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  • INPS: nuovo Sportello Online per la Malattia a Pagamento Diretto, dal 1° luglio addio al modello SR188

    Dal 1° luglio 2026 l’INPS introduce lo Sportello Malattia online. Scopri chi deve utilizzarlo, come funziona, come richiedere il pagamento diretto dell’indennità e cosa cambia con l’abolizione del modello SR188.

    Nuovo Sportello Malattia INPS: dal 1° luglio 2026 la richiesta diventa completamente digitale

    L’INPS continua il processo di digitalizzazione dei propri servizi introducendo una nuova procedura dedicata ai lavoratori che ricevono direttamente dall’Istituto l’indennità economica di malattia.

    Dal 1° luglio 2026 è infatti operativo il nuovo Sportello Malattia a Pagamento Diretto, una piattaforma online che sostituisce definitivamente il modello cartaceo SR188.

    L’obiettivo è semplificare le procedure, velocizzare la gestione delle pratiche e ridurre gli adempimenti burocratici per lavoratori e operatori.

    Vediamo nel dettaglio cosa cambia.


    Cosa cambia dal 1° luglio 2026

    La principale novità riguarda l’eliminazione definitiva del modello cartaceo.

    Dal 1° luglio 2026:

    • il modello SR188 non può più essere utilizzato;
    • tutte le comunicazioni devono avvenire esclusivamente online;
    • la procedura diventa completamente digitale.

    Le informazioni necessarie per ottenere il pagamento diretto dell’indennità di malattia devono quindi essere trasmesse attraverso il nuovo servizio telematico INPS.


    Cos’è lo Sportello Malattia a Pagamento Diretto

    Si tratta di una nuova piattaforma online che consente ai lavoratori di inviare all’INPS tutte le informazioni necessarie per la liquidazione dell’indennità di malattia.

    Grazie al nuovo sistema è possibile:

    • compilare la richiesta online;
    • trasmettere la documentazione;
    • verificare i dati inseriti;
    • consultare le pratiche già inviate;
    • modificare o annullare le comunicazioni, quando consentito.

    L’intero procedimento viene gestito in modalità digitale.


    Chi deve utilizzare il nuovo servizio

    Lo Sportello Malattia è destinato ai lavoratori dipendenti del settore privato che ricevono direttamente dall’INPS l’indennità economica di malattia.

    Tra i principali destinatari rientrano:

    • lavoratori dello spettacolo con contratto a termine;
    • operai agricoli a tempo determinato;
    • operai agricoli a prestazione;
    • lavoratori disoccupati che conservano il diritto all’indennità;
    • lavoratori sospesi nei casi previsti dalla normativa.

    Per questi soggetti il pagamento non viene anticipato dal datore di lavoro ma direttamente dall’INPS.


    Come accedere allo Sportello Malattia

    Il servizio è disponibile sul portale INPS.

    L’accesso può avvenire mediante:

    • SPID di livello 2 o superiore;
    • Carta d’Identità Elettronica (CIE);
    • Carta Nazionale dei Servizi (CNS);
    • credenziali eIDAS.

    Una volta effettuato l’accesso, il lavoratore viene guidato nella compilazione della domanda.


    Come funziona la procedura

    Il sistema accompagna l’utente attraverso una serie di passaggi.

    Tra le principali informazioni richieste troviamo:

    • dati anagrafici;
    • informazioni sull’evento di malattia;
    • posizione lavorativa;
    • modalità di pagamento;
    • eventuali documenti allegati;
    • riepilogo finale prima dell’invio.

    Una volta trasmessa, la pratica viene acquisita automaticamente dai sistemi informatici dell’INPS.


    Certificato medico: cosa succede

    Nella maggior parte dei casi il sistema recupera automaticamente il certificato medico trasmesso dal medico curante.

    Qualora ciò non avvenga, il lavoratore può inserire manualmente:

    • numero del certificato;
    • riferimenti identificativi della certificazione sanitaria.

    In questo modo la pratica può comunque essere completata.


    Coordinate bancarie e pagamento

    Per effettuare il pagamento dell’indennità l’INPS recupera automaticamente le coordinate bancarie presenti nel proprio archivio.

    Se l’IBAN risulta:

    • mancante;
    • errato;
    • non aggiornato;

    il lavoratore dovrà provvedere all’aggiornamento prima dell’invio definitivo della richiesta.

    Una corretta gestione delle coordinate bancarie evita ritardi nella liquidazione dell’indennità.


    Invio di documenti aggiuntivi

    La nuova piattaforma permette anche di allegare eventuale documentazione integrativa.

    Ad esempio:

    • documenti richiesti dall’INPS;
    • certificazioni integrative;
    • altra documentazione utile alla definizione della pratica.

    Tutto il materiale viene trasmesso direttamente online.


    Consultazione delle pratiche

    Dopo l’invio il lavoratore può accedere alla propria area riservata per:

    • consultare le richieste già presentate;
    • verificare lo stato della pratica;
    • modificare alcune informazioni;
    • annullare le comunicazioni quando previsto.

    Questo consente una gestione molto più semplice rispetto alla precedente procedura cartacea.


    I vantaggi della nuova procedura

    L’introduzione dello Sportello Malattia comporta numerosi benefici.

    Tra i principali:

    • eliminazione del cartaceo;
    • riduzione dei tempi di lavorazione;
    • maggiore tracciabilità delle pratiche;
    • gestione completamente online;
    • aggiornamento immediato dei dati;
    • minore rischio di errori materiali.

    La digitalizzazione migliora sia l’esperienza del lavoratore sia l’efficienza amministrativa dell’INPS.


    Cosa fare dal 1° luglio 2026

    Chi deve richiedere il pagamento diretto dell’indennità di malattia dovrà:

    • verificare il corretto invio del certificato medico;
    • accedere allo Sportello Malattia INPS;
    • compilare la richiesta online;
    • controllare le coordinate bancarie;
    • allegare eventuali documenti richiesti;
    • inviare telematicamente la pratica.

    L’utilizzo del vecchio modello SR188 non è più consentito.


    BPlanning: assistenza per pratiche INPS e consulenza del lavoro

    BPlanning supporta aziende, lavoratori e professionisti nella gestione di:

    • pratiche INPS;
    • indennità di malattia;
    • consulenza del lavoro;
    • gestione del personale;
    • adempimenti previdenziali;
    • pratiche telematiche;
    • welfare aziendale;
    • assistenza amministrativa.

    Il nostro team di consulenti del lavoro è a disposizione per assistere imprese e lavoratori nella corretta gestione delle nuove procedure digitali introdotte dall’INPS.


    Conclusioni

    Con il nuovo Sportello Malattia a Pagamento Diretto, l’INPS compie un ulteriore passo verso la completa digitalizzazione dei servizi previdenziali.

    Dal 1° luglio 2026 tutte le richieste di pagamento diretto dell’indennità di malattia devono essere presentate esclusivamente online, mentre il modello SR188 viene definitivamente eliminato.

    Una corretta compilazione della procedura e la verifica preventiva dei dati consentono di ridurre i tempi di lavorazione ed evitare ritardi nella liquidazione dell’indennità.


    Devi richiedere l’indennità di malattia o gestire pratiche INPS per la tua azienda?

    Il team di BPlanning può assisterti nella gestione delle pratiche previdenziali, degli adempimenti INPS e delle procedure digitali, garantendo supporto rapido, preciso e conforme alla normativa vigente.

    Per approfondire gli adempimenti del personale relativi alla malattia, scopri i servizi BPlanning di paghe e consulenza del lavoro.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Che cos’è lo Sportello Malattia a Pagamento Diretto?

    Si tratta di una nuova piattaforma online che consente ai lavoratori di inviare all’INPS tutte le informazioni necessarie per la liquidazione dell’indennità di malattia.

    Grazie al nuovo sistema è possibile:

    • compilare la richiesta online;
    • trasmettere la documentazione;
    • verificare i dati inseriti;
    • consultare le pratiche già inviate;
    • modificare o annullare le comunicazioni, quando consentito.

    L’intero procedimento viene gestito in modalità digitale.

    Quali soggetti devono utilizzare il servizio descritto?

    Lo Sportello Malattia è destinato ai lavoratori dipendenti del settore privato che ricevono direttamente dall’INPS l’indennità economica di malattia.

    Tra i principali destinatari rientrano:

    • lavoratori dello spettacolo con contratto a termine;
    • operai agricoli a tempo determinato;
    • operai agricoli a prestazione;
    • lavoratori disoccupati che conservano il diritto all’indennità;
    • lavoratori sospesi nei casi previsti dalla normativa.

    Per questi soggetti il pagamento non viene anticipato dal datore di lavoro ma direttamente dall’INPS.

    Come si accede allo sportello INPS illustrato?

    Il servizio è disponibile sul portale INPS.

    L’accesso può avvenire mediante:

    • SPID di livello 2 o superiore;
    • Carta d’Identità Elettronica (CIE);
    • Carta Nazionale dei Servizi (CNS);
    • credenziali eIDAS.

    Una volta effettuato l’accesso, il lavoratore viene guidato nella compilazione della domanda.

    Quali dati bancari servono per il pagamento?

    Nella maggior parte dei casi il sistema recupera automaticamente il certificato medico trasmesso dal medico curante.

    Qualora ciò non avvenga, il lavoratore può inserire manualmente:

    • numero del certificato;
    • riferimenti identificativi della certificazione sanitaria.

    In questo modo la pratica può comunque essere completata.

    Come vengono inviati eventuali documenti aggiuntivi?

    La nuova piattaforma permette anche di allegare eventuale documentazione integrativa.

    Ad esempio:

    • documenti richiesti dall’INPS;
    • certificazioni integrative;
    • altra documentazione utile alla definizione della pratica.

    Tutto il materiale viene trasmesso direttamente online.

  • Affitti Brevi 2026: tutte le scadenze fiscali di giugno per proprietari, host e property manager

    Affitti brevi 2026: scopri le tre principali scadenze fiscali di giugno, gli obblighi per proprietari e intermediari, la cedolare secca e le novità sulla tassazione.

    Affitti Brevi 2026: giugno è il mese chiave per gli adempimenti fiscali

    Per chi gestisce immobili destinati agli affitti brevi, il mese di giugno rappresenta uno dei momenti più importanti dell’anno fiscale.

    Proprietari, host, property manager, agenzie immobiliari e portali come Airbnb e Booking devono infatti rispettare tre differenti scadenze che riguardano versamenti, comunicazioni e dichiarazioni fiscali.

    Una gestione corretta degli adempimenti permette di evitare sanzioni e contestazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate.

    Vediamo nel dettaglio quali sono le principali scadenze e cosa occorre fare.


    Cosa si intende per affitto breve

    La disciplina delle locazioni brevi riguarda i contratti:

    • di immobili ad uso abitativo;
    • situati in Italia;
    • con durata non superiore a 30 giorni;
    • stipulati da persone fisiche;
    • al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa.

    Possono essere compresi anche alcuni servizi accessori, come:

    • fornitura di biancheria;
    • pulizia dell’immobile.

    La presenza di tali servizi non trasforma automaticamente l’attività in struttura ricettiva.


    Le tre scadenze fiscali di giugno 2026

    Nel mese di giugno devono essere monitorati tre diversi adempimenti.

    16 giugno 2026

    Versamento delle ritenute operate dagli intermediari.


    30 giugno 2026

    Versamento del saldo 2025 e del primo acconto 2026 da parte dei proprietari.


    30 giugno 2026

    Comunicazione annuale dei contratti di locazione breve da parte degli intermediari.

    Ogni adempimento coinvolge soggetti differenti e richiede verifiche specifiche.


    Prima scadenza: 16 giugno 2026

    Versamento delle ritenute sugli affitti brevi

    L’obbligo riguarda:

    • agenzie immobiliari;
    • property manager;
    • portali telematici;
    • intermediari che intervengono nell’incasso dei canoni.

    Quando l’intermediario incassa il canone per conto del proprietario deve applicare una:

    ritenuta del 21%

    sull’importo lordo del canone.

    Il versamento deve essere effettuato tramite modello F24 utilizzando il relativo codice tributo previsto dall’Agenzia delle Entrate.


    La ritenuta non sostituisce l’imposta del proprietario

    È importante ricordare che la ritenuta:

    • non rappresenta l’imposta definitiva;
    • costituisce generalmente un acconto;
    • dovrà essere considerata nella dichiarazione dei redditi del proprietario.

    Per questo motivo è fondamentale ricostruire correttamente:

    • importo lordo del canone;
    • commissioni del portale;
    • somme effettivamente accreditate;
    • ritenute già versate.

    Seconda scadenza: 30 giugno 2026

    Saldo 2025 e primo acconto 2026

    Il secondo importante appuntamento riguarda i proprietari degli immobili.

    Entro questa data occorre versare:

    • saldo delle imposte relative al 2025;
    • primo acconto per il 2026.

    Il versamento riguarda:

    • IRPEF ordinaria;
    • oppure cedolare secca.

    La scelta dipende dal regime fiscale applicato.


    Attenzione alla proroga per partite IVA

    Per alcuni contribuenti è prevista una diversa scadenza.

    Possono beneficiare della proroga:

    • soggetti ISA;
    • contribuenti forfettari;
    • titolari di partita IVA interessati dal Decreto-Legge n. 89/2026.

    Per tali soggetti i versamenti possono essere effettuati:

    • entro il 20 luglio 2026 senza maggiorazioni;
    • oppure entro il 20 agosto 2026 con maggiorazione dello 0,80%.

    Per i proprietari privi di partita IVA resta invece la scadenza ordinaria del 30 giugno, con possibilità di differimento nei termini previsti dalla normativa.


    Cedolare secca: attenzione alle nuove aliquote

    Dal 2026 è necessario prestare particolare attenzione alla tassazione degli affitti brevi.

    In linea generale:

    • il 21% può essere applicato a un solo immobile destinato a locazione breve;
    • per gli altri immobili si applica l’aliquota del 26%.

    La scelta dell’immobile da assoggettare all’aliquota ridotta deve essere effettuata con attenzione.

    Una corretta pianificazione può infatti ridurre sensibilmente il carico fiscale complessivo.


    Quando gli affitti brevi diventano attività d’impresa

    Uno degli aspetti più delicati riguarda la qualificazione dell’attività.

    Occorre valutare diversi elementi:

    • numero degli immobili gestiti;
    • continuità dell’attività;
    • servizi offerti;
    • presenza di personale;
    • organizzazione imprenditoriale;
    • utilizzo di property manager.

    Quando l’attività assume caratteristiche imprenditoriali possono cambiare completamente gli obblighi fiscali.

    In tali casi potrebbe essere necessario:

    • aprire una partita IVA;
    • adottare una diversa forma di tassazione;
    • rispettare ulteriori adempimenti contabili.

    Terza scadenza: 30 giugno 2026

    Comunicazione annuale dei contratti

    Sempre entro il 30 giugno gli intermediari devono trasmettere all’Agenzia delle Entrate i dati relativi ai contratti conclusi nel:

    2025

    L’obbligo riguarda:

    • agenzie immobiliari;
    • property manager;
    • portali telematici;
    • soggetti che intervengono nella conclusione del contratto o nella gestione dei pagamenti.

    La comunicazione rappresenta uno strumento fondamentale per i controlli dell’Amministrazione Finanziaria.


    Cosa verificare prima dell’invio

    Prima della trasmissione dei dati è opportuno controllare:

    • codice fiscale del locatore;
    • dati identificativi dell’immobile;
    • importi lordi dei canoni;
    • ritenute operate;
    • coerenza tra F24 e certificazioni;
    • annualità dei contratti comunicati.

    Una verifica preventiva riduce il rischio di errori e successive contestazioni.


    Perché è importante la riconciliazione dei dati

    Le informazioni trasmesse dagli intermediari vengono utilizzate dall’Agenzia delle Entrate per confrontare:

    • dichiarazione dei redditi del proprietario;
    • ritenute versate;
    • canoni percepiti;
    • dati dei portali telematici.

    Eventuali incongruenze possono generare controlli e richieste di chiarimenti.


    Errori da evitare

    Tra gli errori più frequenti troviamo:

    • calcolare la ritenuta sul netto anziché sul lordo;
    • dimenticare le comunicazioni annuali;
    • applicare erroneamente la cedolare secca al 21%;
    • non verificare il numero di immobili gestiti;
    • trascurare la possibile qualificazione come attività d’impresa.

    Una corretta pianificazione fiscale consente di evitare contestazioni e ottimizzare la tassazione.


    BPlanning: consulenza fiscale per affitti brevi e locazioni turistiche

    BPlanning affianca proprietari, host, property manager e investitori immobiliari nella gestione di:

    • affitti brevi;
    • locazioni turistiche;
    • cedolare secca;
    • fiscalità immobiliare;
    • dichiarazioni dei redditi;
    • gestione delle ritenute;
    • pianificazione fiscale;
    • consulenza per property manager.

    Il nostro team di commercialisti analizza ogni situazione per garantire una gestione conforme alla normativa e fiscalmente efficiente.


    Conclusioni

    Giugno rappresenta un mese particolarmente importante per chi opera nel settore degli affitti brevi.

    Le tre principali scadenze fiscali coinvolgono soggetti diversi ma richiedono un’attenta pianificazione per evitare errori, sanzioni e contestazioni.

    Particolare attenzione deve essere riservata:

    • alle ritenute operate dagli intermediari;
    • alla scelta della cedolare secca;
    • alle nuove aliquote;
    • alla possibile qualificazione dell’attività come impresa.

    Una consulenza preventiva consente di gestire correttamente tutti gli adempimenti e ottimizzare il carico fiscale.


    Gestisci affitti brevi e vuoi essere certo di rispettare tutti gli obblighi fiscali?

    Il team di BPlanning può aiutarti a verificare il corretto regime fiscale, predisporre gli adempimenti richiesti e pianificare la tassazione degli affitti brevi in modo sicuro ed efficiente.

    Per approfondire gli adempimenti fiscali delle locazioni brevi, scopri i servizi BPlanning di contabilità e assistenza fiscale.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Che cosa si intende per affitto breve?

    La disciplina delle locazioni brevi riguarda i contratti:

    • di immobili ad uso abitativo;
    • situati in Italia;
    • con durata non superiore a 30 giorni;
    • stipulati da persone fisiche;
    • al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa.

    Possono essere compresi anche alcuni servizi accessori, come:

    • fornitura di biancheria;
    • pulizia dell’immobile.

    La presenza di tali servizi non trasforma automaticamente l’attività in struttura ricettiva.

    La ritenuta dell’intermediario sostituisce ogni imposta del proprietario?

    È importante ricordare che la ritenuta:

    • non rappresenta l’imposta definitiva;
    • costituisce generalmente un acconto;
    • dovrà essere considerata nella dichiarazione dei redditi del proprietario.

    Per questo motivo è fondamentale ricostruire correttamente:

    • importo lordo del canone;
    • commissioni del portale;
    • somme effettivamente accreditate;
    • ritenute già versate.

    Quale regime della cedolare secca descrive l’articolo?

    Dal 2026 è necessario prestare particolare attenzione alla tassazione degli affitti brevi.

    In linea generale:

    • il 21% può essere applicato a un solo immobile destinato a locazione breve;
    • per gli altri immobili si applica l’aliquota del 26%.

    La scelta dell’immobile da assoggettare all’aliquota ridotta deve essere effettuata con attenzione.

    Una corretta pianificazione può infatti ridurre sensibilmente il carico fiscale complessivo.

    Quando l’attività di locazione può assumere natura imprenditoriale?

    Uno degli aspetti più delicati riguarda la qualificazione dell’attività.

    Occorre valutare diversi elementi:

    • numero degli immobili gestiti;
    • continuità dell’attività;
    • servizi offerti;
    • presenza di personale;
    • organizzazione imprenditoriale;
    • utilizzo di property manager.

    Quando l’attività assume caratteristiche imprenditoriali possono cambiare completamente gli obblighi fiscali.

    In tali casi potrebbe essere necessario:

    • aprire una partita IVA;
    • adottare una diversa forma di tassazione;
    • rispettare ulteriori adempimenti contabili.

    Quale comunicazione annuale dei contratti richiama la guida?

    Sempre entro il 30 giugno gli intermediari devono trasmettere all’Agenzia delle Entrate i dati relativi ai contratti conclusi nel:

    2025

    L’obbligo riguarda:

    • agenzie immobiliari;
    • property manager;
    • portali telematici;
    • soggetti che intervengono nella conclusione del contratto o nella gestione dei pagamenti.

    La comunicazione rappresenta uno strumento fondamentale per i controlli dell’Amministrazione Finanziaria.

  • Compravendita di Partecipazioni Sociali: Cosa Si Acquista Davvero?

    Nella compravendita di quote societarie conta il patrimonio della società? Scopri quando le garanzie contrattuali diventano decisive.

    Compravendita di Partecipazioni Sociali: Cosa Si Acquista Davvero?

    Quando si acquista una quota di una SRL o una partecipazione in una società, molti imprenditori ritengono di acquistare direttamente una parte del patrimonio aziendale.

    Dal punto di vista giuridico, però, la situazione è più complessa.

    Con la sentenza n. 1307 del 14 marzo 2025, il Tribunale di Venezia ha ribadito un principio consolidato nel diritto societario: l’oggetto immediato della compravendita è la partecipazione sociale, mentre il patrimonio della società costituisce soltanto un oggetto mediato dell’operazione.

    Una distinzione apparentemente tecnica, ma che può avere conseguenze economiche rilevantissime nelle operazioni di acquisizione e cessione di quote societarie.

    Qual è l’Oggetto della Cessione di Quote?

    Nella compravendita di partecipazioni sociali, il bene che viene trasferito non è direttamente il patrimonio della società.

    L’acquirente acquista infatti:

    • la quota sociale;
    • le azioni;
    • i diritti amministrativi;
    • i diritti patrimoniali connessi alla partecipazione.

    Il patrimonio aziendale, gli immobili, i crediti, i marchi e gli altri beni della società non vengono trasferiti direttamente all’acquirente.

    Essi rimangono di proprietà della società stessa.

    Per questo motivo si parla di:

    Oggetto immediato

    La partecipazione sociale oggetto della compravendita.

    Oggetto mediato

    La quota del valore economico della società rappresentata dalla partecipazione acquistata.

    Perché il Patrimonio Sociale Resta Comunque Centrale

    Sebbene il patrimonio della società non costituisca l’oggetto diretto del contratto, esso rappresenta spesso il principale elemento che determina il valore della partecipazione.

    Nella pratica, infatti, l’acquirente valuta:

    • bilanci;
    • utili;
    • debiti;
    • crediti;
    • immobilizzazioni;
    • flussi di cassa;
    • potenzialità di crescita.

    Tutti questi fattori incidono sulla convenienza economica dell’operazione.

    Il patrimonio sociale diventa quindi uno degli elementi fondamentali nelle trattative e nella determinazione del prezzo.

    Quando le Garanzie Contrattuali Diventano Determinanti

    Il Tribunale di Venezia evidenzia un principio particolarmente importante.

    La consistenza patrimoniale della società può assumere rilevanza giuridica quando le parti decidono di inserirla espressamente nel contratto attraverso specifiche garanzie.

    In questi casi il venditore può assumere obblighi precisi riguardanti:

    • la situazione patrimoniale della società;
    • l’assenza di passività occulte;
    • la correttezza dei bilanci;
    • la consistenza degli attivi aziendali;
    • la regolarità fiscale e contributiva;
    • la presenza o assenza di contenziosi.

    Quando tali garanzie vengono previste contrattualmente, il patrimonio sociale esce dalla mera sfera delle valutazioni economiche e assume una rilevanza giuridica diretta.

    Cosa Succede Se le Garanzie Non Sono Presenti

    In assenza di specifiche clausole contrattuali, l’acquirente potrebbe incontrare maggiori difficoltà nel contestare differenze tra il valore atteso della società e la situazione effettiva emersa successivamente all’acquisto.

    Questo perché il contratto ha come oggetto principale la partecipazione sociale e non il patrimonio sottostante.

    Di conseguenza:

    • non ogni riduzione del valore aziendale comporta automaticamente una responsabilità del venditore;
    • non ogni passività scoperta successivamente genera un diritto al risarcimento;
    • occorre valutare attentamente il contenuto del contratto sottoscritto.

    Ecco perché la fase di negoziazione assume un’importanza strategica.

    L’Importanza della Due Diligence Prima dell’Acquisto

    La sentenza richiama indirettamente l’importanza della due diligence nelle operazioni societarie.

    Prima di acquistare una partecipazione è fondamentale verificare:

    Situazione economica

    • fatturato;
    • marginalità;
    • redditività.

    Situazione patrimoniale

    • immobili;
    • beni strumentali;
    • disponibilità finanziarie.

    Situazione debitoria

    • esposizioni bancarie;
    • debiti fiscali;
    • debiti verso fornitori.

    Aspetti legali

    • contenziosi pendenti;
    • contratti rilevanti;
    • eventuali rischi potenziali.

    Una verifica preventiva accurata consente di ridurre significativamente il rischio di controversie future.

    Come Redigere un Contratto di Cessione Più Sicuro

    Per tutelare entrambe le parti è opportuno prevedere clausole specifiche che disciplinino la situazione patrimoniale della società.

    Tra le più utilizzate vi sono:

    • dichiarazioni e garanzie del venditore (Representations & Warranties);
    • indennizzi per passività occulte;
    • meccanismi di aggiustamento del prezzo;
    • clausole di earn-out;
    • escrow account o depositi a garanzia;
    • condizioni sospensive legate ai risultati della due diligence.

    Una contrattualistica ben strutturata riduce il rischio di contenziosi e offre maggiore certezza all’operazione.

    Le Implicazioni per Imprenditori, Soci e Investitori

    La decisione del Tribunale di Venezia rappresenta un importante promemoria per chi opera nel mondo delle acquisizioni societarie.

    Prima di acquistare o vendere una partecipazione è essenziale:

    • analizzare attentamente il valore della società;
    • effettuare verifiche approfondite;
    • negoziare adeguate garanzie contrattuali;
    • documentare le informazioni fornite durante la trattativa;
    • affidarsi a professionisti specializzati in operazioni straordinarie.

    La tutela dell’investimento passa infatti dalla qualità del contratto e dall’accuratezza delle verifiche preliminari.

    Conclusioni

    La sentenza del Tribunale di Venezia n. 1307/2025 conferma che nella compravendita di partecipazioni sociali l’oggetto immediato del contratto è la quota o l’azione ceduta, mentre il patrimonio della società rappresenta soltanto un oggetto mediato dell’operazione.

    Tuttavia, quando le parti introducono specifiche garanzie contrattuali sulla consistenza patrimoniale della società, tali elementi assumono una rilevanza decisiva e possono incidere direttamente sui diritti e sugli obblighi di acquirente e venditore.

    Per questo motivo, una corretta attività di due diligence e una contrattualistica accurata rappresentano strumenti indispensabili per proteggere il valore dell’investimento e prevenire future controversie.

    Per approfondire le garanzie da prevedere nel contratto di cessione delle partecipazioni, scopri i servizi BPlanning di analisi dei contratti.

    Servizi BPlanning per approfondire accordi, clausole e documentazione contrattuale

    Per valutare accordi, clausole e documentazione contrattuale, il servizio di assistenza legale BPlanning offre un presidio di consulenza e comunicazioni formali. L’attività da svolgere viene definita sui documenti e sul caso concreto. Scopri Assistenza legale e diffide.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale problema dell’acquisto di partecipazioni affronta la guida?

    Quando si acquista una quota di una SRL o una partecipazione in una società, molti imprenditori ritengono di acquistare direttamente una parte del patrimonio aziendale.

    Dal punto di vista giuridico, però, la situazione è più complessa.

    Con la sentenza n. 1307 del 14 marzo 2025, il Tribunale di Venezia ha ribadito un principio consolidato nel diritto societario: l’oggetto immediato della compravendita è la partecipazione sociale, mentre il patrimonio della società costituisce soltanto un oggetto mediato dell’operazione.

    Una distinzione apparentemente tecnica, ma che può avere conseguenze economiche rilevantissime nelle operazioni di acquisizione e cessione di quote societarie.

    Qual è l’oggetto immediato della cessione di quote?

    Nella compravendita di partecipazioni sociali, il bene che viene trasferito non è direttamente il patrimonio della società.

    L’acquirente acquista infatti:

    • la quota sociale;
    • le azioni;
    • i diritti amministrativi;
    • i diritti patrimoniali connessi alla partecipazione.

    Il patrimonio aziendale, gli immobili, i crediti, i marchi e gli altri beni della società non vengono trasferiti direttamente all’acquirente.

    Essi rimangono di proprietà della società stessa.

    Per questo motivo si parla di:

    Perché conta anche il patrimonio della società acquistata?

    Sebbene il patrimonio della società non costituisca l’oggetto diretto del contratto, esso rappresenta spesso il principale elemento che determina il valore della partecipazione.

    Nella pratica, infatti, l’acquirente valuta:

    • bilanci;
    • utili;
    • debiti;
    • crediti;
    • immobilizzazioni;
    • flussi di cassa;
    • potenzialità di crescita.

    Tutti questi fattori incidono sulla convenienza economica dell’operazione.

    Il patrimonio sociale diventa quindi uno degli elementi fondamentali nelle trattative e nella determinazione del prezzo.

    Quando diventano determinanti le garanzie contrattuali?

    Il Tribunale di Venezia evidenzia un principio particolarmente importante.

    La consistenza patrimoniale della società può assumere rilevanza giuridica quando le parti decidono di inserirla espressamente nel contratto attraverso specifiche garanzie.

    In questi casi il venditore può assumere obblighi precisi riguardanti:

    • la situazione patrimoniale della società;
    • l’assenza di passività occulte;
    • la correttezza dei bilanci;
    • la consistenza degli attivi aziendali;
    • la regolarità fiscale e contributiva;
    • la presenza o assenza di contenziosi.

    Quando tali garanzie vengono previste contrattualmente, il patrimonio sociale esce dalla mera sfera delle valutazioni economiche e assume una rilevanza giuridica diretta.

    Che cosa cambia se le garanzie non sono previste?

    In assenza di specifiche clausole contrattuali, l’acquirente potrebbe incontrare maggiori difficoltà nel contestare differenze tra il valore atteso della società e la situazione effettiva emersa successivamente all’acquisto.

    Questo perché il contratto ha come oggetto principale la partecipazione sociale e non il patrimonio sottostante.

    Di conseguenza:

    • non ogni riduzione del valore aziendale comporta automaticamente una responsabilità del venditore;
    • non ogni passività scoperta successivamente genera un diritto al risarcimento;
    • occorre valutare attentamente il contenuto del contratto sottoscritto.

    Ecco perché la fase di negoziazione assume un’importanza strategica.

  • Cessione di Quote Societarie: La Clausola Arbitrale Copre Anche il Risarcimento per Dolo?

    Dolo nella cessione di quote societarie? Scopri quando la clausola compromissoria non si applica e come funziona la prescrizione del risarcimento.

    Cessione di Quote Societarie: La Clausola Arbitrale Copre Anche il Risarcimento per Dolo?

    Nelle operazioni di compravendita di quote societarie, le parti inseriscono frequentemente una clausola compromissoria per devolvere eventuali controversie a un collegio arbitrale anziché al giudice ordinario.

    Tuttavia, non tutte le controversie rientrano automaticamente nell’ambito di applicazione della clausola.

    Con la sentenza n. 2067 del 19 maggio 2025, il Tribunale di Brescia ha chiarito un principio di particolare rilevanza: le azioni di risarcimento fondate su responsabilità precontrattuale per dolo incidente e quelle basate su responsabilità extracontrattuale non rientrano automaticamente tra le controversie devolute agli arbitri, salvo una specifica previsione contrattuale.

    Una decisione che interessa direttamente imprenditori, soci, investitori e professionisti coinvolti in operazioni straordinarie e trasferimenti di partecipazioni societarie.

    Cos’è la Clausola Compromissoria e Quali Controversie Copre

    La clausola compromissoria è una pattuizione con cui le parti decidono di affidare ad arbitri la risoluzione delle controversie derivanti da un contratto.

    Generalmente tali clausole riguardano questioni relative a:

    • validità del contratto;
    • interpretazione delle clausole;
    • efficacia dell’accordo;
    • esecuzione delle obbligazioni;
    • adempimento o inadempimento contrattuale;
    • risoluzione del contratto.

    Tuttavia, secondo il Tribunale di Brescia, questa formulazione non è sufficiente per ricomprendere automaticamente tutte le possibili azioni risarcitorie.

    Dolo Incidente: Perché Non Rientra Automaticamente nell’Arbitrato

    Uno dei punti centrali della sentenza riguarda il dolo incidente, disciplinato dall’art. 1440 del Codice Civile.

    Si tratta dell’ipotesi in cui una parte viene indotta a concludere un contratto a condizioni diverse da quelle che avrebbe accettato se avesse conosciuto correttamente tutti gli elementi rilevanti.

    In questi casi:

    • il contratto resta valido;
    • il soggetto danneggiato può chiedere il risarcimento del danno;
    • la pretesa risarcitoria nasce da una condotta illecita e non dall’inadempimento del contratto.

    Per questo motivo l’azione non trova il proprio fondamento nel contratto, ma nel comportamento scorretto che ha preceduto la sua conclusione.

    Di conseguenza, salvo una clausola espressa, la controversia resta di competenza del giudice ordinario.

    Responsabilità dell’Amministratore: Quando la Clausola Arbitrale Non Si Applica

    La stessa logica vale per le azioni promosse contro l’amministratore da parte del socio o di un terzo danneggiato.

    Anche in questo caso:

    • il danno deriva da una condotta illecita;
    • la responsabilità ha natura extracontrattuale;
    • il contratto rappresenta soltanto il contesto in cui il fatto si è verificato.

    Pertanto, l’azione risarcitoria non viene automaticamente attratta nell’ambito della clausola compromissoria.

    Prescrizione del Diritto al Risarcimento: Attenzione ai Tempi

    La sentenza affronta anche un aspetto particolarmente delicato: la decorrenza della prescrizione.

    Poiché l’azione per dolo incidente ha natura extracontrattuale, il diritto al risarcimento si prescrive in cinque anni.

    Il termine non decorre necessariamente dal momento in cui si manifesta il danno economico, ma dal momento in cui il soggetto danneggiato:

    • ha acquisito una conoscenza sufficiente del danno;
    • avrebbe potuto accorgersi del danno usando l’ordinaria diligenza;
    • era in grado di collegare il danno alla condotta dell’altra parte.

    Questo principio può incidere in modo significativo sulla possibilità di ottenere tutela giudiziaria.

    Cessione di Partecipazioni Sociali: Quando Inizia il Termine di Prescrizione

    Secondo il Tribunale di Brescia, nelle operazioni di cessione di quote societarie il termine di prescrizione può iniziare molto prima di quanto spesso si ritenga.

    In particolare, la decorrenza può coincidere con:

    La firma del contratto preliminare

    Quando il venditore o l’acquirente dispone già delle informazioni necessarie per valutare correttamente il valore della partecipazione.

    La stipula del contratto definitivo

    Se al momento della conclusione dell’operazione erano già disponibili tutti gli elementi utili per individuare l’eventuale danno.

    La disponibilità di strumenti informativi adeguati

    La presenza di:

    • attività di due diligence;
    • accesso alla documentazione societaria;
    • consulenti legali o fiscali;
    • professionisti incaricati dell’operazione;

    può rendere anticipata la conoscenza del danno e far decorrere il termine prescrizionale fin da subito.

    Cosa Succede Se il Termine di Cinque Anni È Scaduto

    Quando la domanda di risarcimento viene proposta oltre il termine di prescrizione quinquennale, il diritto non può più essere fatto valere.

    In tali casi il giudice è tenuto a rigettare la richiesta risarcitoria, anche se il danno e la condotta illecita risultassero effettivamente esistenti.

    Per questo motivo è fondamentale monitorare attentamente le tempistiche e agire tempestivamente in presenza di possibili irregolarità.

    Le Implicazioni per Imprenditori, Soci e Investitori

    La sentenza offre indicazioni operative particolarmente utili per chi partecipa a operazioni di acquisizione o cessione di quote societarie.

    È consigliabile:

    • verificare attentamente il contenuto delle clausole compromissorie;
    • definire espressamente quali controversie saranno devolute agli arbitri;
    • effettuare una due diligence approfondita prima della firma;
    • conservare la documentazione relativa all’operazione;
    • monitorare i termini di prescrizione di eventuali azioni risarcitorie.

    Una corretta pianificazione contrattuale può evitare contenziosi complessi e ridurre significativamente il rischio legale.

    Conclusioni

    La sentenza del Tribunale di Brescia n. 2067/2025 conferma che la clausola compromissoria non si estende automaticamente alle azioni di risarcimento per dolo incidente o per responsabilità extracontrattuale, salvo una specifica previsione contrattuale.

    La decisione evidenzia inoltre l’importanza della prescrizione quinquennale, che può iniziare a decorrere già dalla stipula del preliminare o del contratto definitivo quando il danneggiato dispone degli strumenti necessari per conoscere il danno.

    Per imprenditori, soci e investitori, questa pronuncia rappresenta un importante richiamo alla necessità di curare attentamente la redazione dei contratti e di monitorare con attenzione i termini per la tutela dei propri diritti.

    Per approfondire le clausole di una cessione di quote e i relativi rimedi contrattuali, scopri i servizi BPlanning di analisi dei contratti.

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale domanda per dolo affronta la controversia citata?

    Nelle operazioni di compravendita di quote societarie, le parti inseriscono frequentemente una clausola compromissoria per devolvere eventuali controversie a un collegio arbitrale anziché al giudice ordinario.

    Tuttavia, non tutte le controversie rientrano automaticamente nell’ambito di applicazione della clausola.

    Con la sentenza n. 2067 del 19 maggio 2025, il Tribunale di Brescia ha chiarito un principio di particolare rilevanza: le azioni di risarcimento fondate su responsabilità precontrattuale per dolo incidente e quelle basate su responsabilità extracontrattuale non rientrano automaticamente tra le controversie devolute agli arbitri, salvo una specifica previsione contrattuale.

    Una decisione che interessa direttamente imprenditori, soci, investitori e professionisti coinvolti in operazioni straordinarie e trasferimenti di partecipazioni societarie.

    Che cos’è la clausola compromissoria?

    La clausola compromissoria è una pattuizione con cui le parti decidono di affidare ad arbitri la risoluzione delle controversie derivanti da un contratto.

    Generalmente tali clausole riguardano questioni relative a:

    • validità del contratto;
    • interpretazione delle clausole;
    • efficacia dell’accordo;
    • esecuzione delle obbligazioni;
    • adempimento o inadempimento contrattuale;
    • risoluzione del contratto.

    Tuttavia, secondo il Tribunale di Brescia, questa formulazione non è sufficiente per ricomprendere automaticamente tutte le possibili azioni risarcitorie.

    Il dolo incidente rientra automaticamente nell’arbitrato?

    Uno dei punti centrali della sentenza riguarda il dolo incidente, disciplinato dall’art. 1440 del Codice Civile.

    Si tratta dell’ipotesi in cui una parte viene indotta a concludere un contratto a condizioni diverse da quelle che avrebbe accettato se avesse conosciuto correttamente tutti gli elementi rilevanti.

    In questi casi:

    • il contratto resta valido;
    • il soggetto danneggiato può chiedere il risarcimento del danno;
    • la pretesa risarcitoria nasce da una condotta illecita e non dall’inadempimento del contratto.

    Per questo motivo l’azione non trova il proprio fondamento nel contratto, ma nel comportamento scorretto che ha preceduto la sua conclusione.

    Di conseguenza, salvo una clausola espressa, la controversia resta di competenza del giudice ordinario.

    Quando la responsabilità dell’amministratore resta fuori dalla clausola?

    La stessa logica vale per le azioni promosse contro l’amministratore da parte del socio o di un terzo danneggiato.

    Anche in questo caso:

    • il danno deriva da una condotta illecita;
    • la responsabilità ha natura extracontrattuale;
    • il contratto rappresenta soltanto il contesto in cui il fatto si è verificato.

    Pertanto, l’azione risarcitoria non viene automaticamente attratta nell’ambito della clausola compromissoria.

    Perché va verificata tempestivamente la prescrizione del risarcimento?

    La sentenza affronta anche un aspetto particolarmente delicato: la decorrenza della prescrizione.

    Poiché l’azione per dolo incidente ha natura extracontrattuale, il diritto al risarcimento si prescrive in cinque anni.

    Il termine non decorre necessariamente dal momento in cui si manifesta il danno economico, ma dal momento in cui il soggetto danneggiato:

    • ha acquisito una conoscenza sufficiente del danno;
    • avrebbe potuto accorgersi del danno usando l’ordinaria diligenza;
    • era in grado di collegare il danno alla condotta dell’altra parte.

    Questo principio può incidere in modo significativo sulla possibilità di ottenere tutela giudiziaria.

  • Società in Liquidazione: Il Controllo Giudiziario È Ancora Possibile?

    Una società in liquidazione può essere sottoposta a controllo giudiziario? Scopri cosa stabilisce il Tribunale di Brescia e quali rischi corrono liquidatori e soci.

    Società in Liquidazione: Il Controllo Giudiziario È Ancora Possibile?

    Molti imprenditori ritengono che, una volta avviata la liquidazione della società, cessino i controlli sulla gestione e diminuiscano le possibilità di contestare eventuali irregolarità.

    La realtà è diversa.

    Con la decisione del Tribunale di Brescia del 13 settembre 2024, è stato affermato un principio particolarmente importante: anche una società in stato di liquidazione può essere sottoposta al controllo giudiziario previsto dall’art. 2409 del Codice Civile.

    Si tratta di una pronuncia che rafforza la tutela dei soci, dei creditori e della stessa società, impedendo che la fase liquidatoria venga utilizzata come strumento per occultare comportamenti irregolari o operazioni di mala gestio.

    Cos’è il Controllo Giudiziario Ex Art. 2409 c.c.

    L’articolo 2409 del Codice Civile consente al Tribunale di intervenire quando emergono fondati sospetti di gravi irregolarità nella gestione della società.

    L’obiettivo della norma è proteggere:

    • il patrimonio sociale;
    • i soci di minoranza;
    • i creditori;
    • la corretta amministrazione dell’impresa.

    Quando vengono accertati elementi sufficientemente gravi, il giudice può adottare misure incisive per ripristinare una gestione conforme alla legge e all’interesse sociale.

    La Liquidazione È Ancora Attività d’Impresa

    Uno degli aspetti più rilevanti evidenziati dal Tribunale di Brescia riguarda la natura della fase liquidatoria.

    Anche se la società ha cessato l’attività ordinaria e si avvia verso la chiusura definitiva, la liquidazione continua a rappresentare una vera e propria attività d’impresa.

    I liquidatori devono infatti:

    • gestire il patrimonio sociale;
    • riscuotere i crediti;
    • pagare i debiti;
    • definire i rapporti pendenti;
    • distribuire l’eventuale attivo residuo.

    Queste attività comportano decisioni gestionali che possono incidere significativamente sugli interessi di soci e creditori.

    Per questo motivo permane l’esigenza di garantire una gestione corretta e trasparente.

    Perché il Controllo Giudiziario Deve Essere Ammesso Anche Durante la Liquidazione

    Secondo il Tribunale, escludere l’applicazione dell’art. 2409 c.c. alle società in liquidazione genererebbe un effetto particolarmente pericoloso.

    La maggioranza societaria potrebbe essere incentivata ad avviare la liquidazione con il solo scopo di sottrarsi ai controlli o di nascondere eventuali irregolarità gestionali.

    In pratica, la fase liquidatoria rischierebbe di trasformarsi in una sorta di “zona franca” nella quale rendere più difficile l’accertamento di comportamenti dannosi.

    Una simile interpretazione sarebbe incompatibile con le finalità di tutela perseguite dal legislatore.

    Per questo motivo il Tribunale ha confermato la piena operatività del controllo giudiziario anche dopo lo scioglimento della società.

    Quando Può Intervenire il Tribunale

    L’intervento giudiziale richiede la presenza di elementi che facciano emergere un fondato sospetto di gravi irregolarità nella gestione.

    Tra le situazioni che potrebbero giustificare l’attivazione della procedura vi sono:

    • operazioni contrarie agli interessi della società;
    • gestione non trasparente del patrimonio sociale;
    • violazioni degli obblighi dei liquidatori;
    • atti potenzialmente lesivi per soci o creditori;
    • condotte che possano compromettere il corretto svolgimento della liquidazione.

    Non è necessario che il danno sia già stato definitivamente accertato: è sufficiente la presenza di indizi seri e qualificati che rendano opportuno l’intervento del giudice.

    Art. 2409 c.c. e Revoca dei Liquidatori: Due Strumenti Diversi

    La sentenza chiarisce inoltre un punto particolarmente importante.

    L’esistenza della procedura di revoca dei liquidatori prevista dall’art. 2487 c.c. non esclude l’applicazione del controllo giudiziario.

    I due strumenti perseguono finalità differenti.

    Revoca del liquidatore

    È fondata sulla presenza di una giusta causa che rende inopportuno il mantenimento dell’incarico.

    Controllo giudiziario ex art. 2409 c.c.

    È invece diretto a verificare la presenza di gravi irregolarità nella gestione potenzialmente dannose per la società.

    Le due procedure possono quindi convivere e operare su piani diversi.

    Quali Conseguenze per Soci, Creditori e Liquidatori

    La decisione del Tribunale di Brescia rafforza significativamente le tutele durante la fase liquidatoria.

    Per i soci

    • maggiore protezione contro eventuali abusi;
    • possibilità di attivare strumenti di controllo efficaci;
    • tutela del valore residuo della partecipazione.

    Per i creditori

    • maggiore garanzia di una gestione corretta del patrimonio sociale;
    • protezione da operazioni che possano ridurre le possibilità di soddisfacimento dei crediti.

    Per i liquidatori

    • obbligo di mantenere elevati standard di trasparenza e correttezza;
    • responsabilità nella gestione del patrimonio sociale;
    • necessità di documentare adeguatamente ogni decisione assunta.

    Come Prevenire Contestazioni Durante la Liquidazione

    Per ridurre il rischio di azioni giudiziarie e contestazioni è opportuno:

    • redigere una documentazione completa delle operazioni effettuate;
    • mantenere una gestione trasparente del patrimonio sociale;
    • informare correttamente soci e creditori;
    • rispettare rigorosamente gli obblighi previsti dalla legge;
    • adottare decisioni coerenti con le finalità della liquidazione.

    Una gestione prudente e ben documentata rappresenta la migliore tutela contro possibili contestazioni future.

    Conclusioni

    La pronuncia del Tribunale di Brescia del 13 settembre 2024 conferma che il controllo giudiziario ex art. 2409 c.c. può essere applicato anche alle società in stato di liquidazione.

    La liquidazione continua infatti a costituire attività d’impresa e richiede il rispetto dei principi di corretta gestione e tutela degli interessi sociali.

    Questa interpretazione impedisce che la fase liquidatoria venga utilizzata per sottrarsi ai controlli e rafforza la protezione di soci, creditori e patrimonio sociale, garantendo maggiore trasparenza anche nelle fasi finali della vita della società.

    Per una prima valutazione su una contestazione sulle irregolarità nella gestione societaria, scopri il servizio BPlanning di assistenza legale, interventi e diffide.

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    La liquidazione esclude il controllo giudiziario della società?

    Molti imprenditori ritengono che, una volta avviata la liquidazione della società, cessino i controlli sulla gestione e diminuiscano le possibilità di contestare eventuali irregolarità.

    La realtà è diversa.

    Con la decisione del Tribunale di Brescia del 13 settembre 2024, è stato affermato un principio particolarmente importante: anche una società in stato di liquidazione può essere sottoposta al controllo giudiziario previsto dall’art. 2409 del Codice Civile.

    Si tratta di una pronuncia che rafforza la tutela dei soci, dei creditori e della stessa società, impedendo che la fase liquidatoria venga utilizzata come strumento per occultare comportamenti irregolari o operazioni di mala gestio.

    Che cos’è il controllo previsto dall’articolo 2409 c.c.?

    L’articolo 2409 del Codice Civile consente al Tribunale di intervenire quando emergono fondati sospetti di gravi irregolarità nella gestione della società.

    L’obiettivo della norma è proteggere:

    • il patrimonio sociale;
    • i soci di minoranza;
    • i creditori;
    • la corretta amministrazione dell’impresa.

    Quando vengono accertati elementi sufficientemente gravi, il giudice può adottare misure incisive per ripristinare una gestione conforme alla legge e all’interesse sociale.

    La liquidazione resta una fase dell’attività d’impresa?

    Uno degli aspetti più rilevanti evidenziati dal Tribunale di Brescia riguarda la natura della fase liquidatoria.

    Anche se la società ha cessato l’attività ordinaria e si avvia verso la chiusura definitiva, la liquidazione continua a rappresentare una vera e propria attività d’impresa.

    I liquidatori devono infatti:

    • gestire il patrimonio sociale;
    • riscuotere i crediti;
    • pagare i debiti;
    • definire i rapporti pendenti;
    • distribuire l’eventuale attivo residuo.

    Queste attività comportano decisioni gestionali che possono incidere significativamente sugli interessi di soci e creditori.

    Per questo motivo permane l’esigenza di garantire una gestione corretta e trasparente.

    Perché il controllo può riguardare anche la liquidazione?

    Secondo il Tribunale, escludere l’applicazione dell’art. 2409 c.c. alle società in liquidazione genererebbe un effetto particolarmente pericoloso.

    La maggioranza societaria potrebbe essere incentivata ad avviare la liquidazione con il solo scopo di sottrarsi ai controlli o di nascondere eventuali irregolarità gestionali.

    In pratica, la fase liquidatoria rischierebbe di trasformarsi in una sorta di “zona franca” nella quale rendere più difficile l’accertamento di comportamenti dannosi.

    Una simile interpretazione sarebbe incompatibile con le finalità di tutela perseguite dal legislatore.

    Per questo motivo il Tribunale ha confermato la piena operatività del controllo giudiziario anche dopo lo scioglimento della società.

    Quando il tribunale può intervenire sulla gestione?

    L’intervento giudiziale richiede la presenza di elementi che facciano emergere un fondato sospetto di gravi irregolarità nella gestione.

    Tra le situazioni che potrebbero giustificare l’attivazione della procedura vi sono:

    • operazioni contrarie agli interessi della società;
    • gestione non trasparente del patrimonio sociale;
    • violazioni degli obblighi dei liquidatori;
    • atti potenzialmente lesivi per soci o creditori;
    • condotte che possano compromettere il corretto svolgimento della liquidazione.

    Non è necessario che il danno sia già stato definitivamente accertato: è sufficiente la presenza di indizi seri e qualificati che rendano opportuno l’intervento del giudice.

  • Amministratore di Fatto: La Responsabilità Esiste Anche Senza Nomina Ufficiale

    Chi gestisce una società senza nomina ufficiale può essere responsabile? Scopri quando l’amministratore di fatto risponde dei danni verso società e creditori.

    Amministratore di Fatto: La Responsabilità Esiste Anche Senza Nomina Ufficiale

    Molti imprenditori ritengono che la responsabilità nella gestione di una società riguardi esclusivamente gli amministratori formalmente nominati.

    La realtà è ben diversa.

    Con la sentenza n. 10060 del 29 dicembre 2025, il Tribunale di Milano ha ribadito un principio fondamentale del diritto societario: chi esercita concretamente i poteri gestori di una società può essere considerato amministratore di fatto e rispondere delle proprie decisioni al pari di un amministratore regolarmente nominato.

    La pronuncia assume particolare rilevanza nei casi di conflitto di interessi, mala gestio e danni arrecati alla società o ai creditori sociali.

    Chi È l’Amministratore di Fatto

    L’amministratore di fatto è il soggetto che, pur non avendo ricevuto una formale investitura da parte dell’assemblea, esercita stabilmente funzioni tipiche dell’organo amministrativo.

    Non basta una collaborazione occasionale o un semplice ruolo consulenziale.

    Per essere qualificato come amministratore di fatto occorre che il soggetto partecipi concretamente alla gestione aziendale, influenzando le decisioni strategiche e operative della società.

    In particolare, la qualifica può emergere quando una persona:

    • impartisce direttive agli amministratori ufficiali;
    • prende decisioni operative rilevanti;
    • gestisce rapporti con clienti e fornitori;
    • determina le strategie commerciali;
    • coordina la gestione finanziaria;
    • rappresenta la società nei rapporti esterni.

    In questi casi la mancanza di una nomina formale non impedisce l’accertamento della responsabilità.

    Come Si Dimostra l’Esistenza di un’Amministrazione di Fatto

    Uno degli aspetti più importanti affrontati dal Tribunale riguarda la prova dell’amministrazione di fatto.

    Secondo la sentenza, il giudice può desumere tale ruolo da una serie di elementi concreti e continuativi.

    Tra gli indizi più significativi rientrano:

    Partecipazione alla pianificazione aziendale

    Coinvolgimento costante nelle decisioni commerciali, finanziarie e strategiche.

    Gestione delle attività operative

    Intervento diretto nella gestione di:

    • ordini;
    • fatture;
    • incassi;
    • pagamenti;
    • rapporti con i clienti.

    Utilizzo degli strumenti aziendali

    Uso continuativo di indirizzi e-mail societari o di altri strumenti riconducibili all’impresa.

    Rappresentanza verso l’esterno

    Spendita del nome della società nei rapporti con fornitori, clienti e partner commerciali.

    La presenza di tali elementi può portare il giudice a riconoscere l’esistenza di una vera e propria gestione di fatto.

    L’Amministratore di Fatto Risponde Come un Amministratore di Diritto

    Una volta accertata la qualifica, l’amministratore di fatto assume gli stessi obblighi e le stesse responsabilità previsti per l’amministratore formalmente nominato.

    Ciò significa che può essere chiamato a rispondere dei danni arrecati:

    • alla società;
    • ai soci;
    • ai creditori sociali;
    • alla massa dei creditori nelle procedure concorsuali.

    La responsabilità nasce quando la gestione viola i principi di:

    • diligenza;
    • correttezza;
    • prudenza;
    • tutela dell’integrità del patrimonio sociale.

    Quando la Gestione Diventa Mala Gestio

    La sentenza analizza un caso particolarmente significativo di mala gestio.

    Secondo il Tribunale, integra una gestione negligente la scelta di concentrare l’intera attività commerciale della società su un unico fornitore estero riconducibile allo stesso amministratore di fatto o a soggetti a lui collegati.

    La situazione diventa ancora più critica quando:

    • manca una contrattualizzazione adeguata;
    • non esistono garanzie sull’adempimento del fornitore;
    • non vi è alcuna diversificazione delle controparti commerciali;
    • vengono effettuati pagamenti anticipati utilizzando le somme versate dai clienti.

    Un modello operativo di questo tipo può esporre la società a rischi estremamente elevati.

    Conflitto di Interessi: Quando Scatta la Responsabilità

    Il conflitto di interessi rappresenta uno dei profili più gravi evidenziati dal Tribunale di Milano.

    L’amministratore deve sempre perseguire l’interesse della società.

    Quando invece utilizza la propria posizione per favorire interessi personali o imprese a lui riconducibili, il rischio di responsabilità aumenta sensibilmente.

    In particolare, il conflitto può emergere quando l’amministratore:

    • controlla o gestisce il fornitore della società;
    • beneficia direttamente delle decisioni assunte;
    • orienta le scelte aziendali a proprio vantaggio;
    • espone la società a rischi non giustificati.

    In queste circostanze il comportamento può tradursi in un danno risarcibile.

    I Danni Risarcibili per Società e Creditori

    Secondo la sentenza, il danno può essere quantificato nelle passività generate dalla gestione negligente e causalmente collegate al dissesto della società.

    Tra gli effetti più frequenti vi sono:

    • crediti divenuti di fatto inesigibili;
    • perdita delle somme anticipate ai fornitori;
    • esposizioni debitorie verso i clienti;
    • squilibri finanziari;
    • incremento dell’insolvenza aziendale.

    Quando tali conseguenze derivano direttamente dalla condotta dell’amministratore di fatto, quest’ultimo può essere chiamato a risarcire integralmente il pregiudizio arrecato.

    Business Judgment Rule: Perché il Giudice Può Intervenire di Più in Caso di Conflitto di Interessi

    Normalmente le decisioni imprenditoriali sono protette dal principio della Business Judgment Rule, secondo cui il giudice non può sostituirsi agli amministratori nelle scelte di gestione.

    Tuttavia, la sentenza chiarisce che questa protezione si riduce notevolmente quando emerge un conflitto di interessi.

    In tali casi il Tribunale può verificare con maggiore ampiezza:

    • la correttezza delle decisioni adottate;
    • la ragionevolezza economica delle operazioni;
    • la prudenza della gestione;
    • la conformità delle scelte all’interesse sociale.

    L’amministratore non può quindi invocare la discrezionalità imprenditoriale per giustificare decisioni prese a proprio vantaggio.

    Cosa Devono Fare Imprenditori e Soci per Ridurre i Rischi

    Per prevenire contestazioni e responsabilità è opportuno:

    • formalizzare chiaramente ruoli e deleghe;
    • evitare interferenze gestionali non autorizzate;
    • documentare le decisioni strategiche;
    • monitorare i conflitti di interesse;
    • diversificare fornitori e controparti commerciali;
    • adottare procedure di controllo interno efficaci.

    Una governance trasparente rappresenta la migliore tutela contro future azioni di responsabilità.

    Conclusioni

    La sentenza del Tribunale di Milano n. 10060/2025 conferma che la responsabilità nella gestione societaria non dipende esclusivamente da una nomina formale.

    Chi esercita concretamente i poteri gestori può essere qualificato come amministratore di fatto e rispondere dei danni causati alla società e ai creditori.

    La responsabilità diventa particolarmente grave quando la gestione è caratterizzata da conflitti di interesse, assenza di controlli adeguati e scelte imprenditoriali imprudenti che compromettono il patrimonio sociale.

    Per imprenditori, soci e professionisti, la decisione rappresenta un importante richiamo alla trasparenza, alla corretta governance e alla tutela dell’interesse della società.

    Per valutare i rischi legati alla gestione di fatto della società e le misure preventive applicabili, approfondisci il servizio Team Integrato BPlanning di BPlanning.

    Servizi BPlanning per approfondire doveri gestori, decisioni e rischi dell’amministratore

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    La responsabilità può esistere anche senza nomina formale?

    Molti imprenditori ritengono che la responsabilità nella gestione di una società riguardi esclusivamente gli amministratori formalmente nominati.

    La realtà è ben diversa.

    Con la sentenza n. 10060 del 29 dicembre 2025, il Tribunale di Milano ha ribadito un principio fondamentale del diritto societario: chi esercita concretamente i poteri gestori di una società può essere considerato amministratore di fatto e rispondere delle proprie decisioni al pari di un amministratore regolarmente nominato.

    La pronuncia assume particolare rilevanza nei casi di conflitto di interessi, mala gestio e danni arrecati alla società o ai creditori sociali.

    Chi è l’amministratore di fatto?

    L’amministratore di fatto è il soggetto che, pur non avendo ricevuto una formale investitura da parte dell’assemblea, esercita stabilmente funzioni tipiche dell’organo amministrativo.

    Non basta una collaborazione occasionale o un semplice ruolo consulenziale.

    Per essere qualificato come amministratore di fatto occorre che il soggetto partecipi concretamente alla gestione aziendale, influenzando le decisioni strategiche e operative della società.

    In particolare, la qualifica può emergere quando una persona:

    • impartisce direttive agli amministratori ufficiali;
    • prende decisioni operative rilevanti;
    • gestisce rapporti con clienti e fornitori;
    • determina le strategie commerciali;
    • coordina la gestione finanziaria;
    • rappresenta la società nei rapporti esterni.

    In questi casi la mancanza di una nomina formale non impedisce l’accertamento della responsabilità.

    Come si prova un’amministrazione di fatto?

    Uno degli aspetti più importanti affrontati dal Tribunale riguarda la prova dell’amministrazione di fatto.

    Secondo la sentenza, il giudice può desumere tale ruolo da una serie di elementi concreti e continuativi.

    Tra gli indizi più significativi rientrano:

    Che rilievo hanno i rapporti dell’amministratore con l’esterno?

    Spendita del nome della società nei rapporti con fornitori, clienti e partner commerciali.

    La presenza di tali elementi può portare il giudice a riconoscere l’esistenza di una vera e propria gestione di fatto.

    L’amministratore di fatto risponde come quello formalmente nominato?

    Una volta accertata la qualifica, l’amministratore di fatto assume gli stessi obblighi e le stesse responsabilità previsti per l’amministratore formalmente nominato.

    Ciò significa che può essere chiamato a rispondere dei danni arrecati:

    • alla società;
    • ai soci;
    • ai creditori sociali;
    • alla massa dei creditori nelle procedure concorsuali.

    La responsabilità nasce quando la gestione viola i principi di:

    • diligenza;
    • correttezza;
    • prudenza;
    • tutela dell’integrità del patrimonio sociale.
  • Marchio e Insegna Simili: Quando Esiste Davvero il Rischio di Confusione?

    Quando un’insegna può essere confondibile con un marchio? Scopri cosa dice il Tribunale di Milano sul marchio debole e sulla tutela dei segni distintivi.

    Marchio e Insegna Simili: Quando Esiste Davvero il Rischio di Confusione?

    Nel mondo del branding e della proprietà industriale, una delle controversie più frequenti riguarda la possibile somiglianza tra un’insegna commerciale e un marchio registrato.

    Tuttavia, non ogni somiglianza comporta automaticamente una violazione dei diritti di marchio.

    Con la sentenza n. 4369 del 22 aprile 2024, il Tribunale di Milano ha affrontato il tema della confondibilità tra insegna e marchio complesso, chiarendo quando un marchio deve essere considerato “debole” e quali criteri utilizzare per valutare l’effettivo rischio di confusione tra due segni distintivi.

    Una decisione particolarmente rilevante per imprenditori, aziende, startup e professionisti che operano nella tutela e valorizzazione del proprio brand.

    Cos’è un Marchio Debole

    Non tutti i marchi godono dello stesso livello di protezione giuridica.

    Secondo la giurisprudenza, un marchio può essere definito debole quando gli elementi che lo compongono presentano uno stretto collegamento con i prodotti o i servizi che identifica.

    In particolare, la debolezza può derivare dalla presenza di:

    • termini descrittivi;
    • richiami geografici;
    • elementi evocativi del prodotto;
    • immagini direttamente collegate al settore di riferimento.

    Nel caso esaminato dal Tribunale di Milano, il marchio era composto dall’espressione “Canapè – Antica Canapa d’Abruzzo” accompagnata da elementi grafici raffiguranti foglie di canapa e una catena montuosa, utilizzati per prodotti derivati dalla canapa.

    Secondo il giudice, tali elementi rafforzavano il collegamento diretto tra il marchio e il prodotto commercializzato, riducendone la capacità distintiva.

    Perché un Marchio Debole Ha una Tutela Più Limitata

    La qualificazione di un marchio come “debole” produce effetti molto importanti sul piano della tutela legale.

    Quando un segno distintivo presenta una limitata capacità identificativa, la protezione riconosciuta dall’ordinamento risulta meno intensa rispetto a quella attribuita ai marchi forti o particolarmente originali.

    Di conseguenza:

    • lievi differenze possono essere sufficienti per evitare la contraffazione;
    • il titolare dispone di una tutela più circoscritta;
    • il rischio di confusione viene valutato con maggiore elasticità.

    In altre parole, quanto più un marchio richiama direttamente il prodotto o il settore di riferimento, tanto minore sarà la sua capacità di impedire l’utilizzo di segni simili da parte di terzi.

    Come Si Valuta la Confondibilità Tra Insegna e Marchio

    Uno dei principi più importanti affermati dalla sentenza riguarda il metodo di confronto tra i segni distintivi.

    Spesso si tende a confrontare esclusivamente il nome utilizzato dalle parti.

    Tuttavia, il Tribunale di Milano ha chiarito che questa impostazione è errata quando si è in presenza di un marchio complesso.

    Un marchio complesso è infatti costituito dall’unione di:

    • elementi denominativi;
    • elementi grafici;
    • componenti figurative;
    • combinazioni cromatiche o stilistiche.

    La valutazione della confondibilità deve quindi essere effettuata considerando il marchio nel suo complesso e non soltanto una sua singola componente.

    L’Importanza dell’Impressione Complessiva

    Secondo il Tribunale, il criterio decisivo è rappresentato dall’impressione generale che il segno suscita nel consumatore medio.

    Per verificare l’esistenza di una possibile confusione occorre analizzare:

    Aspetto visivo

    Colori, simboli, loghi e componenti grafiche.

    Aspetto fonetico

    Pronuncia e sonorità della parte denominativa.

    Aspetto concettuale

    Messaggio, significato e percezione complessiva trasmessa dal marchio.

    Solo quando l’impressione complessiva generata dai due segni risulta sostanzialmente coincidente può configurarsi una reale confondibilità.

    Quando la Violazione del Marchio Può Essere Esclusa

    Nel caso esaminato dal Tribunale di Milano, la presenza di differenze nelle componenti figurative e nell’aspetto complessivo dei segni ha portato a escludere il rischio di confusione.

    Questo perché:

    • il marchio era stato qualificato come debole;
    • le componenti descrittive erano fortemente collegate ai prodotti commercializzati;
    • le differenze visive risultavano sufficienti a distinguere i segni.

    La conseguenza è che il semplice richiamo a un elemento denominativo simile non è stato ritenuto sufficiente per integrare una violazione dei diritti di marchio.

    Cosa Significa per Aziende e Imprenditori

    La decisione offre importanti indicazioni operative per chi sviluppa un brand o tutela la propria identità commerciale.

    Prima di contestare una presunta contraffazione è opportuno valutare:

    • la forza distintiva del proprio marchio;
    • la presenza di elementi descrittivi;
    • le differenze complessive tra i segni;
    • la percezione del consumatore medio;
    • il rischio concreto di associazione tra i brand.

    Allo stesso modo, chi lancia un nuovo marchio dovrebbe effettuare verifiche preventive per ridurre il rischio di contenziosi.

    Come Costruire un Marchio Più Forte e Difendibile

    Per ottenere una tutela più ampia è consigliabile sviluppare marchi caratterizzati da elevata originalità.

    In particolare, è opportuno:

    • evitare termini meramente descrittivi;
    • privilegiare denominazioni distintive;
    • creare loghi originali;
    • sviluppare una forte identità visiva;
    • investire nella riconoscibilità del brand.

    Quanto più un marchio è unico e distintivo, tanto maggiore sarà la protezione riconosciuta dalla legge.

    Conclusioni

    La sentenza del Tribunale di Milano n. 4369/2024 conferma che la valutazione della confondibilità tra insegna e marchio non può limitarsi al confronto del solo nome utilizzato.

    Nel caso dei marchi complessi è necessario considerare l’insieme degli elementi denominativi e figurativi che compongono il segno distintivo.

    Inoltre, quando il marchio presenta caratteristiche descrittive o fortemente collegate ai prodotti commercializzati, esso può essere qualificato come marchio debole, beneficiando di una tutela più limitata e consentendo a segni anche parzialmente simili di convivere senza integrare una violazione.

    Per imprese, startup e professionisti, questa pronuncia rappresenta un’importante guida nella costruzione e nella protezione efficace del proprio brand.

    Per una prima valutazione su una contestazione sul rischio di confusione tra marchi, scopri il servizio BPlanning di assistenza legale, interventi e diffide.

    Servizi BPlanning per approfondire marchi, opere e informazioni aziendali

    Quando marchi, opere e informazioni aziendali coinvolgono più competenze, il Team Integrato collega avvocato, commercialista e consulente del lavoro. L’impresa può così valutare documenti e decisioni con un quadro condiviso. Scopri Team Integrato BPlanning.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale confronto tra insegna e marchio affronta il caso?

    Nel mondo del branding e della proprietà industriale, una delle controversie più frequenti riguarda la possibile somiglianza tra un’insegna commerciale e un marchio registrato.

    Tuttavia, non ogni somiglianza comporta automaticamente una violazione dei diritti di marchio.

    Con la sentenza n. 4369 del 22 aprile 2024, il Tribunale di Milano ha affrontato il tema della confondibilità tra insegna e marchio complesso, chiarendo quando un marchio deve essere considerato “debole” e quali criteri utilizzare per valutare l’effettivo rischio di confusione tra due segni distintivi.

    Una decisione particolarmente rilevante per imprenditori, aziende, startup e professionisti che operano nella tutela e valorizzazione del proprio brand.

    Che cos’è un marchio debole?

    Non tutti i marchi godono dello stesso livello di protezione giuridica.

    Secondo la giurisprudenza, un marchio può essere definito debole quando gli elementi che lo compongono presentano uno stretto collegamento con i prodotti o i servizi che identifica.

    In particolare, la debolezza può derivare dalla presenza di:

    • termini descrittivi;
    • richiami geografici;
    • elementi evocativi del prodotto;
    • immagini direttamente collegate al settore di riferimento.

    Nel caso esaminato dal Tribunale di Milano, il marchio era composto dall’espressione “Canapè – Antica Canapa d’Abruzzo” accompagnata da elementi grafici raffiguranti foglie di canapa e una catena montuosa, utilizzati per prodotti derivati dalla canapa.

    Secondo il giudice, tali elementi rafforzavano il collegamento diretto tra il marchio e il prodotto commercializzato, riducendone la capacità distintiva.

    Perché un marchio debole ha una tutela più limitata?

    La qualificazione di un marchio come “debole” produce effetti molto importanti sul piano della tutela legale.

    Quando un segno distintivo presenta una limitata capacità identificativa, la protezione riconosciuta dall’ordinamento risulta meno intensa rispetto a quella attribuita ai marchi forti o particolarmente originali.

    Di conseguenza:

    • lievi differenze possono essere sufficienti per evitare la contraffazione;
    • il titolare dispone di una tutela più circoscritta;
    • il rischio di confusione viene valutato con maggiore elasticità.

    In altre parole, quanto più un marchio richiama direttamente il prodotto o il settore di riferimento, tanto minore sarà la sua capacità di impedire l’utilizzo di segni simili da parte di terzi.

    Come si valuta la confondibilità tra insegna e marchio?

    Uno dei principi più importanti affermati dalla sentenza riguarda il metodo di confronto tra i segni distintivi.

    Spesso si tende a confrontare esclusivamente il nome utilizzato dalle parti.

    Tuttavia, il Tribunale di Milano ha chiarito che questa impostazione è errata quando si è in presenza di un marchio complesso.

    Un marchio complesso è infatti costituito dall’unione di:

    • elementi denominativi;
    • elementi grafici;
    • componenti figurative;
    • combinazioni cromatiche o stilistiche.

    La valutazione della confondibilità deve quindi essere effettuata considerando il marchio nel suo complesso e non soltanto una sua singola componente.

    Perché conta l’impressione complessiva dei segni?

    Secondo il Tribunale, il criterio decisivo è rappresentato dall’impressione generale che il segno suscita nel consumatore medio.

    Per verificare l’esistenza di una possibile confusione occorre analizzare:

  • Opere Scultoree e Diritto d’Autore: Quando la Riproduzione Diventa Illecita

     Copiare un’opera scultorea senza autorizzazione può integrare violazione del diritto d’autore e concorrenza sleale. Scopri cosa dice il Tribunale di Firenze.

    Opere Scultoree e Diritto d’Autore: Quando la Riproduzione Diventa Illecita

    Nel settore artistico, creativo e commerciale, la tutela della proprietà intellettuale rappresenta un tema sempre più centrale.

    Ma cosa accade quando un’opera viene riprodotta senza il consenso dell’autore? E quando questa condotta può trasformarsi non solo in una violazione del diritto d’autore, ma anche in un caso di concorrenza sleale?

    Con la sentenza n. 2156 del 19 giugno 2025, il Tribunale di Firenze ha affrontato una questione particolarmente interessante riguardante la realizzazione non autorizzata di un’opera scultorea e le conseguenze risarcitorie derivanti dalla violazione dei diritti dell’autore.

    La decisione offre importanti indicazioni per artisti, designer, imprese creative, studi professionali e aziende che operano nel mondo della proprietà intellettuale.

    Quando Non Esiste l’Imitazione Servile

    Uno dei primi aspetti affrontati dal Tribunale riguarda il concetto di imitazione servile, disciplinato dall’art. 2598 del Codice Civile.

    L’imitazione servile si verifica quando un soggetto riproduce le caratteristiche esteriori di un prodotto concorrente in modo tale da creare confusione sul mercato.

    L’obiettivo della norma è proteggere il consumatore e impedire che venga tratto in errore sull’origine del prodotto.

    Tuttavia, nel caso esaminato dal Tribunale, tale presupposto non è stato ritenuto sussistente.

    Perché Un’Opera Unica Non Genera Rischio di Confusione

    Secondo il giudice, quando l’opera realizzata costituisce un esemplare unico, creato su commissione e destinato a un singolo cliente, viene meno il presupposto fondamentale della confondibilità.

    In assenza di una vera attività commerciale rivolta a una pluralità di acquirenti:

    • non esiste una platea di consumatori da tutelare;
    • non si genera un rischio di errore sull’origine del prodotto;
    • non si realizza il tipico effetto confusorio richiesto dall’imitazione servile.

    In altre parole, un’opera unica e non destinata alla distribuzione sul mercato difficilmente può generare confusione tra i consumatori.

    L’Utilizzo Non Autorizzato del Disegno Costituisce Violazione del Diritto d’Autore

    La sentenza chiarisce però che l’assenza di imitazione servile non esclude automaticamente l’illiceità della condotta.

    Nel caso concreto, l’opera scultorea era stata realizzata utilizzando un disegno ideato da un altro autore senza alcuna autorizzazione.

    Inoltre, non era stato riconosciuto alcun riferimento alla paternità dell’opera originaria.

    Secondo il Tribunale, questi elementi integrano una violazione dei diritti dell’autore, in quanto:

    • viene sfruttata un’opera creativa altrui;
    • manca il consenso dell’autore;
    • viene omessa l’attribuzione della paternità intellettuale.

    Si tratta di una lesione diretta dei diritti morali e patrimoniali riconosciuti dalla normativa sul diritto d’autore.

    Quando Scatta la Concorrenza Sleale Ex Art. 2598 n. 3 c.c.

    Un aspetto particolarmente interessante della pronuncia riguarda l’applicazione dell’art. 2598, n. 3 del Codice Civile.

    Questa norma sanziona tutte le condotte contrarie ai principi di correttezza professionale che risultano idonee a danneggiare l’attività economica altrui.

    Nel caso esaminato, il Tribunale ha ritenuto che:

    • l’utilizzo abusivo del progetto creativo;
    • la mancata indicazione dell’autore originario;
    • l’appropriazione del valore creativo dell’opera;

    costituissero una forma di illecito anticoncorrenziale.

    La tutela della creatività non riguarda infatti soltanto il diritto d’autore, ma anche il rispetto delle regole di lealtà e correttezza nei rapporti economici.

    Il Risarcimento del Danno: Quando il Lucro Cessante Non È Dovuto

    La sentenza affronta anche il tema del risarcimento economico.

    In particolare, viene analizzata la voce di danno rappresentata dal lucro cessante, cioè il guadagno che il titolare dei diritti avrebbe potuto ottenere se l’illecito non si fosse verificato.

    Secondo il Tribunale, però, il lucro cessante non può essere riconosciuto automaticamente.

    Occorre dimostrare che l’autore avrebbe effettivamente conseguito un vantaggio economico in assenza della violazione.

    Perché l’Unicità dell’Opera Può Escludere il Mancato Guadagno

    Nel caso concreto, l’opera contraffatta era un pezzo unico.

    Di conseguenza, il giudice ha ritenuto che l’autore non avrebbe comunque realizzato ulteriori copie o sfruttamenti economici dell’opera.

    In mancanza di una concreta prospettiva di profitto:

    • non esiste un mancato guadagno dimostrabile;
    • viene meno il presupposto per il riconoscimento del lucro cessante;
    • il risarcimento deve essere limitato alle altre voci di danno eventualmente provate.

    Questo principio evidenzia come il danno debba sempre essere dimostrato in modo concreto e non possa essere semplicemente presunto.

    Le Implicazioni per Artisti, Designer e Aziende Creative

    La decisione del Tribunale di Firenze rappresenta un importante richiamo alla tutela della creatività e della proprietà intellettuale.

    Chi opera nei settori artistici e creativi dovrebbe:

    • formalizzare la titolarità delle opere;
    • conservare prove della paternità creativa;
    • regolamentare per iscritto l’utilizzo dei progetti;
    • tutelare i propri diritti attraverso contratti adeguati;
    • verificare preventivamente le autorizzazioni necessarie per l’utilizzo di opere altrui.

    Una corretta gestione dei diritti può prevenire controversie e proteggere il valore economico delle creazioni artistiche.

    Conclusioni

    La sentenza del Tribunale di Firenze n. 2156/2025 conferma che la riproduzione non autorizzata di un’opera artistica può integrare una violazione del diritto d’autore e, in determinate circostanze, anche un illecito di concorrenza sleale.

    L’assenza di rischio di confusione tra i consumatori non esclude infatti la responsabilità di chi utilizza abusivamente un progetto creativo senza autorizzazione e senza riconoscere il vero autore dell’opera.

    Per artisti, designer, aziende e professionisti, questa pronuncia rappresenta un importante punto di riferimento nella tutela della creatività e del patrimonio intellettuale.

    Per una prima valutazione su una contestazione relativa alla copia di un’opera protetta, scopri il servizio BPlanning di assistenza legale, interventi e diffide.

    Servizi BPlanning per approfondire marchi, opere e informazioni aziendali

    Quando marchi, opere e informazioni aziendali coinvolgono più competenze, il Team Integrato collega avvocato, commercialista e consulente del lavoro. L’impresa può così valutare documenti e decisioni con un quadro condiviso. Scopri Team Integrato BPlanning.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale riproduzione dell’opera esamina il caso citato?

    Nel settore artistico, creativo e commerciale, la tutela della proprietà intellettuale rappresenta un tema sempre più centrale.

    Ma cosa accade quando un’opera viene riprodotta senza il consenso dell’autore? E quando questa condotta può trasformarsi non solo in una violazione del diritto d’autore, ma anche in un caso di concorrenza sleale?

    Con la sentenza n. 2156 del 19 giugno 2025, il Tribunale di Firenze ha affrontato una questione particolarmente interessante riguardante la realizzazione non autorizzata di un’opera scultorea e le conseguenze risarcitorie derivanti dalla violazione dei diritti dell’autore.

    La decisione offre importanti indicazioni per artisti, designer, imprese creative, studi professionali e aziende che operano nel mondo della proprietà intellettuale.

    Quando può essere esclusa l’imitazione servile?

    Uno dei primi aspetti affrontati dal Tribunale riguarda il concetto di imitazione servile, disciplinato dall’art. 2598 del Codice Civile.

    L’imitazione servile si verifica quando un soggetto riproduce le caratteristiche esteriori di un prodotto concorrente in modo tale da creare confusione sul mercato.

    L’obiettivo della norma è proteggere il consumatore e impedire che venga tratto in errore sull’origine del prodotto.

    Tuttavia, nel caso esaminato dal Tribunale, tale presupposto non è stato ritenuto sussistente.

    Perché l’unicità dell’opera incide sul rischio di confusione?

    Secondo il giudice, quando l’opera realizzata costituisce un esemplare unico, creato su commissione e destinato a un singolo cliente, viene meno il presupposto fondamentale della confondibilità.

    In assenza di una vera attività commerciale rivolta a una pluralità di acquirenti:

    • non esiste una platea di consumatori da tutelare;
    • non si genera un rischio di errore sull’origine del prodotto;
    • non si realizza il tipico effetto confusorio richiesto dall’imitazione servile.

    In altre parole, un’opera unica e non destinata alla distribuzione sul mercato difficilmente può generare confusione tra i consumatori.

    Quali effetti può avere l’uso non autorizzato del disegno?

    La sentenza chiarisce però che l’assenza di imitazione servile non esclude automaticamente l’illiceità della condotta.

    Nel caso concreto, l’opera scultorea era stata realizzata utilizzando un disegno ideato da un altro autore senza alcuna autorizzazione.

    Inoltre, non era stato riconosciuto alcun riferimento alla paternità dell’opera originaria.

    Secondo il Tribunale, questi elementi integrano una violazione dei diritti dell’autore, in quanto:

    • viene sfruttata un’opera creativa altrui;
    • manca il consenso dell’autore;
    • viene omessa l’attribuzione della paternità intellettuale.

    Si tratta di una lesione diretta dei diritti morali e patrimoniali riconosciuti dalla normativa sul diritto d’autore.

    Quando la condotta può integrare concorrenza sleale?

    Un aspetto particolarmente interessante della pronuncia riguarda l’applicazione dell’art. 2598, n. 3 del Codice Civile.

    Questa norma sanziona tutte le condotte contrarie ai principi di correttezza professionale che risultano idonee a danneggiare l’attività economica altrui.

    Nel caso esaminato, il Tribunale ha ritenuto che:

    • l’utilizzo abusivo del progetto creativo;
    • la mancata indicazione dell’autore originario;
    • l’appropriazione del valore creativo dell’opera;

    costituissero una forma di illecito anticoncorrenziale.

    La tutela della creatività non riguarda infatti soltanto il diritto d’autore, ma anche il rispetto delle regole di lealtà e correttezza nei rapporti economici.

  • Soci Gestori e Responsabilità nelle SRL: Cosa Dice la Legge

     Un socio può essere responsabile per gli atti di gestione della società? Scopri quando scatta la responsabilità del socio gestore ex art. 2476 c.c.

    Soci Gestori e Responsabilità nelle SRL: Cosa Dice la Legge

    Nelle società a responsabilità limitata (SRL), il ruolo del socio non si limita sempre al semplice conferimento di capitale. In molti casi, infatti, i soci partecipano attivamente alle decisioni aziendali, influenzando direttamente la gestione dell’impresa.

    Ma cosa accade quando una decisione provoca un danno alla società, agli altri soci o ai creditori?

    Con la sentenza n. 1475 del 17 maggio 2024, il Tribunale di Bologna ha chiarito i presupposti della responsabilità dei soci gestori prevista dall’art. 2476, comma 8, del Codice Civile, definendo quando un socio può essere chiamato a rispondere personalmente per gli effetti delle proprie decisioni.

    Una pronuncia particolarmente importante per imprenditori, soci di SRL, amministratori e professionisti che si occupano di governance societaria.

    Cos’è la Responsabilità del Socio Gestore Ex Art. 2476 c.c.

    L’art. 2476, comma 8, c.c. prevede una specifica forma di responsabilità a carico del socio che intervenga nelle decisioni gestionali della società.

    Tuttavia, questa responsabilità non sostituisce quella degli amministratori.

    Secondo il Tribunale di Bologna, la responsabilità del socio ha natura:

    • accessoria;
    • concorrente;
    • complementare rispetto a quella dell’amministratore.

    Ciò significa che il socio può essere chiamato a rispondere insieme all’amministratore quando abbia contribuito in modo determinante alla realizzazione dell’atto dannoso.

    Non Basta Partecipare alla Decisione: Serve l’Intenzionalità

    Uno degli aspetti più rilevanti della sentenza riguarda l’elemento soggettivo richiesto dalla norma.

    La legge utilizza espressamente il termine “intenzionalmente”, imponendo un requisito particolarmente rigoroso.

    Per attribuire la responsabilità al socio non è sufficiente dimostrare che abbia partecipato a una decisione errata o che abbia espresso il proprio consenso a una determinata operazione.

    Occorre provare che il socio abbia:

    • deciso l’atto dannoso;
    • autorizzato l’operazione;
    • agito con piena consapevolezza delle conseguenze negative.

    La responsabilità non può quindi essere fondata su semplici errori di valutazione o su scelte imprenditoriali rivelatesi successivamente sfavorevoli.

    Chi Deve Provare la Responsabilità del Socio

    Secondo il Tribunale, l’onere della prova ricade su chi invoca la responsabilità del socio gestore.

    La parte che agisce in giudizio deve dimostrare:

    La volontà di arrecare un danno

    Occorre provare che il socio abbia perseguito consapevolmente un risultato pregiudizievole per la società, per altri soci o per soggetti terzi.

    L’induzione dell’amministratore all’inadempimento

    Può essere rilevante dimostrare che il socio abbia influenzato l’amministratore inducendolo a violare i propri doveri gestori.

    La piena consapevolezza dell’illegittimità dell’atto

    È necessario provare che il socio fosse consapevole:

    • della contrarietà dell’atto alla legge;
    • della violazione dell’atto costitutivo;
    • della violazione dei principi di corretta amministrazione;
    • delle possibili conseguenze dannose derivanti dalla decisione.

    In assenza di tali elementi, la responsabilità personale del socio non può essere affermata.

    Quando un Atto Può Essere Considerato Dannoso

    La sentenza affronta anche il tema dell’antigiuridicità dell’atto di gestione.

    Un principio particolarmente interessante riguarda il fatto che un comportamento può essere considerato dannoso anche quando non viola espressamente una norma di legge.

    Infatti, l’illegittimità può emergere quando l’operazione:

    • non genera alcun vantaggio per la società;
    • espone l’impresa a rischi ingiustificati;
    • produce effetti economicamente negativi;
    • risulta incompatibile con i principi di sana gestione aziendale.

    In altre parole, un atto formalmente lecito può comunque generare responsabilità se contrario all’interesse sociale.

    La Differenza tra Rischio Imprenditoriale e Responsabilità

    È importante distinguere tra una normale scelta imprenditoriale e una condotta che può generare responsabilità.

    Ogni attività d’impresa comporta inevitabilmente:

    • rischi economici;
    • investimenti non riusciti;
    • variazioni di mercato;
    • errori strategici.

    La responsabilità del socio gestore non nasce automaticamente dal verificarsi di una perdita.

    Occorre invece dimostrare che la decisione sia stata assunta con consapevolezza del danno o in violazione dei principi fondamentali di corretta amministrazione.

    Quali Conseguenze Può Subire il Socio Gestore

    Quando vengono accertati tutti i presupposti previsti dalla legge, il socio può essere chiamato a risarcire i danni causati.

    La responsabilità può riguardare:

    • la società;
    • gli altri soci;
    • i creditori;
    • i terzi danneggiati.

    L’entità del risarcimento dipenderà dal danno effettivamente provocato e dal ruolo svolto dal socio nella decisione contestata.

    Come Ridurre il Rischio di Responsabilità

    Per evitare contestazioni future è opportuno che soci e amministratori adottino una gestione trasparente e correttamente documentata.

    In particolare è consigliabile:

    • verbalizzare le decisioni rilevanti;
    • motivare le scelte strategiche;
    • valutare preventivamente i rischi delle operazioni;
    • acquisire pareri professionali quando necessario;
    • evitare interferenze gestionali prive di adeguata giustificazione.

    Una corretta governance rappresenta la migliore tutela contro future azioni di responsabilità.

    Conclusioni

    La sentenza del Tribunale di Bologna n. 1475/2024 conferma che la responsabilità del socio gestore prevista dall’art. 2476, comma 8, c.c. costituisce una forma di responsabilità eccezionale, che richiede la prova di un comportamento intenzionale e consapevole.

    Non è sufficiente dimostrare che il socio abbia partecipato a una decisione dannosa: occorre provare la sua volontà di contribuire all’atto lesivo o, quantomeno, la piena consapevolezza della sua contrarietà alla legge, all’atto costitutivo o ai principi di corretta amministrazione.

    Per imprenditori e soci di SRL, questa pronuncia rappresenta un importante punto di riferimento per comprendere i limiti dell’intervento gestionale e le responsabilità che possono derivarne.

    Per una prima valutazione su una contestazione sulla responsabilità dei soci gestori, scopri il servizio BPlanning di assistenza legale, interventi e diffide.

    Servizi BPlanning per approfondire doveri gestori, decisioni e rischi dell’amministratore

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale coinvolgimento del socio gestore affronta la guida?

    Nelle società a responsabilità limitata (SRL), il ruolo del socio non si limita sempre al semplice conferimento di capitale. In molti casi, infatti, i soci partecipano attivamente alle decisioni aziendali, influenzando direttamente la gestione dell’impresa.

    Ma cosa accade quando una decisione provoca un danno alla società, agli altri soci o ai creditori?

    Con la sentenza n. 1475 del 17 maggio 2024, il Tribunale di Bologna ha chiarito i presupposti della responsabilità dei soci gestori prevista dall’art. 2476, comma 8, del Codice Civile, definendo quando un socio può essere chiamato a rispondere personalmente per gli effetti delle proprie decisioni.

    Una pronuncia particolarmente importante per imprenditori, soci di SRL, amministratori e professionisti che si occupano di governance societaria.

    Che cosa prevede la responsabilità del socio gestore?

    L’art. 2476, comma 8, c.c. prevede una specifica forma di responsabilità a carico del socio che intervenga nelle decisioni gestionali della società.

    Tuttavia, questa responsabilità non sostituisce quella degli amministratori.

    Secondo il Tribunale di Bologna, la responsabilità del socio ha natura:

    • accessoria;
    • concorrente;
    • complementare rispetto a quella dell’amministratore.

    Ciò significa che il socio può essere chiamato a rispondere insieme all’amministratore quando abbia contribuito in modo determinante alla realizzazione dell’atto dannoso.

    La partecipazione a una decisione basta per la responsabilità?

    Uno degli aspetti più rilevanti della sentenza riguarda l’elemento soggettivo richiesto dalla norma.

    La legge utilizza espressamente il termine “intenzionalmente”, imponendo un requisito particolarmente rigoroso.

    Per attribuire la responsabilità al socio non è sufficiente dimostrare che abbia partecipato a una decisione errata o che abbia espresso il proprio consenso a una determinata operazione.

    Occorre provare che il socio abbia:

    • deciso l’atto dannoso;
    • autorizzato l’operazione;
    • agito con piena consapevolezza delle conseguenze negative.

    La responsabilità non può quindi essere fondata su semplici errori di valutazione o su scelte imprenditoriali rivelatesi successivamente sfavorevoli.

    Chi deve provare la responsabilità del socio?

    Secondo il Tribunale, l’onere della prova ricade su chi invoca la responsabilità del socio gestore.

    La parte che agisce in giudizio deve dimostrare:

    Occorre provare che il socio abbia perseguito consapevolmente un risultato pregiudizievole per la società, per altri soci o per soggetti terzi.

    Può essere rilevante dimostrare che il socio abbia influenzato l’amministratore inducendolo a violare i propri doveri gestori.

    È necessario provare che il socio fosse consapevole:

    • della contrarietà dell’atto alla legge;
    • della violazione dell’atto costitutivo;
    • della violazione dei principi di corretta amministrazione;
    • delle possibili conseguenze dannose derivanti dalla decisione.

    In assenza di tali elementi, la responsabilità personale del socio non può essere affermata.

    Quando l’atto del socio può essere considerato dannoso?

    La sentenza affronta anche il tema dell’antigiuridicità dell’atto di gestione.

    Un principio particolarmente interessante riguarda il fatto che un comportamento può essere considerato dannoso anche quando non viola espressamente una norma di legge.

    Infatti, l’illegittimità può emergere quando l’operazione:

    • non genera alcun vantaggio per la società;
    • espone l’impresa a rischi ingiustificati;
    • produce effetti economicamente negativi;
    • risulta incompatibile con i principi di sana gestione aziendale.

    In altre parole, un atto formalmente lecito può comunque generare responsabilità se contrario all’interesse sociale.

  • Bonus Donne, Bonus Giovani e Bonus ZES 2026: via libera alle domande INPS

    Bonus Donne, Giovani e ZES 2026: l’INPS apre le domande. Scopri requisiti, importi, codici Uniemens, modalità di richiesta e recupero degli arretrati.

    Bonus Assunzioni 2026: al via le domande per Donne, Giovani e ZES

    L’INPS ha ufficialmente aperto la procedura per la richiesta dei principali incentivi alle assunzioni introdotti dal Decreto-Legge n. 62/2026.

    Dal 11 giugno 2026 i datori di lavoro possono presentare le domande per:

    • Bonus Donne 2026;
    • Bonus Giovani 2026;
    • Bonus ZES 2026.

    Si tratta di agevolazioni particolarmente interessanti che consentono alle imprese di ottenere un esonero contributivo fino al 100% dei contributi previdenziali a proprio carico.

    L’obiettivo del legislatore è favorire:

    • occupazione femminile;
    • occupazione giovanile;
    • sviluppo economico delle regioni del Mezzogiorno.

    Come presentare le domande

    Le richieste devono essere inviate attraverso il:

    Portale delle Agevolazioni INPS (ex DiResCo)

    Accessibile mediante:

    • SPID livello 2 o superiore;
    • Carta d’Identità Elettronica (CIE);
    • Carta Nazionale dei Servizi (CNS).

    L’INPS verifica:

    • requisiti soggettivi;
    • disponibilità delle risorse;
    • condizioni previste dalla normativa.

    Solo dopo tali verifiche l’agevolazione viene autorizzata.


    Bonus Donne 2026

    Il Bonus Donne è destinato alle assunzioni a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate e molto svantaggiate effettuate dal:

    1° gennaio 2026 al 31 dicembre 2026

    L’incentivo consiste in:

    • esonero del 100% dei contributi previdenziali;
    • esclusione dei premi INAIL.

    Quanto spetta con il Bonus Donne

    Bonus ordinario

    Massimale:

    650 euro al mese


    Bonus Donne ZES

    Per le lavoratrici residenti nelle regioni della ZES Unica del Mezzogiorno:

    800 euro al mese


    Codici Uniemens Bonus Donne

    Per utilizzare correttamente l’agevolazione nei flussi contributivi occorre utilizzare:

    ED26

    Esonero Donne 2026 fino a 650 euro mensili.

    EDZS

    Esonero Donne ZES fino a 800 euro mensili.


    Bonus Giovani 2026

    Il Bonus Giovani incentiva l’assunzione a tempo indeterminato di giovani che:

    • non abbiano compiuto 35 anni;
    • appartengano alle categorie individuate dalla normativa.

    L’assunzione deve essere effettuata tra:

    1° gennaio 2026 e 31 dicembre 2026


    Importo del Bonus Giovani

    Regime ordinario

    Massimale:

    500 euro al mese


    Bonus Giovani ZES

    Per assunzioni effettuate nelle regioni della ZES Unica:

    650 euro al mese


    Codici Uniemens Bonus Giovani

    EG26

    Bonus Giovani ordinario.

    EGZS

    Bonus Giovani ZES.


    Bonus ZES 2026

    Il Bonus ZES è rivolto alle imprese che assumono lavoratori nelle regioni della Zona Economica Speciale del Mezzogiorno.

    L’incentivo consiste in:

    • esonero del 100% dei contributi previdenziali;
    • durata massima di 24 mesi;
    • massimale di 650 euro mensili.

    Requisiti del lavoratore

    Per ottenere il Bonus ZES il lavoratore deve:

    • avere almeno 35 anni;
    • essere disoccupato da almeno 24 mesi.

    Requisiti dell’azienda

    L’impresa deve:

    • operare in una sede situata nella ZES Unica;
    • occupare non più di 10 dipendenti nel mese dell’assunzione.

    Regioni interessate dalla ZES Unica

    Rientrano nella misura:

    • Abruzzo;
    • Basilicata;
    • Calabria;
    • Campania;
    • Marche;
    • Molise;
    • Puglia;
    • Sardegna;
    • Sicilia;
    • Umbria.

    Codice Uniemens Bonus ZES

    Per la gestione contributiva deve essere utilizzato il codice:

    EZE1

    Esonero contributivo ZES 2026.


    Recupero degli arretrati

    Una delle novità più rilevanti riguarda la possibilità di recuperare gli incentivi maturati nei mesi precedenti.

    L’INPS consente il recupero degli esoneri riferiti al periodo:

    gennaio 2026 – giugno 2026

    Tale recupero può essere effettuato esclusivamente nei flussi Uniemens relativi ai mesi di:

    • luglio 2026;
    • agosto 2026;
    • settembre 2026.

    Le aziende devono quindi prestare particolare attenzione alle tempistiche operative.


    Incremento occupazionale netto: requisito fondamentale

    Per tutti e tre gli incentivi è richiesto il rispetto del principio dell’incremento occupazionale netto.

    L’azienda deve dimostrare che l’assunzione determina un aumento effettivo dell’organico rispetto alla media occupazionale precedente.

    Il requisito rappresenta una delle principali condizioni per l’accesso al beneficio.


    Rispetto del CCNL e trattamento economico

    Le agevolazioni sono inoltre subordinate al rispetto di alcuni obblighi fondamentali.

    L’impresa deve:

    • applicare il corretto contratto collettivo;
    • garantire il trattamento economico minimo previsto;
    • rispettare la normativa lavoristica;
    • essere in regola con gli obblighi contributivi.

    La mancata osservanza di tali condizioni può comportare la revoca dell’incentivo.


    Confronto tra i tre bonus

    Incentivo Esonero Massimale Mensile Durata
    Bonus Donne 100% contributi 650 € 12 o 24 mesi
    Bonus Donne ZES 100% contributi 800 € 12 o 24 mesi
    Bonus Giovani 100% contributi 500 € Durata prevista dalla norma
    Bonus Giovani ZES 100% contributi 650 € Durata prevista dalla norma
    Bonus ZES 100% contributi 650 € 24 mesi

    Perché questi incentivi sono importanti

    Le nuove agevolazioni permettono alle aziende di:

    • ridurre il costo del lavoro;
    • favorire nuove assunzioni;
    • migliorare la competitività aziendale;
    • ottenere vantaggi economici immediati;
    • beneficiare di importanti risparmi contributivi.

    In alcuni casi il beneficio complessivo può raggiungere diverse migliaia di euro per singolo lavoratore assunto.


    BPlanning: consulenza su incentivi alle assunzioni e agevolazioni INPS

    BPlanning supporta imprese e datori di lavoro nella gestione di:

    • Bonus Donne 2026;
    • Bonus Giovani 2026;
    • Bonus ZES 2026;
    • incentivi alle assunzioni;
    • consulenza del lavoro;
    • gestione del personale;
    • pratiche INPS;
    • pianificazione del costo del lavoro.

    Il nostro team verifica preventivamente la spettanza delle agevolazioni e assiste l’azienda nell’intero iter amministrativo.


    Conclusioni

    L’apertura delle procedure INPS rappresenta un’importante opportunità per le aziende che intendono assumere nuovo personale nel corso del 2026.

    I Bonus Donne, Giovani e ZES consentono infatti di ottenere significativi risparmi contributivi, purché vengano rispettati tutti i requisiti previsti dalla normativa.

    Una corretta pianificazione delle assunzioni e una gestione accurata delle pratiche INPS permettono di massimizzare i benefici economici e ridurre il costo del lavoro.


    Vuoi verificare quali incentivi può ottenere la tua azienda?

    Il team di BPlanning può analizzare la tua situazione, verificare la compatibilità con le agevolazioni disponibili e supportarti nella richiesta dei Bonus Donne, Giovani e ZES 2026 per ridurre concretamente il costo delle nuove assunzioni.

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Come presentare le domande», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Il servizio collega cedolini, contributi, inquadramenti e adempimenti del personale con l’assistenza di un consulente del lavoro dedicato. Scopri Paghe e consulenza del lavoro.

    Elaborazione paghe e consulenza del lavoro collega cedolini, contributi, F24, CU e adempimenti del personale con un consulente dedicato, per valutare correttamente costi, incentivi e gestione dei rapporti di lavoro. Scopri Elaborazione paghe e consulenza del lavoro.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Come vengono presentate le domande per i bonus descritti?

    Le richieste devono essere inviate attraverso il:

    Portale delle Agevolazioni INPS (ex DiResCo)

    Accessibile mediante:

    • SPID livello 2 o superiore;
    • Carta d’Identità Elettronica (CIE);
    • Carta Nazionale dei Servizi (CNS).

    L’INPS verifica:

    • requisiti soggettivi;
    • disponibilità delle risorse;
    • condizioni previste dalla normativa.

    Solo dopo tali verifiche l’agevolazione viene autorizzata.

    Quali assunzioni riguarda il Bonus Donne illustrato?

    Il Bonus Donne è destinato alle assunzioni a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate e molto svantaggiate effettuate dal:

    1° gennaio 2026 al 31 dicembre 2026

    L’incentivo consiste in:

    • esonero del 100% dei contributi previdenziali;
    • esclusione dei premi INAIL.

    Quali assunzioni riguarda il Bonus Giovani illustrato?

    Il Bonus Giovani incentiva l’assunzione a tempo indeterminato di giovani che:

    • non abbiano compiuto 35 anni;
    • appartengano alle categorie individuate dalla normativa.

    L’assunzione deve essere effettuata tra:

    1° gennaio 2026 e 31 dicembre 2026

    Quali condizioni distingue il Bonus ZES descritto?

    Il Bonus ZES è rivolto alle imprese che assumono lavoratori nelle regioni della Zona Economica Speciale del Mezzogiorno.

    L’incentivo consiste in:

    • esonero del 100% dei contributi previdenziali;
    • durata massima di 24 mesi;
    • massimale di 650 euro mensili.

    Perché è importante verificare l’incremento occupazionale netto?

    Per tutti e tre gli incentivi è richiesto il rispetto del principio dell’incremento occupazionale netto.

    L’azienda deve dimostrare che l’assunzione determina un aumento effettivo dell’organico rispetto alla media occupazionale precedente.

    Il requisito rappresenta una delle principali condizioni per l’accesso al beneficio.