare escluse tutte le ipotesi già previste dall’art. 59 del Codice del Consumo, come ad esempio:

    • prodotti personalizzati;
    • beni confezionati su misura;
    • prodotti deperibili;
    • beni sigillati aperti per motivi igienici;
    • servizi completamente eseguiti nei casi previsti dalla legge.

    Il nuovo pulsante per il recesso

    Una delle principali novità riguarda la presenza di una funzione chiaramente identificabile.

    Il consumatore dovrà poter trovare facilmente un pulsante con una dicitura come:

    “Recedere dal contratto qui”

    oppure una formulazione equivalente che renda immediatamente comprensibile la funzione.

    Il pulsante dovrà essere:

    • ben visibile;
    • facilmente accessibile;
    • disponibile durante tutto il periodo utile per esercitare il recesso;
    • utilizzabile anche da smartphone e tablet.

    Come dovrà funzionare la procedura

    La normativa prevede una procedura composta da due passaggi.

    Primo passaggio

    Il cliente dovrà poter inserire o confermare:

    • nome;
    • dati identificativi del contratto;
    • indirizzo e-mail o altro recapito elettronico per ricevere la conferma.

    Secondo passaggio

    Successivamente dovrà essere presente un secondo pulsante con una dicitura come:

    “Conferma recesso”

    oppure altra espressione equivalente.

    Questa doppia conferma serve ad evitare invii accidentali senza però rendere più difficile l’esercizio del diritto.


    Cosa non può fare l’azienda

    La nuova disciplina punta a eliminare i cosiddetti “dark pattern”, ovvero quelle procedure progettate per scoraggiare il consumatore.

    Ad esempio, non sarà corretto:

    • obbligare il cliente a telefonare;
    • costringerlo a scrivere all’assistenza;
    • nascondere il pulsante in pagine difficili da trovare;
    • richiedere informazioni non necessarie;
    • inserire passaggi inutilmente complessi.

    Il recesso dovrà essere semplice tanto quanto l’acquisto.


    La conferma deve arrivare subito

    Una volta completata la procedura, l’impresa dovrà inviare senza ritardo una conferma su un supporto durevole.

    Nella pratica, il metodo più semplice sarà una e-mail contenente:

    • il contenuto della richiesta;
    • la data;
    • l’ora dell’invio.

    Una semplice schermata finale del sito non sarà sufficiente se non accompagnata da una comunicazione che il cliente possa conservare.


    Perché data e ora sono così importanti

    La normativa chiarisce che il diritto di recesso è esercitato correttamente quando la richiesta viene trasmessa entro il termine previsto.

    Conta quindi:

    • il momento dell’invio;
    • non quello in cui l’azienda prende in carico la pratica.

    Per questo motivo il sistema dovrà registrare:

    • identità del cliente;
    • contratto interessato;
    • contenuto della richiesta;
    • data e ora di trasmissione;
    • conferma inviata.

    Non basta aggiungere un pulsante

    Molte aziende pensano che sarà sufficiente inserire un nuovo link nel sito.

    In realtà l’adeguamento è molto più ampio.

    Occorrerà aggiornare:

    • condizioni generali di vendita;
    • informative sul diritto di recesso;
    • informazioni precontrattuali;
    • e-mail automatiche;
    • procedure del servizio clienti;
    • sistemi di gestione dei resi;
    • procedure di rimborso;
    • CRM e gestionali.

    Sarà inoltre necessario verificare che tutto funzioni correttamente anche nella versione mobile del sito o dell’app.


    Quali aziende devono intervenire subito

    Particolare attenzione dovrebbero prestarla:

    • e-commerce;
    • software house;
    • piattaforme SaaS;
    • marketplace;
    • aziende con abbonamenti ricorrenti;
    • scuole online;
    • servizi digitali;
    • portali turistici;
    • operatori telefonici;
    • società che vendono servizi tramite web.

    Per queste realtà sarà opportuno verificare quanto prima la conformità delle proprie piattaforme.


    Cosa non cambia

    La riforma non modifica:

    • i termini del diritto di recesso;
    • i casi di esclusione previsti dal Codice del Consumo;
    • gli obblighi di rimborso;
    • le modalità di restituzione dei beni.

    La vera novità riguarda esclusivamente il canale attraverso il quale il consumatore può esercitare il proprio diritto.


    BPlanning supporta le imprese nell’adeguamento normativo

    Le nuove disposizioni coinvolgono non solo gli aspetti legali, ma anche quelli organizzativi e tecnologici.

    Il team multidisciplinare di BPlanning supporta aziende e professionisti nell’adeguamento di:

    • condizioni generali di vendita;
    • e-commerce;
    • procedure interne;
    • contratti online;
    • privacy e compliance;
    • processi di customer care;
    • gestione dei resi e dei rimborsi.

    Un intervento preventivo consente di ridurre il rischio di contestazioni e garantire un’esperienza cliente conforme alla normativa.


    Conclusioni

    Dal 19 giugno 2026, tutte le imprese che concludono contratti online con i consumatori dovranno garantire una procedura di recesso digitale semplice, visibile e facilmente accessibile.

    Non si tratta soltanto di aggiungere un pulsante al sito, ma di ripensare l’intero processo di gestione del diritto di recesso, aggiornando documentazione, procedure e sistemi informatici.

    Adeguarsi tempestivamente significa non solo rispettare la normativa, ma anche migliorare la trasparenza e la fiducia dei clienti verso il proprio business.


    Hai un e-commerce o vendi servizi online?

    BPlanning può verificare la conformità del tuo sito, delle tue condizioni di vendita e delle procedure di recesso, aiutandoti ad adeguarti alle nuove regole del Codice del Consumo ed evitare possibili contestazioni.

    Per approfondire le condizioni contrattuali di recesso nei servizi online, scopri i servizi BPlanning di analisi dei contratti.

    Servizi BPlanning per approfondire contratti online e procedure rivolte ai consumatori

    Per valutare contratti online e procedure rivolte ai consumatori, il servizio di assistenza legale BPlanning offre un presidio di consulenza e comunicazioni formali. L’attività da svolgere viene definita sui documenti e sul caso concreto. Scopri Assistenza legale e diffide.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale adeguamento al recesso online illustra la guida?

    Dal 19 giugno 2026 entrano in vigore importanti novità per tutte le imprese che vendono beni o servizi online ai consumatori.

    Con il nuovo art. 54-bis del Codice del Consumo, introdotto dal D.Lgs. n. 209/2025 in attuazione della Direttiva UE 2023/2673, i professionisti dovranno mettere a disposizione una procedura digitale dedicata per consentire ai clienti di esercitare il diritto di recesso direttamente dal sito o dall’app utilizzata per acquistare.

    L’obiettivo del legislatore è semplice: se un contratto può essere concluso online, anche il recesso deve poter essere effettuato online in modo semplice, immediato e trasparente.

    Quali imprese sono interessate dall’adeguamento?

    La norma interessa praticamente tutti i professionisti che concludono contratti online con consumatori.

    Ad esempio:

    • e-commerce;
    • negozi online;
    • piattaforme digitali;
    • servizi in abbonamento;
    • software SaaS;
    • corsi online;
    • servizi digitali;
    • marketplace;
    • operatori del turismo;
    • aziende che vendono tramite app.

    Non riguarda invece i rapporti esclusivamente B2B.

    A quali contratti si applica l’obbligo descritto?

    L’obbligo opera solo quando il contratto prevede il diritto di recesso.

    Continuano infatti a restare escluse tutte le ipotesi già previste dall’art. 59 del Codice del Consumo, come ad esempio:

    • prodotti personalizzati;
    • beni confezionati su misura;
    • prodotti deperibili;
    • beni sigillati aperti per motivi igienici;
    • servizi completamente eseguiti nei casi previsti dalla legge.

    Quale funzione svolge il pulsante di recesso?

    Una delle principali novità riguarda la presenza di una funzione chiaramente identificabile.

    Il consumatore dovrà poter trovare facilmente un pulsante con una dicitura come:

    “Recedere dal contratto qui”

    oppure una formulazione equivalente che renda immediatamente comprensibile la funzione.

    Il pulsante dovrà essere:

    • ben visibile;
    • facilmente accessibile;
    • disponibile durante tutto il periodo utile per esercitare il recesso;
    • utilizzabile anche da smartphone e tablet.

    Come deve funzionare la procedura online illustrata?

    La normativa prevede una procedura composta da due passaggi.

    Il cliente dovrà poter inserire o confermare:

    • nome;
    • dati identificativi del contratto;
    • indirizzo e-mail o altro recapito elettronico per ricevere la conferma.

    Successivamente dovrà essere presente un secondo pulsante con una dicitura come:

    “Conferma recesso”

    oppure altra espressione equivalente.

    Questa doppia conferma serve ad evitare invii accidentali senza però rendere più difficile l’esercizio del diritto.

  • Fringe Benefit Auto Aziendali 2026: cosa cambia con il Decreto Omnibus

    Decreto Omnibus 2026: scopri le nuove regole sui fringe benefit delle auto aziendali, le aliquote per veicoli elettrici, ibridi e termici, le maggiorazioni e le novità per imprese e dipendenti.

    Decreto Omnibus 2026: nuove regole per la tassazione delle auto aziendali

    Il Decreto Omnibus 2026 introduce importanti modifiche alla disciplina dei fringe benefit relativi alle auto aziendali concesse in uso promiscuo ai dipendenti.

    L’obiettivo della riforma è duplice:

    • incentivare il rinnovo delle flotte aziendali;
    • favorire l’utilizzo di veicoli a basse emissioni.

    Oltre a confermare il sistema basato sulla tipologia di alimentazione del veicolo, il decreto introduce nuove maggiorazioni che potrebbero incidere significativamente sulla tassazione dei dipendenti e sui costi sostenuti dalle aziende.

    Attenzione: al momento della stesura di questo articolo il Decreto Omnibus è stato approvato in via preliminare e dovrà completare l’iter parlamentare prima della pubblicazione definitiva in Gazzetta Ufficiale.


    Come si calcola il fringe benefit auto

    Il valore imponibile dell’auto aziendale continua ad essere determinato prendendo come riferimento:

    • il costo chilometrico individuato dalle tabelle ACI;
    • una percorrenza convenzionale pari a 15.000 km annui;
    • una percentuale variabile in base alla tipologia del veicolo.

    L’importo così determinato costituisce il fringe benefit imponibile ai fini IRPEF e contributivi.


    Le aliquote confermate dal Decreto Omnibus

    Il sistema introdotto dalla Legge di Bilancio 2025 viene confermato anche dal nuovo decreto.

    Le percentuali sono le seguenti:

    Tipologia di veicolo Aliquota applicata
    Veicoli elettrici (BEV) 10%
    Veicoli ibridi plug-in (PHEV) 20%
    Veicoli benzina, diesel, GPL e metano 50%

    Il legislatore continua quindi a favorire fiscalmente i veicoli elettrici e ibridi rispetto alle tradizionali motorizzazioni termiche.


    La novità più importante: maggiorazione per le auto con oltre cinque anni

    Una delle principali innovazioni riguarda l’anzianità del veicolo.

    Per le auto con oltre cinque anni dalla prima immatricolazione, il fringe benefit subirà una maggiorazione del 50%.

    L’obiettivo è incentivare il rinnovo delle flotte aziendali, favorendo la sostituzione dei veicoli più datati e generalmente più inquinanti.

    Dal punto di vista operativo, il riferimento sarà la data della prima immatricolazione riportata sulla carta di circolazione.


    Maggiorazione per gli optional

    Il Decreto Omnibus introduce anche una nuova regola per gli accessori installati a carico dell’azienda.

    Qualora il veicolo sia dotato di optional non già considerati nelle tabelle ACI, il valore del fringe benefit verrà incrementato forfettariamente del 5%.

    Resta tuttavia da chiarire, anche attraverso eventuali istruzioni applicative, come individuare con precisione gli optional già ricompresi nelle tabelle ACI e quelli che ne restano esclusi.


    Cosa succede se l’auto viene assegnata a un altro dipendente

    Il decreto disciplina anche il caso delle auto già presenti nella flotta aziendale e successivamente riassegnate ad un diverso lavoratore.

    In questo caso il regime fiscale segue il veicolo e non il dipendente.

    Ciò garantisce maggiore continuità nella gestione amministrativa delle flotte aziendali.


    La clausola di salvaguardia per le auto ordinate entro il 2024

    Uno degli aspetti maggiormente discussi riguarda i veicoli ordinati entro il 31 dicembre 2024 ma consegnati o assegnati successivamente.

    Il Decreto Omnibus chiarisce che:

    • i veicoli ordinati entro il 2024;
    • oppure già presenti nella flotta aziendale al 31 dicembre 2024;

    continuano ad applicare la disciplina previgente basata sulle emissioni di CO₂.

    In questo modo viene evitata l’applicazione retroattiva delle nuove regole fiscali.


    Quali saranno gli effetti per aziende e dipendenti

    Le nuove disposizioni comportano una revisione delle politiche aziendali relative alle auto di servizio.

    Le imprese dovranno valutare attentamente:

    • la tipologia di alimentazione dei veicoli;
    • la data di immatricolazione;
    • la presenza di optional;
    • il rinnovo della flotta.

    In molti casi potrebbe risultare fiscalmente più conveniente sostituire veicoli datati con modelli elettrici o ibridi plug-in.


    Impatto sul payroll

    Le strutture HR e gli uffici paghe saranno chiamati a gestire nuove variabili nel calcolo del fringe benefit.

    Occorrerà monitorare:

    • anzianità dei mezzi;
    • tipologia di alimentazione;
    • tabelle ACI aggiornate;
    • eventuali accessori esclusi dalle tabelle.

    Questo richiederà un aggiornamento delle procedure interne e dei software di gestione del personale.


    Le soglie di esenzione dei fringe benefit nel 2026

    Anche nel 2026 restano confermate le soglie di esenzione previste dalla normativa.

    Il valore complessivo dei fringe benefit non concorre alla formazione del reddito fino a:

    • 1.000 euro per i lavoratori senza figli fiscalmente a carico;
    • 2.000 euro per i lavoratori con figli fiscalmente a carico.

    Il superamento di tali limiti comporta l’applicazione delle ordinarie regole di tassazione.


    Cosa conviene fare alle aziende

    In vista dell’entrata in vigore definitiva della riforma è consigliabile effettuare una verifica preventiva del parco auto aziendale.

    È opportuno analizzare:

    • l’età dei veicoli;
    • il costo fiscale dei fringe benefit;
    • la convenienza del rinnovo della flotta;
    • la possibilità di introdurre veicoli elettrici o ibridi;
    • gli impatti sul costo del lavoro e sulla retribuzione dei dipendenti.

    Una corretta pianificazione può ridurre il carico fiscale sia per l’impresa sia per i lavoratori.


    BPlanning: consulenza fiscale e gestione dei fringe benefit

    BPlanning supporta aziende e imprenditori nella gestione di:

    • fringe benefit;
    • auto aziendali;
    • consulenza del lavoro;
    • payroll;
    • welfare aziendale;
    • ottimizzazione del costo del lavoro;
    • pianificazione fiscale;
    • gestione delle flotte aziendali.

    Il nostro team di commercialisti e consulenti del lavoro affianca le imprese nell’analisi delle nuove normative e nella scelta delle soluzioni fiscalmente più efficienti.


    Conclusioni

    Il Decreto Omnibus 2026 introduce un’importante evoluzione nella disciplina dei fringe benefit relativi alle auto aziendali.

    Se da un lato vengono confermati gli incentivi per i veicoli elettrici e ibridi, dall’altro arrivano nuove maggiorazioni che potrebbero aumentare sensibilmente la tassazione dei veicoli termici più datati e di quelli dotati di particolari optional.

    Le aziende dovranno quindi rivedere le proprie politiche di gestione delle flotte per valutare l’impatto economico e fiscale della riforma.


    Vuoi capire come le nuove regole sui fringe benefit incidono sulla tua azienda?

    Il team di BPlanning può analizzare il tuo parco auto, simulare il costo fiscale dei fringe benefit e individuare le soluzioni più vantaggiose per ottimizzare la gestione delle auto aziendali nel rispetto della normativa vigente.

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Come si calcola il fringe benefit dell’auto secondo la guida?

    Il valore imponibile dell’auto aziendale continua ad essere determinato prendendo come riferimento:

    • il costo chilometrico individuato dalle tabelle ACI;
    • una percorrenza convenzionale pari a 15.000 km annui;
    • una percentuale variabile in base alla tipologia del veicolo.

    L’importo così determinato costituisce il fringe benefit imponibile ai fini IRPEF e contributivi.

    Quale trattamento delle auto più anziane descrive l’articolo?

    Una delle principali innovazioni riguarda l’anzianità del veicolo.

    Per le auto con oltre cinque anni dalla prima immatricolazione, il fringe benefit subirà una maggiorazione del 50%.

    L’obiettivo è incentivare il rinnovo delle flotte aziendali, favorendo la sostituzione dei veicoli più datati e generalmente più inquinanti.

    Dal punto di vista operativo, il riferimento sarà la data della prima immatricolazione riportata sulla carta di circolazione.

    Come vengono considerati gli optional nel calcolo illustrato?

    Il Decreto Omnibus introduce anche una nuova regola per gli accessori installati a carico dell’azienda.

    Qualora il veicolo sia dotato di optional non già considerati nelle tabelle ACI, il valore del fringe benefit verrà incrementato forfettariamente del 5%.

    Resta tuttavia da chiarire, anche attraverso eventuali istruzioni applicative, come individuare con precisione gli optional già ricompresi nelle tabelle ACI e quelli che ne restano esclusi.

    Che cosa verificare quando l’auto passa a un altro dipendente?

    Il decreto disciplina anche il caso delle auto già presenti nella flotta aziendale e successivamente riassegnate ad un diverso lavoratore.

    In questo caso il regime fiscale segue il veicolo e non il dipendente.

    Ciò garantisce maggiore continuità nella gestione amministrativa delle flotte aziendali.

    Quale salvaguardia per gli ordini del 2024 richiama il testo?

    Uno degli aspetti maggiormente discussi riguarda i veicoli ordinati entro il 31 dicembre 2024 ma consegnati o assegnati successivamente.

    Il Decreto Omnibus chiarisce che:

    • i veicoli ordinati entro il 2024;
    • oppure già presenti nella flotta aziendale al 31 dicembre 2024;

    continuano ad applicare la disciplina previgente basata sulle emissioni di CO₂.

    In questo modo viene evitata l’applicazione retroattiva delle nuove regole fiscali.

  • Indagini bancarie: svolta della Cassazione sulla validità degli accertamenti fiscali

    La Cassazione cambia orientamento sulle indagini bancarie: senza autorizzazione valida i dati dei conti correnti possono diventare inutilizzabili. Scopri cosa cambia per contribuenti e imprese.

    Indagini bancarie: svolta della Cassazione sulla validità degli accertamenti fiscali

    Una delle novità più importanti del 2026 in materia di accertamenti fiscali riguarda le indagini bancarie effettuate dall’Agenzia delle Entrate.

    Con le ordinanze n. 19956 e n. 19960 del 2026, successivamente confermate da ulteriori pronunce, la Corte di Cassazione ha modificato un orientamento consolidato che durava da anni.

    Secondo il nuovo indirizzo giurisprudenziale, l’autorizzazione ad acquisire i dati bancari non rappresenta più un semplice atto interno dell’Amministrazione, ma costituisce il presupposto indispensabile che legittima l’accesso ai conti correnti del contribuente.

    Se tale autorizzazione manca, è tardiva oppure non rispetta determinati requisiti, la documentazione bancaria potrebbe diventare inutilizzabile nel procedimento tributario.


    Cosa sono le indagini bancarie

    Le indagini bancarie rappresentano uno dei principali strumenti utilizzati dall’Amministrazione Finanziaria durante un accertamento fiscale.

    Attraverso tali poteri possono essere acquisiti:

    • estratti conto;
    • movimenti bancari;
    • bonifici;
    • versamenti;
    • prelievi;
    • rapporti finanziari intestati al contribuente.

    Questi dati vengono utilizzati per verificare la corretta dichiarazione dei redditi e individuare eventuali somme non dichiarate.


    Cosa prevedeva il vecchio orientamento

    Fino al 2026 la Cassazione aveva sostenuto che l’autorizzazione fosse un semplice atto organizzativo interno.

    In pratica:

    • la sua mancata esibizione non rendeva nullo l’accertamento;
    • i dati bancari rimanevano normalmente utilizzabili;
    • il contribuente doveva dimostrare di aver subito un concreto pregiudizio.

    Questa interpretazione aveva caratterizzato la giurisprudenza per molti anni.


    La svolta del 2026

    Con le nuove pronunce la Suprema Corte cambia completamente prospettiva.

    L’autorizzazione viene oggi considerata:

    • il titolo che legittima l’ingerenza nei dati bancari;
    • una garanzia per il contribuente;
    • un elemento essenziale per la validità dell’attività istruttoria.

    Non si tratta quindi più di una semplice formalità amministrativa.


    Quando l’autorizzazione è valida

    Secondo il nuovo orientamento della Cassazione, l’autorizzazione deve possedere alcuni requisiti fondamentali.

    Deve essere:

    • rilasciata prima dell’acquisizione dei dati;
    • riferita alla specifica indagine;
    • conoscibile dal contribuente almeno nel contenuto essenziale;
    • sufficientemente dettagliata da individuare oggetto e limiti dell’accesso.

    Solo in presenza di tali elementi l’acquisizione dei dati bancari può considerarsi legittima.


    Quando i dati bancari diventano inutilizzabili

    Le nuove sentenze individuano diversi casi nei quali la documentazione acquisita può non essere utilizzata.

    Ad esempio quando l’autorizzazione è:

    • completamente assente;
    • rilasciata dopo l’inizio delle indagini;
    • non conoscibile dal contribuente;
    • incompleta;
    • riferita a soggetti diversi;
    • limitata rispetto all’attività effettivamente svolta.

    In tali situazioni il contribuente può contestare la validità dell’accertamento.


    L’importanza dell’autorizzazione preventiva

    Uno degli aspetti più innovativi riguarda la tempistica.

    La Cassazione chiarisce che un’autorizzazione rilasciata successivamente alle indagini non può sanare quanto già avvenuto.

    L’autorizzazione deve infatti esistere prima dell’accesso ai dati bancari.

    In caso contrario viene meno il presupposto stesso dell’attività istruttoria.


    Attenzione alle autorizzazioni parziali

    Un’altra novità riguarda le cosiddette autorizzazioni parziali.

    Può accadere che l’Amministrazione riceva un’autorizzazione riferita:

    • a un determinato soggetto;
    • a specifici rapporti bancari;
    • a una particolare posizione fiscale.

    Se durante l’indagine vengono acquisiti dati eccedenti tale perimetro, la parte non autorizzata potrebbe risultare inutilizzabile.

    La Cassazione ha ribadito che l’autorizzazione deve coincidere con l’effettiva attività svolta.


    Il contribuente deve contestare il vizio

    La nuova giurisprudenza precisa anche un importante aspetto processuale.

    L’inutilizzabilità dei dati non opera automaticamente.

    È necessario che il contribuente:

    • sollevi una contestazione specifica;
    • evidenzi il difetto dell’autorizzazione;
    • dimostri la mancata corrispondenza tra autorizzazione e attività svolta.

    Una contestazione generica potrebbe non essere sufficiente.


    L’accertamento è sempre nullo?

    Non necessariamente.

    Il giudice dovrà verificare se l’avviso di accertamento si fonda esclusivamente sulle risultanze bancarie oppure anche su altri elementi autonomamente acquisiti.

    Se esistono ulteriori prove valide, l’accertamento potrebbe rimanere efficace almeno in parte.

    Ogni caso deve quindi essere valutato singolarmente.


    Quali tutele per imprese e contribuenti

    Il nuovo orientamento rafforza le garanzie difensive.

    In presenza di un accertamento basato su indagini bancarie è oggi opportuno verificare attentamente:

    • l’esistenza dell’autorizzazione;
    • la data del rilascio;
    • il contenuto dell’atto;
    • il soggetto autorizzato;
    • i limiti oggettivi dell’indagine;
    • la corrispondenza tra autorizzazione e attività svolta.

    Questi elementi possono assumere un ruolo decisivo nell’eventuale contenzioso tributario.


    Perché questa decisione è così importante

    La Cassazione richiama anche i principi europei in materia di tutela della privacy e dei diritti fondamentali.

    L’accesso ai dati bancari rappresenta infatti una significativa limitazione della sfera privata del contribuente.

    Proprio per questo motivo deve essere sempre sorretto da un titolo legittimo, preventivo e verificabile.

    Si tratta di un importante rafforzamento delle garanzie previste a tutela dei cittadini.


    BPlanning: assistenza negli accertamenti fiscali e nelle verifiche tributarie

    BPlanning assiste imprese, professionisti e privati nella gestione di:

    • accertamenti fiscali;
    • verifiche dell’Agenzia delle Entrate;
    • indagini bancarie;
    • contenzioso tributario;
    • consulenza fiscale;
    • difesa del contribuente;
    • pianificazione fiscale;
    • assistenza durante i controlli.

    Il nostro team di commercialisti e professionisti valuta ogni accertamento sotto il profilo fiscale e procedurale, individuando eventuali irregolarità che possano incidere sulla validità della pretesa tributaria.


    Conclusioni

    Le pronunce della Cassazione del 2026 segnano un importante cambio di orientamento nelle indagini bancarie.

    L’autorizzazione preventiva diventa oggi un elemento essenziale per la legittimità dell’acquisizione dei dati finanziari del contribuente.

    In presenza di autorizzazioni mancanti, tardive o non conformi alla normativa, i dati bancari potrebbero non essere utilizzabili nell’accertamento, rafforzando significativamente le tutele difensive di contribuenti e imprese.


    Hai ricevuto un accertamento fondato su indagini bancarie?

    Il team di BPlanning può analizzare la documentazione dell’Agenzia delle Entrate, verificare la correttezza della procedura seguita e valutare l’eventuale presenza di vizi che possano incidere sulla validità dell’accertamento fiscale.

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale vizio delle indagini bancarie affronta la pronuncia?

    Una delle novità più importanti del 2026 in materia di accertamenti fiscali riguarda le indagini bancarie effettuate dall’Agenzia delle Entrate.

    Con le ordinanze n. 19956 e n. 19960 del 2026, successivamente confermate da ulteriori pronunce, la Corte di Cassazione ha modificato un orientamento consolidato che durava da anni.

    Secondo il nuovo indirizzo giurisprudenziale, l’autorizzazione ad acquisire i dati bancari non rappresenta più un semplice atto interno dell’Amministrazione, ma costituisce il presupposto indispensabile che legittima l’accesso ai conti correnti del contribuente.

    Se tale autorizzazione manca, è tardiva oppure non rispetta determinati requisiti, la documentazione bancaria potrebbe diventare inutilizzabile nel procedimento tributario.

    Che cosa sono le indagini bancarie fiscali?

    Le indagini bancarie rappresentano uno dei principali strumenti utilizzati dall’Amministrazione Finanziaria durante un accertamento fiscale.

    Attraverso tali poteri possono essere acquisiti:

    • estratti conto;
    • movimenti bancari;
    • bonifici;
    • versamenti;
    • prelievi;
    • rapporti finanziari intestati al contribuente.

    Questi dati vengono utilizzati per verificare la corretta dichiarazione dei redditi e individuare eventuali somme non dichiarate.

    Come veniva valutata l’autorizzazione nel precedente orientamento?

    Fino al 2026 la Cassazione aveva sostenuto che l’autorizzazione fosse un semplice atto organizzativo interno.

    In pratica:

    • la sua mancata esibizione non rendeva nullo l’accertamento;
    • i dati bancari rimanevano normalmente utilizzabili;
    • il contribuente doveva dimostrare di aver subito un concreto pregiudizio.

    Questa interpretazione aveva caratterizzato la giurisprudenza per molti anni.

    Quale cambiamento giurisprudenziale descrive la guida?

    Con le nuove pronunce la Suprema Corte cambia completamente prospettiva.

    L’autorizzazione viene oggi considerata:

    • il titolo che legittima l’ingerenza nei dati bancari;
    • una garanzia per il contribuente;
    • un elemento essenziale per la validità dell’attività istruttoria.

    Non si tratta quindi più di una semplice formalità amministrativa.

    Quando l’autorizzazione alle indagini è valida?

    Secondo il nuovo orientamento della Cassazione, l’autorizzazione deve possedere alcuni requisiti fondamentali.

    Deve essere:

    • rilasciata prima dell’acquisizione dei dati;
    • riferita alla specifica indagine;
    • conoscibile dal contribuente almeno nel contenuto essenziale;
    • sufficientemente dettagliata da individuare oggetto e limiti dell’accesso.

    Solo in presenza di tali elementi l’acquisizione dei dati bancari può considerarsi legittima.

  • Dichiarazione dei Redditi 2026: tutte le agevolazioni fiscali da conoscere

    Dichiarazione dei Redditi 2026: scopri tutte le detrazioni, deduzioni, crediti d’imposta e bonus fiscali previsti per il Modello 730 e Redditi Persone Fisiche 2026. Guida completa.

    Dichiarazione dei Redditi 2026: pubblicata la guida completa alle agevolazioni fiscali

    L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la nuova guida “Tutte le agevolazioni della dichiarazione 2026”, un documento di riferimento che raccoglie le principali detrazioni, deduzioni e crediti d’imposta utilizzabili nel Modello 730/2026 e nel Modello Redditi Persone Fisiche 2026.

    La guida rappresenta uno strumento prezioso sia per i contribuenti sia per i professionisti, perché riepiloga in maniera organica tutte le principali agevolazioni fiscali riferite alle spese sostenute nel periodo d’imposta 2025.

    Conoscere correttamente i benefici spettanti consente di ridurre il carico fiscale ed evitare errori nella compilazione della dichiarazione dei redditi.


    Cosa contiene la guida dell’Agenzia delle Entrate

    La raccolta è organizzata in:

    • una sezione introduttiva;
    • 12 fascicoli tematici dedicati alle diverse agevolazioni fiscali.

    Per ogni beneficio vengono illustrati:

    • soggetti che possono usufruirne;
    • misura della detrazione o deduzione;
    • limiti di spesa;
    • documentazione da conservare;
    • principali riferimenti normativi.

    L’obiettivo è aiutare contribuenti e professionisti nella corretta compilazione della dichiarazione.


    Detrazioni, deduzioni e crediti d’imposta: qual è la differenza?

    Prima di analizzare le singole agevolazioni è importante distinguere i principali strumenti fiscali.

    Detrazioni fiscali

    Le detrazioni riducono direttamente l’imposta da pagare.

    Nella maggior parte dei casi la percentuale è pari al:

    19%

    ma esistono numerose eccezioni previste dalla normativa.


    Deduzioni fiscali

    Le deduzioni agiscono prima del calcolo dell’IRPEF.

    In pratica riducono il reddito imponibile su cui vengono calcolate le imposte.


    Crediti d’imposta

    I crediti d’imposta riducono direttamente l’imposta netta dovuta.

    In alcuni casi possono essere:

    • riportati negli anni successivi;
    • compensati;
    • utilizzati secondo specifiche modalità previste dalla legge.

    Novità per i contribuenti con redditi elevati

    Tra le principali novità della dichiarazione 2026 vi è il riordino delle detrazioni per i contribuenti con reddito superiore a:

    75.000 euro

    La normativa introduce limiti complessivi parametrati anche alla composizione del nucleo familiare.

    Restano comunque escluse da tali limitazioni alcune spese particolarmente rilevanti, come quelle sanitarie.


    Spese sanitarie

    Le spese sanitarie rappresentano una delle detrazioni più utilizzate.

    Sono comprese, tra le altre:

    • visite mediche;
    • analisi cliniche;
    • farmaci;
    • dispositivi medici;
    • interventi chirurgici;
    • prestazioni specialistiche.

    La detrazione ordinaria è pari al:

    19%

    sulla parte che supera la franchigia prevista dalla legge.

    È fondamentale verificare anche la corretta tracciabilità dei pagamenti, salvo le eccezioni previste dalla normativa.


    Interessi passivi sui mutui

    Chi ha acceso un mutuo per acquistare l’abitazione principale può beneficiare della detrazione degli interessi passivi.

    La detrazione è pari al:

    19%

    entro i limiti previsti dalla normativa.

    Sono previste regole specifiche anche per:

    • mutui di costruzione;
    • mutui per ristrutturazione dell’abitazione principale.

    Spese di istruzione

    La dichiarazione consente di detrarre numerose spese scolastiche e universitarie.

    Tra queste:

    • scuole dell’infanzia;
    • scuole primarie;
    • scuole secondarie;
    • università statali;
    • università private entro i limiti stabiliti annualmente.

    Anche in questo caso occorre verificare eventuali rimborsi ricevuti, che riducono la spesa effettivamente detraibile.


    Erogazioni liberali

    Le donazioni possono beneficiare di differenti agevolazioni fiscali.

    Le percentuali variano in funzione del destinatario e della normativa applicabile.

    Le agevolazioni possono riguardare:

    • enti del Terzo Settore;
    • organizzazioni di volontariato;
    • università;
    • scuole;
    • enti di ricerca;
    • partiti politici;
    • istituzioni religiose.

    È indispensabile conservare la documentazione dei pagamenti effettuati con strumenti tracciabili.


    Premi assicurativi

    Anche alcuni premi assicurativi consentono di ottenere una detrazione fiscale.

    Tra le principali tipologie:

    • polizze vita;
    • assicurazioni contro l’invalidità permanente;
    • coperture per la non autosufficienza;
    • polizze contro eventi calamitosi.

    Il diritto alla detrazione dipende dalla tipologia del contratto e dal rispetto dei limiti previsti dalla legge.


    Contributi previdenziali

    Sono generalmente deducibili:

    • contributi previdenziali obbligatori;
    • contributi volontari;
    • riscatto della laurea;
    • ricongiunzioni;
    • previdenza complementare entro i limiti di legge;
    • contributi per collaboratori domestici.

    Una corretta verifica della documentazione evita errori nella dichiarazione.


    Altre spese detraibili

    Tra le agevolazioni più frequenti rientrano anche:

    • spese funebri;
    • spese veterinarie;
    • attività sportive dei figli;
    • canoni di locazione;
    • abbonamenti ai mezzi pubblici;
    • assegni periodici al coniuge.

    Ogni voce è disciplinata da specifiche regole e limiti di spesa.


    Crediti d’imposta

    La dichiarazione può comprendere numerosi crediti fiscali.

    Tra i principali:

    • credito per il riacquisto della prima casa;
    • crediti derivanti da precedenti dichiarazioni;
    • agevolazioni immobiliari;
    • altri crediti previsti dalla normativa tributaria.

    È importante verificare eventuali utilizzi già effettuati negli anni precedenti.


    Bonus ristrutturazioni

    Il Bonus Ristrutturazioni continua a rappresentare una delle agevolazioni più utilizzate.

    La detrazione può variare in funzione di:

    • tipologia dell’immobile;
    • data dell’intervento;
    • normativa applicabile.

    Occorre conservare:

    • bonifici parlanti;
    • fatture;
    • autorizzazioni edilizie;
    • documentazione catastale;
    • eventuali comunicazioni ENEA.

    Ecobonus

    L’Ecobonus riguarda gli interventi finalizzati al miglioramento dell’efficienza energetica.

    Tra gli interventi agevolabili:

    • sostituzione infissi;
    • pompe di calore;
    • schermature solari;
    • isolamento termico;
    • impianti ad alta efficienza.

    Anche in questo caso è fondamentale verificare tutta la documentazione tecnica e le comunicazioni obbligatorie.


    Bonus mobili ed elettrodomestici

    Chi realizza interventi di recupero edilizio può beneficiare anche del Bonus Mobili.

    L’agevolazione riguarda:

    • mobili;
    • grandi elettrodomestici ad alta efficienza energetica.

    Il beneficio è subordinato alla presenza di un intervento edilizio agevolato e richiede la conservazione di tutta la documentazione fiscale.


    Superbonus

    Anche il Superbonus continua a trovare spazio nella dichiarazione dei redditi.

    La disciplina risulta particolarmente articolata e richiede particolare attenzione nella gestione di:

    • rate residue;
    • asseverazioni;
    • visti di conformità;
    • cessioni del credito;
    • documentazione tecnica.

    Ogni situazione deve essere verificata caso per caso.


    Documentazione: conservarla è fondamentale

    Per tutte le agevolazioni fiscali è essenziale conservare:

    • fatture;
    • ricevute;
    • bonifici parlanti;
    • certificazioni;
    • documentazione tecnica;
    • contratti;
    • ricevute dei pagamenti tracciabili.

    Una corretta archiviazione consente di affrontare con serenità eventuali controlli dell’Agenzia delle Entrate.


    BPlanning: assistenza completa per la dichiarazione dei redditi

    BPlanning supporta privati, professionisti e imprese nella gestione di:

    • Modello 730;
    • Modello Redditi Persone Fisiche;
    • detrazioni fiscali;
    • deduzioni;
    • crediti d’imposta;
    • bonus edilizi;
    • pianificazione fiscale;
    • consulenza tributaria.

    I nostri commercialisti verificano tutte le agevolazioni spettanti per consentire ai clienti di beneficiare di ogni risparmio fiscale previsto dalla normativa.


    Conclusioni

    La Dichiarazione dei Redditi 2026 offre numerose opportunità di risparmio fiscale attraverso detrazioni, deduzioni e crediti d’imposta.

    Conoscere correttamente le agevolazioni disponibili e predisporre tutta la documentazione necessaria permette di compilare la dichiarazione in modo corretto, ridurre il carico fiscale ed evitare contestazioni future.


    Vuoi verificare se stai sfruttando tutte le agevolazioni fiscali disponibili?

    Il team di BPlanning può analizzare la tua situazione fiscale, individuare tutte le detrazioni e deduzioni spettanti e assisterti nella compilazione della Dichiarazione dei Redditi 2026, aiutandoti a ottimizzare legalmente il tuo carico fiscale.

    Per approfondire la verifica delle agevolazioni nella dichiarazione dei redditi, scopri i servizi BPlanning di contabilità e assistenza fiscale.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Come si distinguono detrazioni, deduzioni e crediti d’imposta?

    Prima di analizzare le singole agevolazioni è importante distinguere i principali strumenti fiscali.

    Le detrazioni riducono direttamente l’imposta da pagare.

    Nella maggior parte dei casi la percentuale è pari al:

    19%

    ma esistono numerose eccezioni previste dalla normativa.

    Le deduzioni agiscono prima del calcolo dell’IRPEF.

    In pratica riducono il reddito imponibile su cui vengono calcolate le imposte.

    I crediti d’imposta riducono direttamente l’imposta netta dovuta.

    In alcuni casi possono essere:

    • riportati negli anni successivi;
    • compensati;
    • utilizzati secondo specifiche modalità previste dalla legge.

    Quali limitazioni per redditi elevati illustra la guida 2026?

    Tra le principali novità della dichiarazione 2026 vi è il riordino delle detrazioni per i contribuenti con reddito superiore a:

    75.000 euro

    La normativa introduce limiti complessivi parametrati anche alla composizione del nucleo familiare.

    Restano comunque escluse da tali limitazioni alcune spese particolarmente rilevanti, come quelle sanitarie.

    Quali documenti sono importanti per le spese sanitarie?

    Le spese sanitarie rappresentano una delle detrazioni più utilizzate.

    Sono comprese, tra le altre:

    • visite mediche;
    • analisi cliniche;
    • farmaci;
    • dispositivi medici;
    • interventi chirurgici;
    • prestazioni specialistiche.

    La detrazione ordinaria è pari al:

    19%

    sulla parte che supera la franchigia prevista dalla legge.

    È fondamentale verificare anche la corretta tracciabilità dei pagamenti, salvo le eccezioni previste dalla normativa.

    Perché conservare la documentazione delle spese agevolate?

    Per tutte le agevolazioni fiscali è essenziale conservare:

    • fatture;
    • ricevute;
    • bonifici parlanti;
    • certificazioni;
    • documentazione tecnica;
    • contratti;
    • ricevute dei pagamenti tracciabili.

    Una corretta archiviazione consente di affrontare con serenità eventuali controlli dell’Agenzia delle Entrate.

  • Iperammortamento 2026: chi può rilasciare la certificazione contabile e quali requisiti deve avere il revisore

    Iperammortamento 2026: scopri chi può rilasciare la certificazione contabile, i requisiti del revisore, le incompatibilità professionali e le regole previste dalla normativa.

    Iperammortamento 2026: attenzione alla certificazione contabile

    Con la reintroduzione dell’iperammortamento nella Legge di Bilancio 2026 torna una delle agevolazioni più interessanti per le imprese che investono in innovazione e trasformazione digitale.

    Una delle principali novità rispetto alla disciplina originaria riguarda però l’introduzione di un obbligo aggiuntivo: la certificazione contabile delle spese agevolabili.

    La scelta del professionista incaricato non è un semplice adempimento formale. La normativa prevede infatti specifici requisiti di indipendenza e professionalità che devono essere rispettati per evitare contestazioni e possibili irregolarità.

    Vediamo chi può rilasciare la certificazione e quali aspetti devono essere valutati.


    Cos’è l’iperammortamento 2026

    L’iperammortamento è un’agevolazione fiscale reintrodotta dalla Legge n. 199/2025 (Legge di Bilancio 2026) che consente alle imprese di maggiorare fiscalmente il costo di determinati investimenti.

    L’incentivo riguarda principalmente:

    • beni materiali strumentali nuovi;
    • beni immateriali funzionali alla trasformazione digitale;
    • investimenti riconducibili al nuovo Piano Transizione 5.0;
    • beni destinati all’innovazione tecnologica.

    L’obiettivo è incentivare la competitività delle imprese attraverso investimenti in digitalizzazione e innovazione.


    La principale novità: la certificazione contabile

    A differenza delle precedenti versioni dell’iperammortamento, la disciplina 2026 richiede una specifica certificazione contabile.

    La certificazione deve attestare:

    • l’effettivo sostenimento delle spese;
    • la corrispondenza tra investimenti effettuati e documentazione contabile;
    • la correttezza dei dati utilizzati ai fini dell’agevolazione.

    Si tratta quindi di un controllo fondamentale per accedere al beneficio fiscale.


    Chi può rilasciare la certificazione

    La normativa individua con precisione i soggetti abilitati.

    Possono rilasciare la certificazione:

    • revisori legali dei conti;
    • società di revisione legale;
    • soggetti iscritti nella Sezione A del Registro dei Revisori Legali.

    È inoltre necessario che il professionista disponga di un’adeguata copertura assicurativa per lo svolgimento dell’incarico.


    Imprese già soggette a revisione legale

    Quando l’impresa dispone già di:

    • revisore unico;
    • collegio sindacale con revisione;
    • società di revisione,

    la certificazione viene normalmente rilasciata dal soggetto già incaricato della revisione legale dei conti.

    In questo caso il procedimento risulta generalmente più semplice.


    Imprese senza revisore

    Le imprese non obbligate alla revisione legale devono invece incaricare un revisore esterno.

    Il professionista scelto deve essere:

    • iscritto nella Sezione A del Registro dei Revisori Legali;
    • indipendente rispetto all’impresa;
    • in possesso dei requisiti previsti dalla normativa.

    Non tutti i revisori possono quindi assumere l’incarico.


    L’indipendenza del revisore

    Uno degli aspetti più delicati riguarda il principio di indipendenza.

    Il revisore deve poter svolgere il proprio lavoro con:

    • autonomia;
    • obiettività;
    • assenza di conflitti di interesse.

    L’indipendenza deve esistere sia nella sostanza sia nella percezione da parte di soggetti terzi.

    Si tratta di uno dei principi cardine della revisione legale.


    Quando il commercialista potrebbe non essere idoneo

    Un tema particolarmente importante riguarda il rapporto tra impresa e commercialista abituale.

    In molti casi il professionista che segue ordinariamente l’azienda:

    • tiene la contabilità;
    • redige il bilancio;
    • gestisce le scritture contabili;
    • assiste negli investimenti agevolati.

    In tali situazioni potrebbe venir meno il requisito dell’indipendenza.

    Il revisore finirebbe infatti per certificare attività professionali svolte direttamente da lui stesso, con conseguente rischio di incompatibilità.


    Rapporti professionali continuativi

    Anche un rapporto professionale consolidato nel tempo può rappresentare un elemento da valutare.

    Occorre considerare:

    • durata della collaborazione;
    • continuità dell’incarico;
    • dipendenza economica dal cliente;
    • possibili conflitti di interesse.

    Ogni situazione deve essere analizzata attentamente prima dell’accettazione dell’incarico.


    Quando la certificazione potrebbe essere compatibile

    Esistono tuttavia situazioni nelle quali il professionista potrebbe mantenere i requisiti di indipendenza.

    Ad esempio in presenza di:

    • consulenze occasionali;
    • pareri professionali;
    • assistenza in contenziosi;
    • attività che non incidono sulla formazione del bilancio.

    In questi casi è comunque necessario effettuare una preventiva valutazione del rischio e documentare adeguatamente le verifiche svolte.


    I principi da rispettare

    Il revisore deve operare nel rispetto della normativa sulla revisione legale e dei principi etici professionali.

    Tra gli aspetti fondamentali rientrano:

    • integrità;
    • obiettività;
    • indipendenza mentale;
    • indipendenza percepita da soggetti terzi;
    • assenza di condizionamenti.

    Il rispetto di tali principi rappresenta uno degli elementi essenziali della certificazione.


    Perché è importante scegliere il professionista corretto

    Una certificazione rilasciata da un soggetto privo dei necessari requisiti potrebbe comportare:

    • contestazioni sull’agevolazione;
    • verifiche da parte dell’Amministrazione Finanziaria;
    • recupero del beneficio fiscale;
    • responsabilità professionali.

    Per questo motivo la scelta del revisore non dovrebbe essere effettuata esclusivamente sulla base di criteri economici.


    Come prepararsi alla certificazione

    Prima della richiesta è opportuno predisporre tutta la documentazione relativa agli investimenti.

    Tra i documenti normalmente necessari:

    • fatture;
    • contratti;
    • documentazione tecnica;
    • registrazioni contabili;
    • pagamenti;
    • documentazione relativa ai beni agevolati.

    Una documentazione completa facilita il lavoro del revisore e riduce i tempi di certificazione.


    BPlanning: consulenza su iperammortamento e incentivi agli investimenti

    BPlanning affianca imprese e imprenditori nella gestione di:

    • iperammortamento 2026;
    • Piano Transizione 5.0;
    • incentivi agli investimenti;
    • pianificazione fiscale;
    • certificazioni contabili;
    • revisione legale;
    • consulenza societaria;
    • agevolazioni fiscali per imprese.

    Il nostro team di commercialisti e professionisti supporta le aziende nella verifica dei requisiti, nella predisposizione della documentazione e nella corretta gestione delle agevolazioni previste dalla normativa.


    Conclusioni

    L’iperammortamento 2026 rappresenta un’importante opportunità per le imprese che investono in innovazione.

    L’introduzione della certificazione contabile rende però fondamentale una corretta pianificazione dell’intero procedimento.

    La scelta del revisore deve rispettare rigorosi requisiti di indipendenza e professionalità, evitando situazioni di conflitto di interesse che potrebbero compromettere la validità della certificazione e la fruizione del beneficio fiscale.


    Vuoi verificare se il tuo investimento può beneficiare dell’iperammortamento 2026?

    Il team di BPlanning può analizzare il tuo progetto, verificare i requisiti previsti dalla normativa e affiancarti nella gestione della certificazione contabile e di tutti gli adempimenti necessari per accedere correttamente all’agevolazione fiscale.

    Per approfondire la documentazione contabile richiesta per gli investimenti agevolati, scopri i servizi BPlanning di contabilità e assistenza fiscale.

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «La principale novità: la certificazione contabile», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Il Metodo BPlanning confronta struttura, utili, costi, investimenti e operazioni previste per costruire un piano fiscale lecito e documentato, dopo avere verificato gli strumenti effettivamente applicabili. Scopri Pianificazione fiscale.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Quale funzione ha la certificazione contabile dell’investimento?

    A differenza delle precedenti versioni dell’iperammortamento, la disciplina 2026 richiede una specifica certificazione contabile.

    La certificazione deve attestare:

    • l’effettivo sostenimento delle spese;
    • la corrispondenza tra investimenti effettuati e documentazione contabile;
    • la correttezza dei dati utilizzati ai fini dell’agevolazione.

    Si tratta quindi di un controllo fondamentale per accedere al beneficio fiscale.

    Chi può rilasciarla secondo la disciplina descritta?

    La normativa individua con precisione i soggetti abilitati.

    Possono rilasciare la certificazione:

    • revisori legali dei conti;
    • società di revisione legale;
    • soggetti iscritti nella Sezione A del Registro dei Revisori Legali.

    È inoltre necessario che il professionista disponga di un’adeguata copertura assicurativa per lo svolgimento dell’incarico.

    Perché va verificata l’indipendenza del revisore?

    Uno degli aspetti più delicati riguarda il principio di indipendenza.

    Il revisore deve poter svolgere il proprio lavoro con:

    • autonomia;
    • obiettività;
    • assenza di conflitti di interesse.

    L’indipendenza deve esistere sia nella sostanza sia nella percezione da parte di soggetti terzi.

    Si tratta di uno dei principi cardine della revisione legale.

    Un incarico contabile continuativo può incidere sull’idoneità?

    Un tema particolarmente importante riguarda il rapporto tra impresa e commercialista abituale.

    In molti casi il professionista che segue ordinariamente l’azienda:

    • tiene la contabilità;
    • redige il bilancio;
    • gestisce le scritture contabili;
    • assiste negli investimenti agevolati.

    In tali situazioni potrebbe venir meno il requisito dell’indipendenza.

    Il revisore finirebbe infatti per certificare attività professionali svolte direttamente da lui stesso, con conseguente rischio di incompatibilità.

    Quali documenti deve preparare l’impresa per la certificazione?

    Prima della richiesta è opportuno predisporre tutta la documentazione relativa agli investimenti.

    Tra i documenti normalmente necessari:

    • fatture;
    • contratti;
    • documentazione tecnica;
    • registrazioni contabili;
    • pagamenti;
    • documentazione relativa ai beni agevolati.

    Una documentazione completa facilita il lavoro del revisore e riduce i tempi di certificazione.

  • Bonus Assunzioni 2026: attenzione all’obbligo di evidenza contabile separata

    Bonus Giovani, Bonus Donne e Bonus ZES 2026: scopri cos’è l’evidenza contabile separata, quando è obbligatoria, come gestirla e quali controlli effettuano INPS e Registro Nazionale Aiuti di Stato.

    Bonus Assunzioni 2026: non basta ottenere l’incentivo, occorre dimostrarne la corretta gestione

    I Bonus Giovani, Bonus Donne e Bonus ZES rappresentano tra le agevolazioni più importanti introdotte nel 2026 per favorire nuove assunzioni e ridurre il costo del lavoro.

    Molte aziende, però, si concentrano esclusivamente sulla richiesta del beneficio, trascurando un aspetto fondamentale previsto dall’INPS:

    l’obbligo di mantenere un’evidenza contabile separata degli esoneri contributivi fruiti.

    Si tratta di un requisito spesso sottovalutato ma essenziale in caso di controlli successivi.

    Vediamo cosa prevede la normativa e come organizzarsi correttamente.


    I Bonus interessati

    L’obbligo riguarda tutte le principali agevolazioni introdotte dal Decreto-Legge n. 62/2026:

    • Bonus Giovani 2026;
    • Bonus Donne 2026;
    • Bonus ZES 2026.

    Le domande vengono presentate attraverso il Portale delle Agevolazioni INPS (ex DiResCo) mediante dichiarazioni sostitutive rese direttamente dal datore di lavoro.


    Perché l’evidenza contabile è così importante

    Quando un’impresa beneficia di un aiuto pubblico assume una serie di responsabilità.

    Tra queste rientra la possibilità di dimostrare in qualsiasi momento:

    • l’importo dell’agevolazione ottenuta;
    • il corretto utilizzo dello sgravio;
    • il rispetto delle condizioni previste dalla legge;
    • la tracciabilità dell’intero beneficio.

    Per questo motivo l’INPS richiede che ogni incentivo sia facilmente identificabile nella contabilità aziendale.


    Cosa significa evidenza contabile separata

    Non significa necessariamente tenere una contabilità completamente distinta.

    L’obiettivo è consentire agli organi di controllo di ricostruire rapidamente:

    • contributi teoricamente dovuti;
    • contributi effettivamente versati;
    • importo dello sgravio utilizzato;
    • lavoratori interessati;
    • periodo di fruizione;
    • registrazioni contabili collegate.

    La ricostruzione deve essere semplice, immediata e documentabile.


    Le autodichiarazioni richieste dall’INPS

    Nel momento in cui presenta la domanda il datore di lavoro dichiara, sotto la propria responsabilità, di rispettare numerosi requisiti.

    Tra i principali:

    • possesso dei requisiti previsti dalla normativa;
    • regolarità contributiva (DURC);
    • rispetto della disciplina sugli aiuti di Stato;
    • incremento occupazionale netto;
    • applicazione del corretto trattamento economico previsto dal CCNL;
    • conservazione della documentazione;
    • istituzione di un fascicolo elettronico dedicato;
    • evidenza contabile separata degli esoneri.

    Queste dichiarazioni possono essere oggetto di verifica successiva.


    Come organizzare correttamente la contabilità

    La soluzione più semplice consiste nell’utilizzare un piano dei conti che distingua chiaramente ogni incentivo.

    Ad esempio:

    • Contributi previdenziali;
    • Esonero Bonus Giovani;
    • Esonero Bonus Donne;
    • Esonero Bonus ZES.

    In questo modo ogni agevolazione risulta immediatamente identificabile.


    I software paghe possono già aiutare

    La maggior parte dei software utilizzati dagli studi professionali e dalle aziende genera automaticamente una nota contabile dedicata agli incentivi.

    In molti casi vengono evidenziati separatamente:

    • imponibile previdenziale;
    • contributi teorici;
    • contributi agevolati;
    • importo dello sgravio.

    Ciò facilita notevolmente la gestione documentale e gli eventuali controlli.


    Quali documenti conviene conservare

    Per ogni lavoratore agevolato è consigliabile predisporre un fascicolo elettronico contenente:

    • domanda presentata all’INPS;
    • autorizzazione ricevuta;
    • contratto di lavoro;
    • documentazione sul requisito di accesso;
    • cedolini paga;
    • note contabili;
    • flussi UniEmens;
    • prospetti degli esoneri;
    • eventuale documentazione relativa agli aiuti di Stato.

    Una documentazione completa semplifica qualsiasi verifica ispettiva.


    Tracciabilità e Registro Nazionale Aiuti di Stato

    Le agevolazioni devono essere coerenti con:

    • Registro Nazionale Aiuti di Stato (RNA);
    • scritture contabili;
    • flussi UniEmens;
    • documentazione aziendale.

    La perfetta corrispondenza tra questi elementi rappresenta uno degli aspetti maggiormente verificati dagli enti di controllo.


    Esempio pratico

    Immaginiamo un’azienda che assuma un giovane beneficiando del Bonus Giovani 2026.

    Se i contributi previdenziali teorici a carico del datore di lavoro sono pari a:

    650 euro

    la contabilità dovrebbe evidenziare separatamente:

    • contributi ordinari;
    • esonero Bonus Giovani;
    • importo effettivamente risparmiato.

    In questo modo sarà sempre possibile ricostruire con precisione il beneficio utilizzato mese per mese.


    Errori da evitare

    Tra gli errori più frequenti troviamo:

    • mancata separazione degli incentivi nella contabilità;
    • documentazione incompleta;
    • assenza del fascicolo elettronico;
    • mancata riconciliazione con UniEmens;
    • registrazioni poco chiare;
    • impossibilità di ricostruire il beneficio in caso di controllo.

    Una corretta organizzazione amministrativa evita contestazioni e recuperi contributivi.


    BPlanning: consulenza su Bonus Assunzioni e gestione degli incentivi

    BPlanning affianca imprese e datori di lavoro nella gestione di:

    • Bonus Giovani 2026;
    • Bonus Donne 2026;
    • Bonus ZES 2026;
    • consulenza del lavoro;
    • pratiche INPS;
    • aiuti di Stato;
    • gestione UniEmens;
    • organizzazione amministrativa;
    • controllo della documentazione contributiva.

    Il nostro team di consulenti del lavoro supporta le aziende nella corretta gestione degli incentivi, predisponendo procedure conformi alla normativa e riducendo il rischio di contestazioni.


    Conclusioni

    I Bonus Assunzioni 2026 rappresentano un’importante opportunità per ridurre il costo del lavoro, ma comportano anche specifici obblighi documentali.

    L’evidenza contabile separata non è un semplice adempimento formale: costituisce uno degli strumenti principali attraverso cui l’INPS verifica la corretta fruizione degli incentivi.

    Predisporre una contabilità chiara, conservare tutta la documentazione e organizzare correttamente il fascicolo elettronico permette alle imprese di affrontare eventuali controlli con maggiore serenità e sicurezza.


    Vuoi verificare se la tua azienda gestisce correttamente i Bonus Assunzioni 2026?

    Il team di BPlanning può aiutarti a controllare la documentazione, organizzare la contabilità degli incentivi e predisporre tutte le procedure necessarie per rispettare gli obblighi previsti dall’INPS e dalla normativa sugli aiuti di Stato.

    Per approfondire gli adempimenti collegati ai bonus assunzioni, scopri i servizi BPlanning di paghe e consulenza del lavoro.

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Perché l’evidenza contabile è importante negli incentivi assunzionali?

    Quando un’impresa beneficia di un aiuto pubblico assume una serie di responsabilità.

    Tra queste rientra la possibilità di dimostrare in qualsiasi momento:

    • l’importo dell’agevolazione ottenuta;
    • il corretto utilizzo dello sgravio;
    • il rispetto delle condizioni previste dalla legge;
    • la tracciabilità dell’intero beneficio.

    Per questo motivo l’INPS richiede che ogni incentivo sia facilmente identificabile nella contabilità aziendale.

    Che cosa significa evidenza contabile separata?

    Non significa necessariamente tenere una contabilità completamente distinta.

    L’obiettivo è consentire agli organi di controllo di ricostruire rapidamente:

    • contributi teoricamente dovuti;
    • contributi effettivamente versati;
    • importo dello sgravio utilizzato;
    • lavoratori interessati;
    • periodo di fruizione;
    • registrazioni contabili collegate.

    La ricostruzione deve essere semplice, immediata e documentabile.

    Quali autodichiarazioni dell’azienda richiama la guida?

    Nel momento in cui presenta la domanda il datore di lavoro dichiara, sotto la propria responsabilità, di rispettare numerosi requisiti.

    Tra i principali:

    • possesso dei requisiti previsti dalla normativa;
    • regolarità contributiva (DURC);
    • rispetto della disciplina sugli aiuti di Stato;
    • incremento occupazionale netto;
    • applicazione del corretto trattamento economico previsto dal CCNL;
    • conservazione della documentazione;
    • istituzione di un fascicolo elettronico dedicato;
    • evidenza contabile separata degli esoneri.

    Queste dichiarazioni possono essere oggetto di verifica successiva.

    Quali documenti conviene conservare sull’incentivo?

    La maggior parte dei software utilizzati dagli studi professionali e dalle aziende genera automaticamente una nota contabile dedicata agli incentivi.

    In molti casi vengono evidenziati separatamente:

    • imponibile previdenziale;
    • contributi teorici;
    • contributi agevolati;
    • importo dello sgravio.

    Ciò facilita notevolmente la gestione documentale e gli eventuali controlli.

    Come si collega la tracciabilità al Registro Nazionale Aiuti?

    Per ogni lavoratore agevolato è consigliabile predisporre un fascicolo elettronico contenente:

    • domanda presentata all’INPS;
    • autorizzazione ricevuta;
    • contratto di lavoro;
    • documentazione sul requisito di accesso;
    • cedolini paga;
    • note contabili;
    • flussi UniEmens;
    • prospetti degli esoneri;
    • eventuale documentazione relativa agli aiuti di Stato.

    Una documentazione completa semplifica qualsiasi verifica ispettiva.