Categoria: Guide Lavoro

  • Bonus Donne 2026: requisiti, importi e differenze tra Bonus Ordinario e Bonus ZES

    Bonus Donne 2026: scopri chi può beneficiarne, quali sono i requisiti richiesti, gli importi fino a 800 euro al mese e le differenze tra incentivo ordinario e Bonus ZES.

    Bonus Donne 2026: fino a 800 euro al mese per le nuove assunzioni

    Con il Decreto-Legge n. 62/2026 il legislatore ha introdotto una nuova importante agevolazione per favorire l’occupazione femminile.

    Il cosiddetto Bonus Donne 2026 riconosce ai datori di lavoro privati un esonero contributivo del 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di donne svantaggiate e molto svantaggiate effettuate nel corso del 2026.

    L’incentivo può raggiungere:

    • 650 euro al mese nella versione ordinaria;
    • 800 euro al mese nelle regioni della ZES Unica del Mezzogiorno.

    Si tratta di una misura particolarmente interessante per aziende e imprenditori che intendono ampliare il proprio organico beneficiando di un significativo risparmio contributivo.


    Cos’è il Bonus Donne 2026

    Il Bonus Donne consiste in un esonero totale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro.

    L’agevolazione si applica alle assunzioni a tempo indeterminato effettuate tra:

    1° gennaio 2026 e 31 dicembre 2026

    L’incentivo riguarda esclusivamente i contributi previdenziali dovuti dal datore di lavoro.

    Restano invece esclusi:

    • premi INAIL;
    • fondi di solidarietà;
    • fondi interprofessionali;
    • contributi solidaristici.

    Chi può richiedere il Bonus Donne

    Possono accedere all’agevolazione:

    • imprese private;
    • società;
    • studi professionali;
    • aziende agricole;
    • datori di lavoro privati in generale.

    Sono invece esclusi:

    • pubbliche amministrazioni;
    • lavoro domestico;
    • contratti di apprendistato.

    Chi sono le donne molto svantaggiate

    Una delle categorie principali individuate dalla normativa riguarda le donne molto svantaggiate.

    Rientrano in questa categoria le lavoratrici:

    Senza impiego da almeno 24 mesi

    Indipendentemente dalla residenza.

    Oppure:

    Senza impiego da almeno 12 mesi

    E appartenenti ad almeno una delle seguenti categorie:

    • età compresa tra 15 e 24 anni;
    • prive di diploma superiore;
    • over 50;
    • donne sole con familiari a carico;
    • occupate in settori con forte disparità di genere;
    • appartenenti a minoranze etniche che necessitano di formazione professionale o linguistica.

    Per queste lavoratrici l’incentivo può essere riconosciuto per:

    24 mesi


    Chi sono le donne svantaggiate

    La normativa riconosce il beneficio anche alle donne che rientrano nelle condizioni di svantaggio previste dal Regolamento UE n. 651/2014.

    In questo caso la durata dell’agevolazione è pari a:

    12 mesi


    Bonus Donne Ordinario: quanto spetta

    Per le assunzioni effettuate sul territorio nazionale il beneficio consiste in:

    • esonero del 100% dei contributi previdenziali;
    • limite massimo di 650 euro mensili.

    L’agevolazione opera fino al raggiungimento del massimale previsto.


    Bonus Donne ZES: importi maggiorati

    Per favorire l’occupazione nelle aree economicamente più fragili, il legislatore ha previsto un incentivo rafforzato.

    Il Bonus Donne ZES riconosce:

    • esonero del 100% dei contributi;
    • massimale di 800 euro mensili.

    A parità di requisiti, il vantaggio economico risulta quindi superiore.


    Quali regioni rientrano nella ZES Unica

    Il Bonus maggiorato si applica alle lavoratrici residenti nelle seguenti regioni:

    • Abruzzo;
    • Basilicata;
    • Calabria;
    • Campania;
    • Molise;
    • Puglia;
    • Sardegna;
    • Sicilia;
    • Marche;
    • Umbria.

    La residenza della lavoratrice rappresenta uno dei requisiti fondamentali per accedere alla versione maggiorata dell’incentivo.


    Durata dell’agevolazione

    La durata dipende dalla categoria della lavoratrice assunta.

    Donne svantaggiate

    • 12 mesi.

    Donne molto svantaggiate

    • 24 mesi.

    Esempio pratico: Bonus Donne Ordinario

    Supponiamo l’assunzione di una lavoratrice senza impiego da oltre 24 mesi.

    Dati:

    • retribuzione lorda: 2.000 euro mensili;
    • contributi datoriali: 30%.

    Contributi teorici:

    • 600 euro mensili.

    Poiché il valore è inferiore al massimale di 650 euro:

    l’azienda recupera integralmente 600 euro al mese.

    Su 24 mesi:

    risparmio totale: 14.400 euro


    Esempio pratico: Bonus Donne ZES

    Assunzione di una lavoratrice residente in Puglia.

    Dati:

    • retribuzione lorda: 3.000 euro;
    • contributi datoriali: 900 euro.

    Massimale applicabile:

    • 800 euro mensili.

    Durata:

    • 24 mesi.

    Risparmio totale:

    19.200 euro


    Requisiti generali per ottenere il bonus

    Per accedere all’incentivo l’azienda deve rispettare una serie di condizioni.

    Tra le principali:

    • DURC regolare;
    • rispetto della normativa sul lavoro;
    • applicazione del CCNL corretto;
    • rispetto delle norme sulla sicurezza.

    La mancanza di uno di questi requisiti può comportare la perdita dell’agevolazione.


    Licenziamenti: attenzione ai vincoli

    La normativa impone particolari limitazioni.

    Nei sei mesi precedenti l’assunzione non devono essere stati effettuati:

    • licenziamenti collettivi;
    • licenziamenti per giustificato motivo oggettivo;

    nella stessa unità produttiva.

    Inoltre nei sei mesi successivi all’assunzione non possono essere licenziati:

    • la lavoratrice incentivata;
    • lavoratori con la stessa qualifica.

    La violazione comporta la revoca del beneficio.


    Incremento occupazionale netto

    Per ottenere il Bonus Donne è necessario realizzare un incremento occupazionale netto.

    La verifica viene effettuata confrontando:

    • la forza lavoro attuale;
    • la media dei dodici mesi precedenti.

    Il calcolo avviene attraverso le ULA (Unità Lavorative Annue).


    Quando l’incremento occupazionale resta valido

    L’incremento continua ad essere considerato esistente anche in presenza di cessazioni dovute a:

    • dimissioni volontarie;
    • pensionamento;
    • invalidità;
    • riduzione volontaria dell’orario;
    • licenziamento per giusta causa.

    Come presentare la domanda

    La richiesta deve essere trasmessa tramite:

    Portale delle Agevolazioni INPS

    Accessibile con:

    • SPID;
    • Carta d’Identità Elettronica;
    • Carta Nazionale dei Servizi.

    L’INPS verifica:

    • requisiti;
    • disponibilità delle risorse;
    • Registro Nazionale Aiuti di Stato.

    Successivamente comunica l’esito dell’istanza.


    Recupero degli arretrati

    L’INPS ha previsto la possibilità di recuperare gli incentivi maturati da gennaio 2026.

    Il recupero può avvenire esclusivamente nei flussi:

    • luglio 2026;
    • agosto 2026;
    • settembre 2026.

    Le aziende interessate devono quindi prestare particolare attenzione alle relative scadenze operative.


    Bonus Donne e super deduzione del costo del lavoro

    Una delle novità più interessanti riguarda la compatibilità con la super deduzione del costo del lavoro.

    Il Bonus Donne:

    • non è cumulabile con altri esoneri contributivi;
    • è invece compatibile con la super deduzione fiscale prevista dalla normativa vigente.

    Ciò consente alle imprese di ottenere un vantaggio sia contributivo sia fiscale.


    BPlanning: consulenza su incentivi alle assunzioni e costo del lavoro

    BPlanning supporta aziende e imprenditori nella gestione di:

    • Bonus Donne 2026;
    • incentivi alle assunzioni;
    • agevolazioni contributive;
    • consulenza del lavoro;
    • gestione del personale;
    • welfare aziendale;
    • pianificazione del costo del lavoro.

    Il nostro team di consulenti del lavoro verifica preventivamente i requisiti richiesti e assiste l’impresa nella corretta gestione delle pratiche INPS.


    Conclusioni

    Il Bonus Donne 2026 rappresenta una delle agevolazioni più interessanti per le aziende che intendono assumere personale femminile.

    Grazie all’esonero contributivo del 100% e ai massimali fino a 800 euro mensili, l’incentivo può generare risparmi significativi per le imprese.

    Prima di procedere è però fondamentale verificare:

    • requisiti della lavoratrice;
    • incremento occupazionale netto;
    • regolarità contributiva;
    • assenza di cause ostative.

    Una corretta pianificazione consente di sfruttare pienamente il beneficio evitando contestazioni e recuperi futuri.


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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Chi può richiedere il Bonus Donne descritto?

    Possono accedere all’agevolazione:

    • imprese private;
    • società;
    • studi professionali;
    • aziende agricole;
    • datori di lavoro privati in generale.

    Sono invece esclusi:

    • pubbliche amministrazioni;
    • lavoro domestico;
    • contratti di apprendistato.

    Quali caratteristiche hanno le lavoratrici molto svantaggiate?

    Una delle categorie principali individuate dalla normativa riguarda le donne molto svantaggiate.

    Rientrano in questa categoria le lavoratrici:

    Indipendentemente dalla residenza.

    Oppure:

    E appartenenti ad almeno una delle seguenti categorie:

    • età compresa tra 15 e 24 anni;
    • prive di diploma superiore;
    • over 50;
    • donne sole con familiari a carico;
    • occupate in settori con forte disparità di genere;
    • appartenenti a minoranze etniche che necessitano di formazione professionale o linguistica.

    Per queste lavoratrici l’incentivo può essere riconosciuto per:

    24 mesi

    Come si distingue la categoria delle lavoratrici svantaggiate?

    La normativa riconosce il beneficio anche alle donne che rientrano nelle condizioni di svantaggio previste dal Regolamento UE n. 651/2014.

    In questo caso la durata dell’agevolazione è pari a:

    12 mesi

    Quali requisiti generali dell’azienda vanno verificati?

    Per accedere all’incentivo l’azienda deve rispettare una serie di condizioni.

    Tra le principali:

    • DURC regolare;
    • rispetto della normativa sul lavoro;
    • applicazione del CCNL corretto;
    • rispetto delle norme sulla sicurezza.

    La mancanza di uno di questi requisiti può comportare la perdita dell’agevolazione.

    Come viene presentata la domanda illustrata nell’articolo?

    La richiesta deve essere trasmessa tramite:

    Portale delle Agevolazioni INPS

    Accessibile con:

    • SPID;
    • Carta d’Identità Elettronica;
    • Carta Nazionale dei Servizi.

    L’INPS verifica:

    • requisiti;
    • disponibilità delle risorse;
    • Registro Nazionale Aiuti di Stato.

    Successivamente comunica l’esito dell’istanza.

  • Premi di Produttività e Welfare Aziendale 2026: il nuovo limite sale a 5.000 euro anche per la conversione in benefit

    Premi di produttività 2026: il limite agevolato sale a 5.000 euro. Scopri come funziona la tassazione all’1%, la conversione in welfare aziendale e i chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate.

    Premi di Produttività e Welfare Aziendale: le novità introdotte nel 2026

    La Legge di Bilancio 2026 ha introdotto importanti novità per imprese e lavoratori in materia di premi di produttività.

    L’obiettivo del legislatore è incentivare i sistemi premianti aziendali attraverso una tassazione particolarmente favorevole e favorire l’utilizzo degli strumenti di welfare aziendale.

    A confermare l’interpretazione della nuova normativa è intervenuta l’Agenzia delle Entrate con la Risoluzione n. 22/E del 9 giugno 2026, chiarendo uno dei dubbi più rilevanti per aziende e dipendenti.

    Il nuovo limite agevolato di 5.000 euro si applica infatti anche quando il lavoratore sceglie di convertire il premio di produttività in benefit aziendali.


    Cosa sono i premi di produttività

    I premi di produttività rappresentano somme riconosciute ai lavoratori dipendenti in presenza di:

    • incrementi di produttività;
    • miglioramenti dell’efficienza;
    • aumenti della qualità;
    • crescita della redditività;
    • raggiungimento di obiettivi aziendali.

    Si tratta di strumenti utilizzati da molte imprese per premiare i risultati raggiunti e incentivare il coinvolgimento del personale.


    La tassazione agevolata dei premi

    La disciplina dei premi di produttività è stata introdotta dalla Legge n. 208/2015.

    Negli anni il legislatore è intervenuto più volte per modificarne limiti e aliquote.

    Con la Legge di Bilancio 2026 è stata introdotta una misura particolarmente vantaggiosa.

    Per i premi erogati nel:

    • 2026;
    • 2027;

    si applica infatti un’imposta sostitutiva ridotta all’1%.

    Si tratta di una delle aliquote fiscali più basse oggi previste nell’ordinamento tributario italiano.


    Il nuovo limite di 5.000 euro

    La principale novità riguarda l’importo massimo agevolabile.

    Fino al 2025 il limite ordinario era pari a:

    • 3.000 euro annui.

    Dal 2026 il limite sale a:

    5.000 euro annui

    Questo significa che una quota maggiore del premio può beneficiare della tassazione sostitutiva all’1%.


    Premio in denaro o welfare aziendale: il lavoratore può scegliere

    La normativa consente al dipendente di scegliere tra due modalità di fruizione del premio.

    Premio in denaro

    Il lavoratore riceve direttamente l’importo in busta paga.

    In questo caso si applica l’imposta sostitutiva agevolata prevista dalla legge.


    Conversione in welfare aziendale

    Il lavoratore può rinunciare all’erogazione monetaria e trasformare il premio in benefit aziendali.

    Tra gli strumenti più utilizzati troviamo:

    • buoni acquisto;
    • buoni spesa;
    • assistenza sanitaria;
    • previdenza complementare;
    • istruzione dei figli;
    • servizi di welfare;
    • rimborsi scolastici;
    • servizi di assistenza familiare.

    In molti casi il trattamento fiscale può risultare ancora più favorevole rispetto all’erogazione monetaria.


    Il dubbio interpretativo del 2026

    Dopo l’approvazione della Legge di Bilancio 2026 è emerso un importante dubbio operativo.

    La norma che ha aumentato il limite da 3.000 a 5.000 euro faceva infatti riferimento esclusivamente alla disciplina dei premi di produttività assoggettati a imposta sostitutiva.

    Molti operatori si sono quindi chiesti se il nuovo limite fosse applicabile anche nei casi di conversione del premio in welfare aziendale.


    La risposta dell’Agenzia delle Entrate

    Con la Risoluzione n. 22/E del 9 giugno 2026 l’Agenzia delle Entrate ha chiarito definitivamente la questione.

    Secondo l’Amministrazione Finanziaria:

    il nuovo limite di 5.000 euro si applica anche quando il lavoratore sceglie di convertire il premio in welfare aziendale.

    La conclusione deriva da una lettura sistematica della normativa che disciplina:

    • premi di produttività;
    • partecipazione agli utili;
    • conversione in benefit aziendali.

    Quali condizioni devono essere rispettate

    L’applicazione del nuovo limite non elimina però i vincoli previsti dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi.

    Per mantenere il trattamento agevolato è necessario rispettare:

    • le regole dell’articolo 51 del TUIR;
    • i limiti previsti per i singoli benefit;
    • le condizioni richieste per ogni specifica tipologia di welfare.

    Pertanto il nuovo limite di 5.000 euro non sostituisce le regole già previste per i singoli strumenti di welfare.


    Perché il welfare può essere più conveniente del premio in denaro

    Molte aziende stanno progressivamente orientandosi verso sistemi di welfare aziendale.

    I motivi sono evidenti.

    Rispetto all’erogazione monetaria:

    • aumenta il valore percepito dal dipendente;
    • diminuisce il carico fiscale;
    • riduce il costo contributivo;
    • migliora il clima aziendale;
    • favorisce la fidelizzazione del personale.

    Per questo motivo la conversione dei premi in welfare rappresenta oggi uno degli strumenti più utilizzati nelle politiche HR.


    Partecipazione agli utili: stessa disciplina

    Le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 non riguardano esclusivamente i premi di produttività.

    Anche le somme corrisposte a titolo di:

    • partecipazione agli utili dell’impresa;

    possono beneficiare delle stesse regole agevolative.

    Di conseguenza trovano applicazione:

    • aliquota sostitutiva dell’1%;
    • limite massimo di 5.000 euro;
    • possibilità di conversione in welfare aziendale.

    Cosa devono fare le aziende

    Le imprese che utilizzano sistemi premianti dovrebbero verificare:

    • regolamenti aziendali;
    • accordi di secondo livello;
    • premi di risultato esistenti;
    • piattaforme welfare;
    • procedure di conversione dei premi.

    Una corretta pianificazione consente di sfruttare pienamente le nuove opportunità offerte dalla normativa.


    Errori da evitare

    Tra gli errori più frequenti troviamo:

    • superamento dei limiti previsti dal TUIR;
    • errata gestione della conversione in welfare;
    • mancata formalizzazione degli accordi;
    • utilizzo improprio dei benefit;
    • applicazione errata della tassazione agevolata.

    Una gestione corretta permette invece di massimizzare i vantaggi fiscali per azienda e lavoratore.


    BPlanning: consulenza su premi di risultato e welfare aziendale

    BPlanning supporta aziende e imprenditori nella progettazione e gestione di:

    • premi di produttività;
    • premi di risultato;
    • welfare aziendale;
    • fringe benefit;
    • piani incentivanti;
    • ottimizzazione del costo del lavoro;
    • consulenza del lavoro;
    • contrattazione aziendale.

    Il nostro team di consulenti del lavoro e professionisti HR aiuta le imprese a costruire sistemi premianti efficienti, sostenibili e fiscalmente vantaggiosi.


    Conclusioni

    La Legge di Bilancio 2026 introduce un’importante opportunità per aziende e lavoratori.

    L’aumento del limite agevolato a 5.000 euro e la conferma della sua applicazione anche in caso di conversione in welfare aziendale rendono ancora più conveniente l’utilizzo dei premi di produttività.

    Per sfruttare correttamente i benefici fiscali è però fondamentale verificare il rispetto delle condizioni previste dalla normativa e strutturare adeguatamente i sistemi premianti aziendali.


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    Il team di BPlanning può aiutarti a progettare premi di risultato, piani welfare e sistemi incentivanti capaci di aumentare il valore riconosciuto ai dipendenti riducendo al tempo stesso il costo fiscale e contributivo per l’azienda.

    Per approfondire il trattamento dei premi di produttività e del welfare aziendale, scopri i servizi BPlanning di paghe e consulenza del lavoro.

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Che cosa sono i premi di produttività?

    I premi di produttività rappresentano somme riconosciute ai lavoratori dipendenti in presenza di:

    • incrementi di produttività;
    • miglioramenti dell’efficienza;
    • aumenti della qualità;
    • crescita della redditività;
    • raggiungimento di obiettivi aziendali.

    Si tratta di strumenti utilizzati da molte imprese per premiare i risultati raggiunti e incentivare il coinvolgimento del personale.

    Come si distinguono premio in denaro e conversione in welfare?

    La normativa consente al dipendente di scegliere tra due modalità di fruizione del premio.

    Il lavoratore riceve direttamente l’importo in busta paga.

    In questo caso si applica l’imposta sostitutiva agevolata prevista dalla legge.

    Il lavoratore può rinunciare all’erogazione monetaria e trasformare il premio in benefit aziendali.

    Tra gli strumenti più utilizzati troviamo:

    • buoni acquisto;
    • buoni spesa;
    • assistenza sanitaria;
    • previdenza complementare;
    • istruzione dei figli;
    • servizi di welfare;
    • rimborsi scolastici;
    • servizi di assistenza familiare.

    In molti casi il trattamento fiscale può risultare ancora più favorevole rispetto all’erogazione monetaria.

    Quale chiarimento sulla conversione descrive la guida?

    Con la Risoluzione n. 22/E del 9 giugno 2026 l’Agenzia delle Entrate ha chiarito definitivamente la questione.

    Secondo l’Amministrazione Finanziaria:

    il nuovo limite di 5.000 euro si applica anche quando il lavoratore sceglie di convertire il premio in welfare aziendale.

    La conclusione deriva da una lettura sistematica della normativa che disciplina:

    • premi di produttività;
    • partecipazione agli utili;
    • conversione in benefit aziendali.

    Quali condizioni devono essere verificate per l’agevolazione?

    L’applicazione del nuovo limite non elimina però i vincoli previsti dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi.

    Per mantenere il trattamento agevolato è necessario rispettare:

    • le regole dell’articolo 51 del TUIR;
    • i limiti previsti per i singoli benefit;
    • le condizioni richieste per ogni specifica tipologia di welfare.

    Pertanto il nuovo limite di 5.000 euro non sostituisce le regole già previste per i singoli strumenti di welfare.

    Quali attività deve organizzare l’azienda per gestire i premi?

    Le imprese che utilizzano sistemi premianti dovrebbero verificare:

    • regolamenti aziendali;
    • accordi di secondo livello;
    • premi di risultato esistenti;
    • piattaforme welfare;
    • procedure di conversione dei premi.

    Una corretta pianificazione consente di sfruttare pienamente le nuove opportunità offerte dalla normativa.

  • Buoni Pasto e Buoni Spesa 2026: differenze, vantaggi fiscali e regole operative per aziende e dipendenti

    Buoni pasto e buoni spesa 2026: scopri differenze, limiti di esenzione fiscale, gestione in smart working, part-time, malattia, maternità, ferie e cassa integrazione.

    Buoni Pasto e Buoni Spesa: guida completa per aziende e lavoratori

    Negli ultimi anni il welfare aziendale è diventato uno degli strumenti più utilizzati dalle imprese per aumentare il benessere dei dipendenti senza incrementare eccessivamente il costo del lavoro.

    Tra le misure più diffuse troviamo:

    • buoni pasto;
    • buoni spesa;
    • fringe benefit;
    • welfare aziendale;
    • assistenza sanitaria integrativa;
    • previdenza complementare.

    Grazie ai vantaggi fiscali previsti dalla normativa, questi strumenti consentono di aumentare il valore percepito dal lavoratore in modo più efficiente rispetto a un tradizionale aumento in busta paga.


    Cosa sono i buoni pasto

    I buoni pasto nascono come alternativa al servizio mensa aziendale.

    La loro funzione principale è consentire al lavoratore di:

    • consumare un pasto durante la giornata lavorativa;
    • acquistare prodotti alimentari presso esercizi convenzionati;
    • beneficiare di un trattamento fiscale agevolato.

    Nel tempo sono diventati uno degli strumenti di welfare più apprezzati sia dalle aziende sia dai dipendenti.


    Limiti di esenzione fiscale dei buoni pasto nel 2026

    Uno dei principali vantaggi dei buoni pasto riguarda il trattamento fiscale.

    La normativa prevede l’esenzione da imposte e contributi entro specifici limiti giornalieri.

    Buoni pasto cartacei

    Esenzione fino a:

    4 euro al giorno


    Buoni pasto elettronici

    Esenzione fino a:

    10 euro al giorno

    Per questo motivo la maggior parte delle aziende utilizza oggi sistemi elettronici, che consentono di riconoscere importi più elevati senza aumentare il carico fiscale.


    Buoni pasto e buoni spesa: quali differenze ci sono?

    Spesso i due strumenti vengono confusi, ma hanno caratteristiche differenti.

    Buoni pasto

    Sono finalizzati principalmente all’acquisto di:

    • pasti;
    • prodotti alimentari;
    • beni destinati alla consumazione alimentare.

    Seguono una disciplina fiscale specifica.


    Buoni spesa

    Rientrano generalmente tra:

    • welfare aziendale;
    • fringe benefit;
    • voucher per acquisti.

    Possono essere utilizzati per una gamma molto più ampia di beni e servizi e seguono regole fiscali differenti.


    Chi può ricevere i buoni pasto

    Per mantenere il trattamento fiscale agevolato il beneficio deve essere riconosciuto:

    • alla generalità dei dipendenti;
    • oppure a categorie omogenee di lavoratori.

    Non è normalmente possibile attribuire i buoni pasto in modo arbitrario a singoli dipendenti senza una logica organizzativa coerente.

    La corretta individuazione delle categorie rappresenta un requisito essenziale ai fini fiscali.


    Buoni pasto e smart working

    Una delle domande più frequenti riguarda il lavoro agile.

    I buoni pasto spettano in smart working?

    Nella maggior parte dei casi sì.

    La tendenza normativa e contrattuale degli ultimi anni ha riconosciuto che il beneficio può essere erogato anche durante le giornate svolte da remoto.

    Questo perché il presupposto principale è la prestazione lavorativa e non necessariamente la presenza fisica in azienda.

    Occorre comunque verificare:

    • regolamento aziendale;
    • accordi individuali di smart working;
    • contrattazione collettiva applicata.

    Buoni pasto e lavoratori part-time

    Contrariamente a quanto molti credono, il part-time non esclude automaticamente il diritto ai ticket.

    Part-time orizzontale

    Generalmente il buono pasto può essere riconosciuto.


    Part-time verticale

    Può essere riconosciuto per le giornate effettivamente lavorate.

    Molto dipende dalle regole previste:

    • dal CCNL;
    • dagli accordi aziendali;
    • dal regolamento interno.

    Alcune aziende prevedono soglie minime giornaliere di ore lavorate per maturare il beneficio.


    Buoni pasto durante la malattia

    Durante la malattia la prestazione lavorativa viene sospesa.

    Di conseguenza, salvo disposizioni più favorevoli:

    il buono pasto normalmente non matura.

    L’azienda può sospenderne l’erogazione per le giornate di assenza.


    Buoni pasto durante l’infortunio

    La regola è generalmente analoga a quella prevista per la malattia.

    In assenza di accordi migliorativi:

    il ticket non viene normalmente riconosciuto.


    Buoni pasto durante maternità e congedo parentale

    Anche durante:

    • maternità obbligatoria;
    • congedo parentale;

    la prestazione lavorativa non viene resa.

    Per questo motivo il diritto al buono pasto generalmente non matura.

    Eventuali eccezioni possono derivare da:

    • contratti collettivi;
    • regolamenti aziendali;
    • accordi interni.

    Buoni pasto durante le ferie

    Durante le ferie il lavoratore è assente e non presta attività lavorativa.

    Pertanto:

    il ticket normalmente non spetta.


    Buoni pasto e permessi retribuiti

    Lo stesso principio si applica generalmente a:

    • ROL;
    • ex festività;
    • permessi retribuiti;
    • permessi Legge 104.

    In assenza di specifiche deroghe aziendali il buono pasto non viene normalmente maturato.


    Cassa integrazione: cosa succede ai ticket

    La gestione varia a seconda della tipologia di ammortizzatore sociale.

    Cassa integrazione a zero ore

    Non essendo svolta alcuna attività lavorativa:

    il buono pasto non spetta.


    Cassa integrazione con riduzione di orario

    La situazione deve essere valutata caso per caso.

    Occorre verificare:

    • ore effettivamente lavorate;
    • CCNL applicato;
    • accordi sindacali;
    • regolamento aziendale.

    In alcune situazioni il ticket può continuare ad essere riconosciuto.


    Trasferta e rimborso vitto

    Quando il dipendente riceve un rimborso per il vitto o usufruisce di pasti pagati dall’azienda, la gestione dei buoni pasto può cambiare.

    Molte imprese prevedono che:

    • il ticket non venga riconosciuto;
    • oppure venga sospeso per la giornata interessata.

    La verifica deve essere effettuata sulla base delle regole aziendali adottate.


    Straordinari e buoni pasto

    In presenza di lavoro straordinario il ticket può continuare a spettare se la giornata lavorativa rientra nelle condizioni previste dal regolamento aziendale.

    Anche in questo caso è necessario verificare:

    • policy interna;
    • accordi aziendali;
    • CCNL applicato.

    Errori da evitare per le aziende

    Le principali criticità riguardano:

    • attribuzione non uniforme dei ticket;
    • assenza di regolamenti chiari;
    • categorie di dipendenti non correttamente individuate;
    • gestione incoerente dello smart working;
    • mancata verifica del trattamento fiscale.

    Una regolamentazione interna ben strutturata riduce notevolmente il rischio di contestazioni.


    Come gestire correttamente i buoni pasto

    Ogni azienda dovrebbe predisporre una policy interna che definisca chiaramente:

    • destinatari del beneficio;
    • modalità di erogazione;
    • gestione dello smart working;
    • assenze che sospendono il diritto;
    • part-time;
    • trasferte;
    • lavoro straordinario.

    Una disciplina chiara evita dubbi interpretativi e garantisce una corretta applicazione delle agevolazioni fiscali.


    BPlanning: consulenza su welfare aziendale e gestione del personale

    BPlanning supporta aziende e imprenditori nella gestione di:

    • welfare aziendale;
    • buoni pasto;
    • fringe benefit;
    • buoni spesa;
    • premi di risultato;
    • consulenza del lavoro;
    • gestione del personale;
    • ottimizzazione del costo del lavoro.

    Il nostro team di consulenti del lavoro e professionisti HR aiuta le imprese a costruire sistemi di welfare efficienti, fiscalmente corretti e realmente apprezzati dai dipendenti.


    Conclusioni

    I buoni pasto rappresentano uno degli strumenti di welfare più efficaci e fiscalmente vantaggiosi a disposizione delle aziende.

    Per utilizzarli correttamente è però necessario verificare:

    • normativa fiscale;
    • contratti collettivi;
    • regolamenti aziendali;
    • accordi individuali.

    Una gestione corretta consente di aumentare il valore riconosciuto ai lavoratori, migliorando al tempo stesso efficienza e sostenibilità del costo del lavoro.


    Vuoi implementare un piano di welfare aziendale efficace?

    Il team di BPlanning può aiutarti a costruire un sistema di welfare, benefit e buoni pasto perfettamente integrato con le esigenze della tua azienda e della tua organizzazione.

    Per approfondire il trattamento dei buoni pasto e dei benefit ai dipendenti, scopri i servizi BPlanning di paghe e consulenza del lavoro.

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Cosa sono i buoni pasto», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Elaborazione paghe e consulenza del lavoro collega cedolini, contributi, F24, CU e adempimenti del personale con un consulente dedicato, per valutare correttamente costi, incentivi e gestione dei rapporti di lavoro. Scopri Elaborazione paghe e consulenza del lavoro.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Che cosa sono i buoni pasto?

    I buoni pasto nascono come alternativa al servizio mensa aziendale.

    La loro funzione principale è consentire al lavoratore di:

    • consumare un pasto durante la giornata lavorativa;
    • acquistare prodotti alimentari presso esercizi convenzionati;
    • beneficiare di un trattamento fiscale agevolato.

    Nel tempo sono diventati uno degli strumenti di welfare più apprezzati sia dalle aziende sia dai dipendenti.

    Come si distinguono buoni pasto e buoni spesa?

    Spesso i due strumenti vengono confusi, ma hanno caratteristiche differenti.

    Sono finalizzati principalmente all’acquisto di:

    • pasti;
    • prodotti alimentari;
    • beni destinati alla consumazione alimentare.

    Seguono una disciplina fiscale specifica.

    Rientrano generalmente tra:

    • welfare aziendale;
    • fringe benefit;
    • voucher per acquisti.

    Possono essere utilizzati per una gamma molto più ampia di beni e servizi e seguono regole fiscali differenti.

    Chi può ricevere buoni pasto secondo la disciplina illustrata?

    Per mantenere il trattamento fiscale agevolato il beneficio deve essere riconosciuto:

    • alla generalità dei dipendenti;
    • oppure a categorie omogenee di lavoratori.

    Non è normalmente possibile attribuire i buoni pasto in modo arbitrario a singoli dipendenti senza una logica organizzativa coerente.

    La corretta individuazione delle categorie rappresenta un requisito essenziale ai fini fiscali.

    I buoni pasto spettano automaticamente in smart working?

    Nella maggior parte dei casi sì.

    La tendenza normativa e contrattuale degli ultimi anni ha riconosciuto che il beneficio può essere erogato anche durante le giornate svolte da remoto.

    Questo perché il presupposto principale è la prestazione lavorativa e non necessariamente la presenza fisica in azienda.

    Occorre comunque verificare:

    • regolamento aziendale;
    • accordi individuali di smart working;
    • contrattazione collettiva applicata.

    Quale trattamento dei buoni durante la malattia descrive la guida?

    Durante la malattia la prestazione lavorativa viene sospesa.

    Di conseguenza, salvo disposizioni più favorevoli:

    il buono pasto normalmente non matura.

    L’azienda può sospenderne l’erogazione per le giornate di assenza.

  • Parità Retributiva e Trasparenza Salariale: cosa cambia dal 7 giugno 2026 per le aziende

    Dal 7 giugno 2026 entrano in vigore nuove regole su parità retributiva e trasparenza salariale. Scopri gli obblighi per le aziende, le nuove tutele per i lavoratori e i rischi da evitare.

    Dal 7 giugno 2026 entra in vigore una delle più importanti riforme degli ultimi anni in materia di lavoro e gestione delle risorse umane.

    Con il recepimento della Direttiva Europea 2023/970, il legislatore introduce nuovi obblighi destinati a garantire maggiore trasparenza salariale e ridurre il divario retributivo tra uomini e donne.

    L’obiettivo non è più soltanto sanzionare eventuali discriminazioni, ma prevenirle attraverso sistemi organizzativi, procedure aziendali e controlli periodici.

    Le nuove regole interessano sia i datori di lavoro pubblici che privati e richiedono un importante adeguamento delle politiche retributive aziendali.


    Chi è interessato dalle nuove regole

    La normativa si applica a:

    • aziende private;
    • enti pubblici;
    • lavoratori subordinati;
    • dipendenti a tempo determinato;
    • dipendenti a tempo indeterminato;
    • lavoratori part-time;
    • dirigenti.

    Sono inoltre coinvolti anche i candidati durante le fasi di selezione e recruiting.

    Restano esclusi:

    • lavoro domestico;
    • lavoro intermittente.

    Trasparenza salariale già durante la selezione

    Una delle principali novità riguarda la fase di assunzione.

    Le aziende dovranno comunicare in modo trasparente:

    • la retribuzione prevista;
    • oppure la fascia retributiva della posizione.

    Queste informazioni dovranno essere disponibili già durante la fase di recruiting.

    Di conseguenza gli annunci di lavoro dovranno essere molto più chiari rispetto al passato.


    Stop alle domande sugli stipendi precedenti

    Dal 7 giugno 2026 il datore di lavoro non potrà più chiedere al candidato informazioni riguardanti:

    • retribuzioni precedenti;
    • compensi percepiti presso altri datori di lavoro;
    • trattamenti economici in corso.

    Il divieto vale anche per:

    • società di selezione;
    • recruiter esterni;
    • head hunter;
    • intermediari incaricati della ricerca del personale.

    L’obiettivo è evitare che differenze salariali pregresse possano influenzare negativamente la nuova retribuzione.


    Sistemi di inquadramento: servono criteri oggettivi

    Le differenze retributive potranno continuare a esistere, ma dovranno essere giustificate da elementi verificabili.

    Tra i criteri ammessi troviamo:

    • competenze professionali;
    • esperienza maturata;
    • responsabilità ricoperte;
    • risultati ottenuti;
    • condizioni di lavoro;
    • performance documentabili.

    Le aziende dovranno essere in grado di dimostrare oggettivamente le ragioni delle differenze salariali.


    Il ruolo dei contratti collettivi

    La normativa attribuisce particolare rilevanza ai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL).

    Le imprese che applicano correttamente i CCNL sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative potranno beneficiare di una maggiore tutela nella dimostrazione della correttezza dei propri sistemi retributivi.

    Questo rende ancora più importante il corretto utilizzo degli strumenti contrattuali.


    Retribuzioni e superminimi: attenzione alla documentazione

    Molte aziende riconoscono trattamenti economici differenti attraverso:

    • superminimi individuali;
    • aumenti discrezionali;
    • bonus personalizzati;
    • premi variabili.

    Con le nuove regole sarà fondamentale documentare i criteri utilizzati per attribuire tali importi.

    In assenza di motivazioni oggettive e verificabili il rischio di contestazioni aumenta sensibilmente.


    I lavoratori potranno chiedere informazioni sugli stipendi

    Una delle novità più rilevanti riguarda il diritto di accesso alle informazioni retributive.

    I lavoratori potranno richiedere dati relativi a:

    • livelli retributivi medi;
    • categorie professionali comparabili;
    • differenze salariali tra uomini e donne.

    La richiesta potrà essere presentata:

    • direttamente dal lavoratore;
    • tramite rappresentanti sindacali;
    • tramite organismi di parità.

    L’azienda dovrà fornire risposta entro due mesi.


    Fine delle clausole di riservatezza sugli stipendi

    Le nuove norme vietano clausole che impediscano ai lavoratori di condividere informazioni sulla propria retribuzione.

    Di conseguenza non sarà più possibile limitare contrattualmente il confronto tra dipendenti sulle condizioni economiche applicate.


    Nuovi obblighi per le aziende con almeno 100 dipendenti

    Le imprese con almeno 100 lavoratori dovranno raccogliere e monitorare una serie di dati retributivi.

    Tra gli indicatori richiesti:

    • gender pay gap medio;
    • gender pay gap mediano;
    • componenti variabili della retribuzione;
    • distribuzione dei lavoratori nei diversi livelli salariali;
    • differenze retributive per categoria professionale.

    Si tratta di un cambiamento organizzativo molto importante che richiederà sistemi di controllo adeguati.


    Quando scatta l’obbligo di intervento

    Particolare attenzione dovrà essere prestata ai differenziali retributivi.

    Se emerge una differenza pari o superiore al 5% tra uomini e donne appartenenti alla stessa categoria professionale e tale differenza:

    • non è giustificata da criteri oggettivi;
    • non viene corretta entro sei mesi;

    l’azienda dovrà avviare una procedura di verifica con i rappresentanti dei lavoratori.

    In pratica si introduce una forma di audit salariale obbligatorio.


    Come prepararsi: la checklist per le aziende

    Prima dell’entrata in vigore delle nuove regole è consigliabile verificare:

    Recruiting

    • Gli annunci indicano una fascia retributiva?

    Inquadramenti

    • Le mansioni equivalenti sono classificate correttamente?

    Retribuzioni

    • I superminimi sono giustificati e documentati?

    Premi e bonus

    • I criteri di assegnazione sono trasparenti?

    Progressioni economiche

    • Esistono procedure formalizzate?

    Reporting

    • L’azienda è in grado di misurare il gender pay gap?

    Una verifica preventiva consente di ridurre notevolmente i rischi futuri.


    I rischi per le aziende

    Il vero rischio non è la semplice presenza di differenze retributive.

    Ciò che potrebbe generare contestazioni è l’incapacità di dimostrare le ragioni che giustificano tali differenze.

    Le aziende che utilizzano sistemi discrezionali e non documentati potrebbero trovarsi maggiormente esposte a:

    • contestazioni;
    • verifiche ispettive;
    • richieste di chiarimento;
    • contenziosi;
    • procedimenti legati alla discriminazione retributiva.

    BPlanning: supporto alle aziende per la compliance retributiva

    BPlanning supporta aziende e imprenditori nella gestione di:

    • consulenza del lavoro;
    • politiche retributive;
    • sistemi premianti;
    • welfare aziendale;
    • compliance HR;
    • audit organizzativi;
    • gestione del personale;
    • adeguamento alle nuove normative sul lavoro.

    Il nostro team di consulenti del lavoro, professionisti HR e consulenti aziendali affianca l’impresa nell’analisi e nell’adeguamento dei processi retributivi.


    Conclusioni

    Le nuove regole sulla trasparenza salariale segnano un cambiamento profondo nella gestione delle risorse umane.

    Le aziende dovranno passare da una logica basata sulla discrezionalità a un sistema fondato su:

    • trasparenza;
    • criteri oggettivi;
    • documentazione;
    • monitoraggio periodico.

    Prepararsi per tempo significa ridurre il rischio di contestazioni e costruire un’organizzazione più efficiente, sostenibile e conforme alla normativa.


    Vuoi verificare se la tua azienda è conforme alle nuove regole sulla trasparenza salariale?

    Il team di BPlanning può aiutarti ad analizzare le politiche retributive, individuare eventuali criticità e predisporre un piano di adeguamento alle nuove disposizioni in materia di parità salariale e gestione del personale.

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Chi è interessato dalle nuove regole», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Il servizio collega cedolini, contributi, inquadramenti e adempimenti del personale con l’assistenza di un consulente del lavoro dedicato. Scopri Paghe e consulenza del lavoro.

    Per gestire rapporti di lavoro, inquadramenti e adempimenti del personale, BPlanning affianca l’impresa con elaborazione paghe e consulente del lavoro dedicato. Quando emergono criticità giuslavoristiche, il servizio collega anche il supporto legale specializzato. Scopri Elaborazione paghe e consulenza del lavoro.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Quali soggetti riguarda la trasparenza salariale illustrata?

    La normativa si applica a:

    • aziende private;
    • enti pubblici;
    • lavoratori subordinati;
    • dipendenti a tempo determinato;
    • dipendenti a tempo indeterminato;
    • lavoratori part-time;
    • dirigenti.

    Sono inoltre coinvolti anche i candidati durante le fasi di selezione e recruiting.

    Restano esclusi:

    • lavoro domestico;
    • lavoro intermittente.

    Quali informazioni retributive rilevano nella selezione?

    Una delle principali novità riguarda la fase di assunzione.

    Le aziende dovranno comunicare in modo trasparente:

    • la retribuzione prevista;
    • oppure la fascia retributiva della posizione.

    Queste informazioni dovranno essere disponibili già durante la fase di recruiting.

    Di conseguenza gli annunci di lavoro dovranno essere molto più chiari rispetto al passato.

    Come va trattata la richiesta della retribuzione precedente?

    Dal 7 giugno 2026 il datore di lavoro non potrà più chiedere al candidato informazioni riguardanti:

    • retribuzioni precedenti;
    • compensi percepiti presso altri datori di lavoro;
    • trattamenti economici in corso.

    Il divieto vale anche per:

    • società di selezione;
    • recruiter esterni;
    • head hunter;
    • intermediari incaricati della ricerca del personale.

    L’obiettivo è evitare che differenze salariali pregresse possano influenzare negativamente la nuova retribuzione.

    Perché gli inquadramenti richiedono criteri oggettivi?

    Le differenze retributive potranno continuare a esistere, ma dovranno essere giustificate da elementi verificabili.

    Tra i criteri ammessi troviamo:

    • competenze professionali;
    • esperienza maturata;
    • responsabilità ricoperte;
    • risultati ottenuti;
    • condizioni di lavoro;
    • performance documentabili.

    Le aziende dovranno essere in grado di dimostrare oggettivamente le ragioni delle differenze salariali.

    Quali informazioni salariali possono richiedere i lavoratori?

    Una delle novità più rilevanti riguarda il diritto di accesso alle informazioni retributive.

    I lavoratori potranno richiedere dati relativi a:

    • livelli retributivi medi;
    • categorie professionali comparabili;
    • differenze salariali tra uomini e donne.

    La richiesta potrà essere presentata:

    • direttamente dal lavoratore;
    • tramite rappresentanti sindacali;
    • tramite organismi di parità.

    L’azienda dovrà fornire risposta entro due mesi.

  • Diritto di Precedenza nelle Assunzioni: quando si applica e cosa rischia il datore di lavoro

    Diritto di precedenza nelle assunzioni: scopri quando spetta ai lavoratori, quali obblighi ha il datore di lavoro e quali rischi comporta la violazione della normativa.

    Diritto di Precedenza nelle Assunzioni: guida completa per aziende e lavoratori

    Il diritto di precedenza è una tutela prevista dalla normativa del lavoro che attribuisce ad alcuni lavoratori una priorità nelle future assunzioni effettuate dal datore di lavoro.

    In pratica, prima di assumere nuovi dipendenti, l’azienda potrebbe essere obbligata a offrire il posto a lavoratori che hanno maturato uno specifico diritto di precedenza.

    Si tratta di una disciplina che interessa:

    • contratti a tempo determinato;
    • lavoratori stagionali;
    • licenziamenti per motivi economici;
    • trasferimenti d’azienda;
    • rapporti part-time;
    • lavoratrici madri stagionali.

    Ignorare queste regole può comportare conseguenze economiche rilevanti per il datore di lavoro.


    Cos’è il diritto di precedenza

    Il diritto di precedenza consiste nella priorità riconosciuta ad alcuni lavoratori rispetto a nuove assunzioni effettuate dalla stessa azienda.

    Quando il diritto è validamente esercitato, il datore di lavoro deve valutare prioritariamente il lavoratore che ne è titolare prima di assumere altri soggetti.

    La finalità della norma è tutelare la continuità occupazionale e favorire il reinserimento lavorativo di determinate categorie.


    Cosa rischia il datore di lavoro

    La violazione del diritto di precedenza non rende nullo il nuovo rapporto di lavoro instaurato.

    Tuttavia può comportare conseguenze molto importanti:

    • perdita degli incentivi alle assunzioni;
    • perdita delle agevolazioni contributive;
    • richiesta di risarcimento danni da parte del lavoratore escluso;
    • possibili contenziosi giudiziari.

    Per questo motivo è fondamentale verificare preventivamente l’esistenza di eventuali diritti di precedenza prima di procedere con nuove assunzioni.


    Diritto di precedenza nei contratti a tempo determinato

    Una delle situazioni più frequenti riguarda i lavoratori assunti con contratto a tempo determinato.

    Il diritto matura quando il lavoratore:

    • ha lavorato per oltre 6 mesi;
    • ha svolto l’attività presso la stessa azienda;
    • è stato assunto con uno o più contratti a termine.

    In questo caso acquisisce una priorità nelle future assunzioni a tempo indeterminato effettuate entro i successivi 12 mesi.


    Il diritto non è automatico

    Un aspetto spesso sottovalutato è che il diritto di precedenza non si attiva automaticamente.

    Il lavoratore deve comunicare per iscritto la volontà di esercitarlo.

    La richiesta deve essere presentata:

    • entro 6 mesi dalla cessazione del rapporto;
    • entro 3 mesi per i lavoratori stagionali.

    In assenza di questa comunicazione il datore di lavoro può procedere liberamente con nuove assunzioni.


    Lavoratori stagionali

    Anche i lavoratori stagionali possono beneficiare del diritto di precedenza.

    In questo caso la priorità riguarda:

    • nuove assunzioni a termine;
    • medesima attività stagionale;
    • stesso datore di lavoro.

    Il diritto deve essere esercitato entro 3 mesi dalla cessazione del rapporto.


    Diritto di precedenza dopo licenziamento per motivi economici

    La tutela opera anche nei confronti dei lavoratori licenziati per:

    • riduzione del personale;
    • crisi aziendale;
    • giustificato motivo oggettivo;
    • motivi economici.

    Il lavoratore ha diritto di precedenza nelle nuove assunzioni effettuate:

    • entro 6 mesi dal licenziamento;
    • per mansioni equivalenti;
    • sia a tempo determinato che indeterminato.

    Trasferimento o cessione d’azienda

    Quando avviene una cessione o un trasferimento d’azienda, i lavoratori che non passano alle dipendenze del nuovo datore di lavoro possono beneficiare di una tutela specifica.

    Il diritto di precedenza riguarda:

    • eventuali nuove assunzioni;
    • effettuate dal cessionario;
    • entro un anno dal trasferimento.

    Salvo termini più favorevoli previsti dal contratto collettivo.


    Diritto di precedenza nei rapporti part-time

    Anche i lavoratori che hanno trasformato il proprio rapporto da full-time a part-time godono di una particolare tutela.

    Quando l’azienda intende effettuare nuove assunzioni a tempo pieno deve:

    • informare i dipendenti interessati;
    • valutare le richieste di trasformazione;
    • considerare i lavoratori già presenti in azienda.

    In questo caso la normativa non prevede un vero e proprio diritto assoluto, ma impone comunque specifici obblighi organizzativi al datore di lavoro.


    Lavoratrici madri stagionali

    Una tutela specifica è prevista per le lavoratrici stagionali madri.

    In presenza dei requisiti previsti dalla legge, la lavoratrice può beneficiare della precedenza nelle nuove assunzioni alla ripresa dell’attività stagionale.

    La tutela opera generalmente entro il primo anno di vita del bambino.


    Lavoro agile e criteri di priorità

    Nel lavoro agile (smart working) non esiste un vero e proprio diritto di precedenza.

    La normativa prevede tuttavia criteri di priorità per alcune categorie di lavoratori:

    • genitori con figli fino a 12 anni;
    • genitori di figli con disabilità;
    • caregiver familiari;
    • lavoratori con disabilità grave;
    • lavoratori affetti da patologie particolarmente rilevanti.

    Incentivi alle assunzioni: attenzione alle verifiche

    Uno degli aspetti più delicati riguarda le agevolazioni contributive.

    La normativa stabilisce che gli incentivi alle assunzioni non spettano quando l’assunzione avviene in violazione del diritto di precedenza.

    Questo significa che il datore di lavoro potrebbe perdere:

    • sgravi contributivi;
    • bonus assunzioni;
    • agevolazioni occupazionali;
    • incentivi previsti dalla normativa vigente.

    La verifica deve essere effettuata considerando l’intera organizzazione aziendale e tutte le unità produttive presenti sul territorio nazionale.


    Risarcimento del danno al lavoratore

    Quando il diritto di precedenza viene violato, il lavoratore può agire per ottenere il risarcimento del danno.

    La giurisprudenza ha chiarito che:

    • non nasce automaticamente un nuovo contratto di lavoro;
    • il rapporto instaurato con il nuovo assunto resta valido;
    • il lavoratore leso può però chiedere un risarcimento economico.

    In molti casi il danno viene quantificato sulla base della retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito se fosse stato assunto.


    Come evitare contestazioni

    Prima di effettuare una nuova assunzione è opportuno verificare:

    • la presenza di ex dipendenti con diritto di precedenza;
    • eventuali comunicazioni ricevute dai lavoratori;
    • i termini di esercizio del diritto;
    • le previsioni del contratto collettivo applicato;
    • la presenza di incentivi collegati all’assunzione.

    Una verifica preventiva può evitare contenziosi e perdita di benefici contributivi.


    BPlanning: consulenza del lavoro e gestione delle assunzioni

    BPlanning supporta aziende e imprenditori nella gestione di:

    • assunzioni;
    • contratti di lavoro;
    • diritto del lavoro;
    • incentivi contributivi;
    • gestione del personale;
    • contenzioso lavoristico;
    • consulenza HR;
    • verifiche preventive sulle assunzioni.

    Il nostro team di consulenti del lavoro e professionisti affianca l’impresa nella corretta gestione degli obblighi normativi e contrattuali.


    Conclusioni

    Il diritto di precedenza rappresenta una tutela importante per numerose categorie di lavoratori e un aspetto che le aziende non possono sottovalutare.

    Prima di procedere con nuove assunzioni è fondamentale verificare:

    • l’esistenza di lavoratori aventi diritto;
    • i termini di esercizio;
    • gli obblighi previsti dalla legge;
    • gli effetti sugli incentivi contributivi.

    Una gestione corretta permette di evitare contenziosi, richieste di risarcimento e perdita delle agevolazioni.


    Hai dubbi su assunzioni, incentivi o diritto di precedenza?

    Il team di BPlanning può aiutarti a verificare la corretta gestione delle assunzioni e degli obblighi previsti dalla normativa del lavoro, riducendo rischi e contestazioni per la tua azienda.

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Cos’è il diritto di precedenza», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Il servizio collega cedolini, contributi, inquadramenti e adempimenti del personale con l’assistenza di un consulente del lavoro dedicato. Scopri Paghe e consulenza del lavoro.

    Per gestire rapporti di lavoro, inquadramenti e adempimenti del personale, BPlanning affianca l’impresa con elaborazione paghe e consulente del lavoro dedicato. Quando emergono criticità giuslavoristiche, il servizio collega anche il supporto legale specializzato. Scopri Elaborazione paghe e consulenza del lavoro.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Che cos’è il diritto di precedenza nelle assunzioni?

    Il diritto di precedenza consiste nella priorità riconosciuta ad alcuni lavoratori rispetto a nuove assunzioni effettuate dalla stessa azienda.

    Quando il diritto è validamente esercitato, il datore di lavoro deve valutare prioritariamente il lavoratore che ne è titolare prima di assumere altri soggetti.

    La finalità della norma è tutelare la continuità occupazionale e favorire il reinserimento lavorativo di determinate categorie.

    Quando rileva nei contratti a tempo determinato?

    Una delle situazioni più frequenti riguarda i lavoratori assunti con contratto a tempo determinato.

    Il diritto matura quando il lavoratore:

    • ha lavorato per oltre 6 mesi;
    • ha svolto l’attività presso la stessa azienda;
    • è stato assunto con uno o più contratti a termine.

    In questo caso acquisisce una priorità nelle future assunzioni a tempo indeterminato effettuate entro i successivi 12 mesi.

    Il diritto opera sempre automaticamente?

    Un aspetto spesso sottovalutato è che il diritto di precedenza non si attiva automaticamente.

    Il lavoratore deve comunicare per iscritto la volontà di esercitarlo.

    La richiesta deve essere presentata:

    • entro 6 mesi dalla cessazione del rapporto;
    • entro 3 mesi per i lavoratori stagionali.

    In assenza di questa comunicazione il datore di lavoro può procedere liberamente con nuove assunzioni.

    Quali particolarità riguarda il lavoro stagionale?

    Anche i lavoratori stagionali possono beneficiare del diritto di precedenza.

    In questo caso la priorità riguarda:

    • nuove assunzioni a termine;
    • medesima attività stagionale;
    • stesso datore di lavoro.

    Il diritto deve essere esercitato entro 3 mesi dalla cessazione del rapporto.

    Che cosa verificare prima di applicare un incentivo assunzionale?

    Uno degli aspetti più delicati riguarda le agevolazioni contributive.

    La normativa stabilisce che gli incentivi alle assunzioni non spettano quando l’assunzione avviene in violazione del diritto di precedenza.

    Questo significa che il datore di lavoro potrebbe perdere:

    • sgravi contributivi;
    • bonus assunzioni;
    • agevolazioni occupazionali;
    • incentivi previsti dalla normativa vigente.

    La verifica deve essere effettuata considerando l’intera organizzazione aziendale e tutte le unità produttive presenti sul territorio nazionale.

  • Riduzione Contributiva Edilizia 11,50%: Guida al Modulo Rid-Edil 2026

    Il settore dell’edilizia beneficia anche per l’anno 2025 di un importante abbattimento del costo del lavoro. Entro il termine perentorio del 15 marzo 2026, le aziende devono inviare la domanda telematica per la riduzione contributiva dell’11,50%.

    Questa agevolazione, prevista originariamente dal D.L. 244/1995, rappresenta una leva fiscale fondamentale per la competitività delle imprese del comparto.

    Chi ha diritto allo sgravio contributivo edili?

    La riduzione spetta ai datori di lavoro inquadrati nel settore industria (CSC 1.13.01 – 1.13.05) e artigianato (CSC 4.13.01 – 4.13.05).

    Requisiti oggettivi:

    • Solo Operai Full-Time: Lo sgravio si applica esclusivamente ai lavoratori con contratto a 40 ore settimanali.
    • Esclusioni: Non è applicabile ai lavoratori part-time o a chi già usufruisce di altre agevolazioni non cumulabili (come il Bonus Giovani o incentivi per l’occupazione).
    • Contributi ammessi: La riduzione dell’11,50% opera sulle assicurazioni sociali diverse da quella pensionistica.

    Condizioni di accesso: Regolarità e Sicurezza

    L’INPS subordina il beneficio alla compliance aziendale. Per accedere al modulo Rid-Edil è necessario:

    1. DURC Online regolare: Assenza di pendenze contributive.
    2. Contrattazione Collettiva: Rispetto degli accordi nazionali, territoriali e aziendali sottoscritti dai sindacati maggiormente rappresentativi.
    3. Sicurezza sul lavoro: Assenza di condanne definitive per violazioni del D.Lgs. 81/08 nel quinquennio precedente.

    Come presentare la domanda entro il 15 marzo 2026

    La richiesta deve essere inoltrata esclusivamente via web attraverso il Cassetto Previdenziale del Contribuente (sezione “Comunicazioni on-line”).

    • Modulo da utilizzare: Rid-Edil.
    • Codice di autorizzazione: In caso di accoglimento, l’INPS rilascerà il codice “7N” sulla posizione contributiva.

    Recupero arretrati in Uniemens

    Le aziende potranno esporre il beneficio con le seguenti causali:

    • L206: per il credito corrente (da novembre 2025).
    • L207: per il recupero degli arretrati relativi all’intero anno 2025.

    La consulenza di BPlanning

    In un contesto normativo in continua evoluzione, la corretta gestione degli oneri previdenziali è un asset strategico. BPlanning assiste le imprese edili nella verifica dei codici statistici, nell’analisi della cumulabilità degli incentivi e nell’invio delle istanze telematiche.

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    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Chi ha diritto allo sgravio contributivo edili?», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Il servizio collega cedolini, contributi, inquadramenti e adempimenti del personale con l’assistenza di un consulente del lavoro dedicato. Scopri Paghe e consulenza del lavoro.

    Elaborazione paghe e consulenza del lavoro collega cedolini, contributi, F24, CU e adempimenti del personale con un consulente dedicato, per valutare correttamente costi, incentivi e gestione dei rapporti di lavoro. Scopri Elaborazione paghe e consulenza del lavoro.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Quali datori e lavoratori riguarda la riduzione edilizia descritta?

    La riduzione spetta ai datori di lavoro inquadrati nel settore industria (CSC 1.13.01 – 1.13.05) e artigianato (CSC 4.13.01 – 4.13.05).

    • Solo Operai Full-Time: Lo sgravio si applica esclusivamente ai lavoratori con contratto a 40 ore settimanali.
    • Esclusioni: Non è applicabile ai lavoratori part-time o a chi già usufruisce di altre agevolazioni non cumulabili (come il Bonus Giovani o incentivi per l’occupazione).
    • Contributi ammessi: La riduzione dell’11,50% opera sulle assicurazioni sociali diverse da quella pensionistica.

    Quali condizioni di regolarità e sicurezza vanno verificate?

    L’INPS subordina il beneficio alla compliance aziendale. Per accedere al modulo Rid-Edil è necessario:

    1. DURC Online regolare: Assenza di pendenze contributive.
    2. Contrattazione Collettiva: Rispetto degli accordi nazionali, territoriali e aziendali sottoscritti dai sindacati maggiormente rappresentativi.
    3. Sicurezza sul lavoro: Assenza di condanne definitive per violazioni del D.Lgs. 81/08 nel quinquennio precedente.

    Quale procedura di domanda illustra la guida per il periodo indicato?

    La richiesta deve essere inoltrata esclusivamente via web attraverso il Cassetto Previdenziale del Contribuente (sezione “Comunicazioni on-line”).

    • Modulo da utilizzare: Rid-Edil.
    • Codice di autorizzazione: In caso di accoglimento, l’INPS rilascerà il codice “7N” sulla posizione contributiva.

    Come vengono gestiti gli arretrati in Uniemens?

    Le aziende potranno esporre il beneficio con le seguenti causali:

    • L206: per il credito corrente (da novembre 2025).
    • L207: per il recupero degli arretrati relativi all’intero anno 2025.
  • Super-sconto fiscale 2026 su premi di risultato, utili e maggiorazioni: come funziona (solo per il 2026)

    Nel 2026 premi di risultato e utili d’impresa tassati all’1% fino a 5.000€. Maggiorazioni notturno/festivo al 15% fino a 1.500€. Requisiti e checklist.

    La Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) rafforza — in modo temporaneo — il regime di imposta sostitutiva (in luogo di IRPEF e addizionali) per alcune voci tipiche del lavoro dipendente privato.

    In pratica, nel 2026 (e per una parte anche nel 2027) sono previste:

    • una super agevolazione per premi di risultato e partecipazione agli utili d’impresa (aliquota ridotta e tetto più alto);
    • una misura speciale solo 2026 per maggiorazioni e indennità legate a lavoro notturno, festivo e turni.

    Qui sotto ti spieghiamo cosa cambia, chi ne beneficia e cosa deve fare l’azienda per applicare tutto correttamente in busta paga.


    Quadro normativo: cosa prevede la Legge di Bilancio 2026

    Le misure sono introdotte dai commi 8–12 dell’art. 1 della L. 199/2025 e riguardano l’imposta sostitutiva applicabile ai dipendenti del settore privato su specifici emolumenti.

    📌 Obiettivo: aumentare il netto in busta paga, rendendo più “visibile” la retribuzione variabile e alcune maggiorazioni.


    1) Premi di risultato e utili d’impresa: cosa cambia nel 2026–2027

    Aliquota: scende all’1% (solo per 2026–2027)

    Prima dell’intervento, la disciplina prevedeva:

    • 5% (con previsione di risalita al 10% in futuro)

    Con la Manovra 2026:
    ✅ per 2026 e 2027 l’aliquota viene ulteriormente ridotta a 1%
    ✅ dal 2028 resta l’aliquota ordinaria 10% (regime “a regime”)


    Limite annuo agevolabile: da 3.000€ a 5.000€

    Nel biennio agevolato:
    ✅ tetto annuo dei compensi agevolabili 5.000€ lordi
    (invece dei 3.000€ ordinari)

    Questo aumento riguarda:

    • premi di risultato
    • somme per partecipazione agli utili d’impresa

    Requisiti per applicare il regime (premi/utili)

    Restano invariati i presupposti “classici”:

    • somme collegate a incrementi misurabili e verificabili di produttività, redditività, qualità, efficienza o innovazione
    • erogazione prevista da contratti collettivi aziendali o territoriali sottoscritti da soggetti comparativamente più rappresentativi
    • requisito reddituale:
      ✅ il lavoratore non deve aver superato 80.000€ di reddito da lavoro dipendente privato nell’anno precedente (quindi, per somme 2026 si guarda al 2025)

    📌 È sempre possibile la rinuncia scritta del lavoratore (tassazione ordinaria).


    Tabella rapida — Premi di risultato / Utili d’impresa (2026–2027)

    Voce Regola 2026–2027 Nota
    Aliquota sostitutiva 1% In sostituzione di IRPEF + addizionali
    Tetto annuo agevolabile 5.000 € lordi Vale anche per utili d’impresa
    Soglia reddito lavoratore (anno precedente) ≤ 80.000 € Reddito dipendente privato
    Contratto richiesto Sì Aziendale/territoriale
    Rinuncia lavoratore Sì Con richiesta scritta

    2) Maggiorazioni e indennità: imposta sostitutiva 15% (solo per il 2026)

    Accanto ai premi di risultato, la Legge di Bilancio introduce un regime nuovo e autonomo (limitato al solo 2026) per alcune voci tipiche dei turni.

    Quali voci rientrano

    ✅ nel 2026 è prevista imposta sostitutiva al 15% su somme corrisposte (nel settore privato) a titolo di:

    • maggiorazioni/indennità per lavoro notturno
    • maggiorazioni/indennità per lavoro festivo
    • maggiorazioni/indennità per lavoro nei giorni di riposo settimanale
    • indennità di turno e altri emolumenti connessi al lavoro a turni
      (definiti dalla contrattazione collettiva; per notturno riferimento anche al D.Lgs. 66/2003)

    Limite economico

    ✅ agevolazione entro 1.500 € di imponibile

    Platea: soglia reddito più bassa

    ✅ solo lavoratori con reddito da lavoro dipendente 2025 ≤ 40.000 €

    Esclusioni importanti

    ❌ non rientrano compensi che sostituiscono (in tutto o in parte) la retribuzione ordinaria.

    Contributi INPS: restano ordinari

    📌 L’agevolazione è fiscale: nessuna deroga contributiva.
    Queste somme restano assoggettate a contributi con le regole ordinarie.


    Tabella rapida — Maggiorazioni/indennità (solo 2026)

    Voce Regola 2026 Nota
    Aliquota sostitutiva 15% IRPEF + addizionali sostituite
    Tetto annuo agevolabile 1.500 € Massimo imponibile agevolabile
    Soglia reddito lavoratore (2025) ≤ 40.000 € Requisito più restrittivo
    Contributi previdenziali Ordinari Nessuna riduzione INPS
    Rinuncia lavoratore Sì Opt-out scritto

    3) Come si coordina tutto: attenzione a non confondere i regimi

    Nel 2026 possono convivere due binari:

    1. Premi di risultato / utili d’impresa → imposta sostitutiva 1% fino a 5.000€ (2026–2027)
    2. Maggiorazioni notturno/festivo/turni → imposta sostitutiva 15% fino a 1.500€ (solo 2026)

    📌 Sono misure diverse, con soglie diverse (80.000€ vs 40.000€) e tetti diversi.


    Checklist operativa per aziende e consulenti paghe (Bplanning)

    ✅ 1) Identificare le voci in busta paga

    • “premio di risultato” / “partecipazione utili”
    • “maggiorazione notturna”, “festivo”, “riposo”, “turno”

    ✅ 2) Verificare i requisiti reddituali (anno 2025)

    • premio/utili: ≤ 80.000 €
    • maggiorazioni: ≤ 40.000 €

    ✅ 3) Verificare la base legale/contrattuale

    • premio/utili: serve contratto aziendale/territoriale con indicatori misurabili

    ✅ 4) Gestire eventuale rinuncia del lavoratore

    • predisporre modulo opt-out semplice e tracciabile

    ✅ 5) Impostare correttamente le voci paga

    • separare imponibile ordinario vs imponibile agevolato
    • tracciare tetti annui (5.000 / 1.500)

    ✅ 6) Verificare che le voci “maggiorazioni” non sostituiscano retribuzione ordinaria

    • rischio errore tipico: trattare come agevolabili voci che in realtà sono “ordinario mascherato”

    ✅ 7) Conguaglio e CU

    • controllo fine anno su requisiti e tetti
    • corretta esposizione in CU e quadrature F24

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Super-sconto fiscale 2026 su premi di risultato, utili e maggiorazioni: come funziona (solo per il 2026)», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Il servizio collega cedolini, contributi, inquadramenti e adempimenti del personale con l’assistenza di un consulente del lavoro dedicato. Scopri Paghe e consulenza del lavoro.

    Elaborazione paghe e consulenza del lavoro collega cedolini, contributi, F24, CU e adempimenti del personale con un consulente dedicato, per valutare correttamente costi, incentivi e gestione dei rapporti di lavoro. Scopri Elaborazione paghe e consulenza del lavoro.

    Domande frequenti

    Nel 2026 quanto si paga di tasse sui premi di risultato?

    Nel 2026 (e 2027) l’imposta sostitutiva scende a 1%, entro il limite 5.000€ lordi annui, se ci sono i requisiti.

    La partecipazione agli utili d’impresa rientra nel tetto 5.000€?

    Sì, l’innalzamento a 5.000€ riguarda anche gli utili d’impresa.

    Le maggiorazioni per lavoro notturno e festivo nel 2026 sono tassate meno?

    Sì, nel solo 2026 possono essere tassate al 15% (in sostituzione di IRPEF/addizionali) fino a 1.500€, se il reddito 2025 ≤ 40.000€.

    I contributi INPS cambiano con queste agevolazioni?

    No: la contribuzione resta ordinaria.

    Il lavoratore può rinunciare all’imposta sostitutiva?

    Sì, con rinuncia scritta (opt-out) e allora si applica tassazione ordinaria.

  • Imposta sostitutiva sugli incrementi contrattuali 2026: come cambia la busta paga (5% invece di IRPEF)

    Nel 2026 gli aumenti da rinnovo CCNL possono essere tassati al 5%. Scopri requisiti, esempi in busta paga, arretrati, rinuncia e checklist operativa.

    Nel 2026 arriva una novità importante per lavoratori e aziende: gli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali (CCNL rinnovati nel periodo 2024–2026) possono essere tassati con una imposta sostitutiva del 5% al posto dell’IRPEF ordinaria e delle addizionali.

    Risultato pratico: l’aumento “pesa” molto di più in busta paga, perché la trattenuta fiscale sull’incremento scende drasticamente (salvo rinuncia del lavoratore).

    In questa guida ti spieghiamo:

    • cos’è la misura e come funziona;
    • chi può beneficiarne;
    • come gestire aumenti e arretrati in busta paga;
    • quando conviene rinunciare;
    • checklist operativa per il datore di lavoro.

    Di cosa si tratta: imposta sostitutiva al 5% sugli aumenti da rinnovo CCNL (solo 2026)

    La Legge di Bilancio 2026 introduce, per il solo periodo d’imposta 2026, un regime fiscale agevolato per rendere più “visibile” l’effetto dei rinnovi contrattuali.

    ✅ Cosa viene agevolato: la quota di retribuzione che deriva dal rinnovo contrattuale (tranche di aumento, minimi/tabellari, voci contrattuali collegate al rinnovo).
    ✅ Come viene tassata: con imposta sostitutiva del 5% (invece di IRPEF e addizionali).
    ⚠️ Contributi INPS: in linea generale restano ordinari (cioè l’agevolazione riguarda la tassazione, non i contributi).


    Chi può beneficiarne: requisiti e soglia reddituale

    L’agevolazione si applica ai lavoratori dipendenti del settore privato che rispettano questa condizione:

    • Reddito da lavoro dipendente 2025 ≤ 33.000 € lordi

    📌 Regola di funzionamento:

    • di norma l’agevolazione si applica automaticamente (“default sì”);
    • il lavoratore può rinunciare per iscritto (“opt-out”), se ritiene più conveniente la tassazione ordinaria.

    Quali aumenti rientrano: come riconoscere “l’incremento da rinnovo”

    Il punto operativo vero è questo: separare correttamente in busta paga la parte di aumento che deriva dal rinnovo.

    In pratica l’“incremento da rinnovo” è:

    • la tranche prevista dal nuovo accordo;
    • l’aumento del minimo/tabellare o voci contrattuali che il rinnovo modifica;
    • gli arretrati riconducibili al rinnovo, pagati nel 2026 (se correttamente identificati).

    ⚠️ Non vanno confusi con:

    • premi non contrattuali,
    • straordinari,
    • una tantum aziendali,
    • indennità non collegate al rinnovo.

    CCNL con rinnovi 2024–2026: cosa significa “rinnovati” (in breve)

    La misura riguarda gli incrementi collegati a rinnovi sottoscritti tra:

    • 1° gennaio 2024 e 31 dicembre 2026

    Quindi, se nel 2026 scatta una tranche di aumento prevista dal rinnovo, quella quota può potenzialmente rientrare nella tassazione sostitutiva.


    Esempi pratici (semplificati) in busta paga

    Gli esempi servono a chiarire la logica: nella realtà, la gestione dipende da CCNL, voci paga e software paghe.


    Esempio 1 — aumento da rinnovo: +80 € lordi/mese nel 2026

    • Dipendente privato
    • Reddito 2025: 30.500 €
    • Dal 1° maggio 2026 scatta un aumento da rinnovo CCNL: +80 € lordi/mese

    Tassazione ordinaria (indicativa)

    Tra scaglione IRPEF e addizionali, la trattenuta può essere rilevante (dipende dalla situazione personale, detrazioni, addizionali).

    Con imposta sostitutiva 5%

    • Trattenuta = 80 × 5% = 4 €
      👉 Quindi una quota molto più alta dell’aumento resta nel netto.

    Esempio 2 — arretrati da rinnovo pagati nel 2026

    Scenario tipico: rinnovo con decorrenza retroattiva e arretrati liquidati nel 2026.

    • Arretrati riconducibili al rinnovo: 600 € lordi (pagati una tantum nel 2026)

    Con imposta sostitutiva 5%:

    • 600 × 5% = 30 €

    Con IRPEF ordinaria, la trattenuta può essere molto più alta.

    ⚠️ Punto cruciale: gli arretrati devono essere correttamente separati dalle altre voci (premi, straordinari, indennità non da rinnovo) per evitare errori.


    Esempio 3 — rinuncia del lavoratore

    Il lavoratore può rinunciare per iscritto se ritiene più conveniente:

    • mantenere la tassazione ordinaria (per gestire detrazioni, conguagli, particolari condizioni personali).

    In tal caso:

    • l’aumento da rinnovo viene tassato con IRPEF ordinaria e addizionali.

    Quando conviene rinunciare alla tassazione al 5%

    Nella maggior parte dei casi il 5% è vantaggioso.
    Tuttavia può avere senso valutare la rinuncia se il lavoratore:

    • prevede conguagli particolari;
    • ha un profilo fiscale che potrebbe rendere più conveniente l’ordinario in base a detrazioni/crediti;
    • vuole una gestione specifica in dichiarazione.

    👉 Qui conviene fare una valutazione rapida “caso per caso”.


    Checklist operativa per il datore di lavoro (2026)

    Ecco cosa fare per applicare la misura correttamente ed evitare contestazioni:

    1) Verifica requisiti di accesso (soglia 33.000 €)

    • controllare reddito da lavoro dipendente 2025 (CU/busta paga dicembre se stesso datore)
    • per neoassunti nel 2026: gestione prudente con documentazione/dichiarazione del lavoratore

    2) Identifica la quota “incremento da rinnovo”

    • individuare esattamente quali voci paga sono legate al rinnovo CCNL
    • creare voci dedicate o codifiche chiare nel gestionale paghe

    3) Gestisci l’eventuale rinuncia (opt-out)

    • predisporre un modulo semplice
    • archiviare in fascicolo dipendente

    4) Calcolo e esposizione in busta paga

    • imposta sostitutiva 5% sulla quota da rinnovo
    • voce trattenuta dedicata per trasparenza verso il lavoratore

    5) Conguaglio di fine anno / fine rapporto

    • verificare che l’agevolazione sia stata applicata solo a chi aveva diritto
    • controllare coerenza importi e voci contrattuali

    6) Certificazione (CU 2027) e quadrature fiscali

    • corretta esposizione in CU
    • quadrature con versamenti e F24

    Errori tipici da evitare

    • applicare il 5% a voci non riconducibili al rinnovo CCNL
    • non gestire correttamente arretrati e separazioni in cedolino
    • non raccogliere la rinuncia in forma scritta
    • mancanza di tracciabilità in caso di controllo (audit paghe)

    Come ti aiuta Bplanning

    Con Bplanning puoi:

    • verificare rapidamente la spettanza (soglia e casistiche)
    • impostare correttamente le voci paga
    • gestire arretrati, rinunce e conguagli
    • creare una procedura interna “a prova di controllo”

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Di cosa si tratta: imposta sostitutiva al 5% sugli aumenti da rinnovo CCNL (solo 2026)», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Il servizio collega cedolini, contributi, inquadramenti e adempimenti del personale con l’assistenza di un consulente del lavoro dedicato. Scopri Paghe e consulenza del lavoro.

    Elaborazione paghe e consulenza del lavoro collega cedolini, contributi, F24, CU e adempimenti del personale con un consulente dedicato, per valutare correttamente costi, incentivi e gestione dei rapporti di lavoro. Scopri Elaborazione paghe e consulenza del lavoro.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Quali incrementi contrattuali riguarda l’agevolazione descritta per il 2026?

    La Legge di Bilancio 2026 introduce, per il solo periodo d’imposta 2026, un regime fiscale agevolato per rendere più “visibile” l’effetto dei rinnovi contrattuali.

    ✅ Cosa viene agevolato: la quota di retribuzione che deriva dal rinnovo contrattuale (tranche di aumento, minimi/tabellari, voci contrattuali collegate al rinnovo).
    ✅ Come viene tassata: con imposta sostitutiva del 5% (invece di IRPEF e addizionali).
    ⚠️ Contributi INPS: in linea generale restano ordinari (cioè l’agevolazione riguarda la tassazione, non i contributi).

    Quali requisiti del lavoratore richiama l’articolo?

    L’agevolazione si applica ai lavoratori dipendenti del settore privato che rispettano questa condizione:

    • Reddito da lavoro dipendente 2025 ≤ 33.000 € lordi

    📌 Regola di funzionamento:

    • di norma l’agevolazione si applica automaticamente (“default sì”);
    • il lavoratore può rinunciare per iscritto (“opt-out”), se ritiene più conveniente la tassazione ordinaria.

    Come si identifica la quota derivante dal rinnovo CCNL?

    Il punto operativo vero è questo: separare correttamente in busta paga la parte di aumento che deriva dal rinnovo.

    In pratica l’“incremento da rinnovo” è:

    • la tranche prevista dal nuovo accordo;
    • l’aumento del minimo/tabellare o voci contrattuali che il rinnovo modifica;
    • gli arretrati riconducibili al rinnovo, pagati nel 2026 (se correttamente identificati).

    ⚠️ Non vanno confusi con:

    • premi non contrattuali,
    • straordinari,
    • una tantum aziendali,
    • indennità non collegate al rinnovo.

    Quando può essere valutata una rinuncia al regime sostitutivo?

    Nella maggior parte dei casi il 5% è vantaggioso.
    Tuttavia può avere senso valutare la rinuncia se il lavoratore:

    • prevede conguagli particolari;
    • ha un profilo fiscale che potrebbe rendere più conveniente l’ordinario in base a detrazioni/crediti;
    • vuole una gestione specifica in dichiarazione.

    👉 Qui conviene fare una valutazione rapida “caso per caso”.

    Quali errori deve evitare chi elabora la busta paga?

    • applicare il 5% a voci non riconducibili al rinnovo CCNL
    • non gestire correttamente arretrati e separazioni in cedolino
    • non raccogliere la rinuncia in forma scritta
    • mancanza di tracciabilità in caso di controllo (audit paghe)
  • Manovra 2026: tutte le novità su lavoro, famiglie e imprese

    La Manovra 2026 introduce un pacchetto ampio di misure che incidono in modo concreto su buste paga, costo del lavoro, welfare aziendale, assunzioni e pianificazione previdenziale.

    Alcune misure generano vantaggi immediati, altre richiedono attenzione e strategia, soprattutto per imprese e datori di lavoro che vogliono evitare errori, perdere incentivi o subire recuperi futuri.

    Vediamo cosa cambia in modo pratico, e soprattutto cosa conviene fare.


    IRPEF 2026: meno tasse sui redditi medi

    Dal 2026 scende l’aliquota del secondo scaglione IRPEF:

    • dal 35% al 33%
    • per i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro

    👉 Effetto diretto: più netto in busta paga per lavoratori e amministratori
    👉 Effetto indiretto: maggiore capacità di spesa e impatto positivo sui consumi

    Per i redditi molto elevati, il beneficio viene neutralizzato: questo rende ancora più importante la pianificazione del reddito personale.


    Rinnovi contrattuali: tassazione super agevolata al 5%

    Per favorire l’adeguamento dei salari al costo della vita, nel 2026:

    • gli aumenti retributivi legati ai rinnovi dei contratti collettivi
    • saranno tassati con imposta sostitutiva del 5%

    📌 Vale per:

    • lavoratori del settore privato
    • con reddito da lavoro dipendente non superiore a 33.000 euro nel 2025

    👉 È una leva importante per le aziende che rinnovano i CCNL e vogliono premiare i dipendenti senza aumentare eccessivamente il costo del lavoro.


    Lavoro notturno, festivo e a turni: flat tax al 15%

    Nel 2026 è prevista un’imposta sostitutiva del 15% (anziché IRPEF ordinaria) per:

    • lavoro notturno
    • lavoro festivo o nei giorni di riposo
    • indennità di turno

    ✔ Limite massimo: 1.500 € annui
    ✔ Requisito: reddito da lavoro dipendente ≤ 40.000 € nel 2025

    👉 Misura molto rilevante per:

    • logistica
    • sanità
    • industria
    • GDO
    • turismo e servizi H24

    Buoni pasto elettronici: sale la soglia esente

    Il valore non imponibile dei buoni pasto elettronici passa:

    • da 8 a 10 euro al giorno

    👉 Risultato:

    • più welfare per il lavoratore
    • nessun aggravio fiscale o contributivo per l’azienda

    Una delle misure più semplici e più efficaci da utilizzare subito.


    ISEE e prima casa: più tutela per le famiglie

    Cambia il calcolo dell’ISEE:

    • aumenta la franchigia sulla prima casa
    • maggiore esclusione del valore dell’abitazione principale
    • nuove maggiorazioni legate ai figli conviventi

    👉 Effetto pratico: più famiglie rientrano nelle soglie per bonus, agevolazioni e prestazioni sociali.


    Incentivi alle assunzioni: meno contributi per le aziende

    Per le assunzioni o trasformazioni a tempo indeterminato effettuate nel 2026:

    • è previsto un esonero contributivo parziale
    • per un massimo di 24 mesi

    La misura punta a:

    • occupazione giovanile stabile
    • pari opportunità
    • sviluppo del Mezzogiorno (ZES)

    📌 Incentivo cumulabile solo se correttamente pianificato.


    Esonero totale per l’assunzione di madri lavoratrici

    Dal 2026:

    • esonero contributivo totale fino a 8.000 € annui
    • per l’assunzione di madri con almeno 3 figli minori
    • prive di lavoro da almeno 6 mesi

    Durata:

    • 12 mesi (tempo determinato)
    • 24 mesi (tempo indeterminato)
    • 18 mesi (trasformazione)

    👉 Una misura potente, ma vincolata a requisiti stringenti.


    Conciliazione vita-lavoro: part-time incentivato

    Per lavoratori con almeno 3 figli conviventi:

    • priorità nella trasformazione da full-time a part-time
    • se la riduzione è almeno del 40%
    • il datore ottiene esonero contributivo totale fino a 3.000 € annui per 24 mesi

    👉 Utile per imprese strutturate e politiche HR evolute.


    Congedi parentali e malattia figli: più tutele

    Novità rilevanti:

    • congedo parentale fino ai 14 anni del figlio
    • congedi per malattia figli aumentati
    • maggiore flessibilità per le famiglie con figli

    NASpI anticipata: cambia il meccanismo

    Dal 2026:

    • l’anticipo NASpI non è più in un’unica soluzione
    • ma in due rate (70% + 30%)

    La seconda rata è subordinata a:

    • mancata rioccupazione
    • assenza di pensione

    👉 Serve attenzione per chi avvia un’attività dopo la cessazione del lavoro.


    Pensioni e previdenza complementare: cosa cambia

    • aumento delle maggiorazioni sociali per pensioni basse
    • sterilizzato l’aumento dell’età pensionabile per lavori gravosi
    • adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti
    • ampliamento dell’obbligo di conferimento TFR

    👉 Tema centrale per imprese con dipendenti e pianificazione di lungo periodo.


    Perché queste misure vanno lette con una strategia

    La Manovra 2026:
    ✔ offre opportunità
    ✖ ma aumenta la complessità

    Senza una visione d’insieme il rischio è:

    • perdere incentivi
    • applicare regimi sbagliati
    • subire recuperi contributivi o fiscali
    • fare scelte inefficienti sul costo del lavoro

    Come Bplanning ti supporta

    Su Bplanning.it aiutiamo aziende, imprenditori e professionisti a:

    • leggere correttamente le nuove norme
    • applicare gli incentivi in sicurezza
    • ottimizzare costo del lavoro e fiscalità
    • prevenire errori prima che diventino sanzioni

    🎯 Non rincorriamo le agevolazioni: costruiamo strutture solide.

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Rinnovi contrattuali: tassazione super agevolata al 5%», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Quale trattamento dei rinnovi contrattuali descrive la manovra citata?

    Per favorire l’adeguamento dei salari al costo della vita, nel 2026:

    • gli aumenti retributivi legati ai rinnovi dei contratti collettivi
    • saranno tassati con imposta sostitutiva del 5%

    📌 Vale per:

    • lavoratori del settore privato
    • con reddito da lavoro dipendente non superiore a 33.000 euro nel 2025

    👉 È una leva importante per le aziende che rinnovano i CCNL e vogliono premiare i dipendenti senza aumentare eccessivamente il costo del lavoro.

    Quali maggiorazioni di lavoro prende in considerazione il testo?

    Nel 2026 è prevista un’imposta sostitutiva del 15% (anziché IRPEF ordinaria) per:

    • lavoro notturno
    • lavoro festivo o nei giorni di riposo
    • indennità di turno

    ✔ Limite massimo: 1.500 € annui
    ✔ Requisito: reddito da lavoro dipendente ≤ 40.000 € nel 2025

    👉 Misura molto rilevante per:

    • logistica
    • sanità
    • industria
    • GDO
    • turismo e servizi H24

    Quale disciplina dei buoni pasto illustra la guida?

    Il valore non imponibile dei buoni pasto elettronici passa:

    • da 8 a 10 euro al giorno

    👉 Risultato:

    • più welfare per il lavoratore
    • nessun aggravio fiscale o contributivo per l’azienda

    Una delle misure più semplici e più efficaci da utilizzare subito.

    Quali incentivi assunzionali sono richiamati?

    Per le assunzioni o trasformazioni a tempo indeterminato effettuate nel 2026:

    • è previsto un esonero contributivo parziale
    • per un massimo di 24 mesi

    La misura punta a:

    • occupazione giovanile stabile
    • pari opportunità
    • sviluppo del Mezzogiorno (ZES)

    📌 Incentivo cumulabile solo se correttamente pianificato.

    Quali cambiamenti previdenziali devono valutare azienda e lavoratore?

    • aumento delle maggiorazioni sociali per pensioni basse
    • sterilizzato l’aumento dell’età pensionabile per lavori gravosi
    • adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti
    • ampliamento dell’obbligo di conferimento TFR

    👉 Tema centrale per imprese con dipendenti e pianificazione di lungo periodo.

  • Guida al Congedo di Maternità 2026: tutele, tempi, flessibilità e adempimenti (D.Lgs. 151/2001)

    Congedo di maternità: durata 2+3, flessibilità 1+4 e 0+5, parto prematuro, interdizione anticipata/posticipata, documenti e procedure INPS/ITL.

    Il congedo di maternità (astensione obbligatoria) è un diritto indisponibile e “protetto”: durante questo periodo il datore di lavoro non può adibire la lavoratrice al lavoro e la violazione è sanzionata anche penalmente. La disciplina è contenuta nel D.Lgs. 151/2001 (Testo Unico), con collegamenti a Costituzione, normativa UE e prassi INPS.

    Di seguito una guida operativa in stile Bplanning (da In Pratica n. 01 – 2026) per capire quanto dura, come si calcola, quali sono le opzioni di flessibilità, quando scatta l’interdizione e quali documenti servono.


    1) Cos’è il congedo di maternità e perché è “obbligatorio”

    Il congedo di maternità tutela la salute psico-fisica della gestante e del nascituro e si fonda anche su principi costituzionali (artt. 31 e 37 Cost.).
    È regolato dagli artt. 16 e ss. D.Lgs. 151/2001 e comporta:

    • divieto assoluto di lavoro nel periodo protetto;
    • conservazione del posto;
    • indennità economica INPS (di regola 80% della retribuzione media giornaliera, con possibili integrazioni da CCNL).

    2) Durata del congedo: tre “modelli” possibili (2+3 / 1+4 / 0+5)

    A) Regola ordinaria “2+3”

    • 2 mesi prima della data presunta del parto (DPP)
    • 3 mesi dopo la data effettiva del parto

    B) Flessibilità “1+4” (art. 20)

    Puoi lavorare fino a 1 mese prima della DPP e spostare quel mese dopo (quindi 4 mesi post parto).
    Serve che:

    • il medico specialista SSN (o convenzionato) attesti assenza di rischi;
    • il medico competente (se previsto) confermi assenza di rischi.

    📌 Nota operativa: le certificazioni per la flessibilità si consegnano al datore di lavoro entro il 7° mese di gravidanza (prassi INPS).

    C) “Maternità differita” 0+5 (Legge 145/2018)

    Puoi lavorare fino al parto e fare 5 mesi continuativi dopo.
    Serve documentazione sanitaria nel 7° mese che attesti assenza di pregiudizio fino alla DPP (o fino al parto se avviene dopo) e va presentata a datore di lavoro e INPS entro fine 7° mese.


    3) Come si calcola il periodo (regole pratiche)

    Il periodo si compone di tre blocchi:

    1. Ante-partum: nei 2 mesi prima della DPP (computo “a ritroso”; la DPP non si conta nel calcolo a ritroso).
    2. Intercorrente: se il parto avviene dopo la DPP, l’astensione copre anche i giorni tra DPP e parto.
    3. Post-partum: 3 mesi dopo il parto.

    Parto prematuro: recupero dei giorni “non goduti”

    Se il parto avviene prima della DPP, i giorni di congedo non fruiti prima si aggiungono al periodo dopo il parto.
    Questo può portare a un congedo complessivo superiore ai 5 mesi (caso di parto molto anticipato).

    Esempio rapido: parto fortemente prematuro

    Se il parto avviene molto prima, persino prima dell’inizio del periodo ante-partum, tutto il tempo tra parto e DPP si somma ai 3 mesi dopo parto → congedo totale più lungo di 5 mesi.


    4) Effetti sul rapporto di lavoro: cosa matura durante la maternità

    Il congedo di maternità è equiparato a servizio effettivo:

    • matura anzianità;
    • matura ferie, tredicesima, scatti (salvo particolarità CCNL);
    • matura TFR e contributi figurativi.

    📌 Importante: durante la maternità non si possono “mettere ferie” o permessi in sovrapposizione (si sospendono i termini).


    5) Documenti e domanda INPS: cosa serve davvero

    Prima dell’astensione

    • Certificato medico di gravidanza con DPP (di norma trasmesso telematicamente dal medico SSN/convenzionato all’INPS).
    • Comunicazione al datore di lavoro.

    Domanda di maternità

    • Va presentata telematicamente all’INPS (e comunicata al datore di lavoro) entro i 2 mesi prima della DPP.
    • In ogni caso, non oltre 1 anno dalla fine del periodo indennizzabile.

    Dopo il parto

    • Entro 30 giorni consegna al datore di lavoro la documentazione dell’evento (certificato di parto / autocertificazione secondo regole applicabili).

    6) Interdizione anticipata: quando la tutela parte prima (ASL o ITL)

    L’interdizione anticipata sposta l’astensione prima del classico “2 mesi ante-partum”. Esistono tre scenari principali:

    A) Gravi complicanze della gestazione (iter sanitario – ASL)

    Esempi: rischio aborto, patologie della gravidanza o malattie aggravate dalla gravidanza.

    • istanza alla ASL con certificazione di gravidanza e complicanze;
    • l’ASL ha in genere 7 giorni per il provvedimento (con logiche di silenzio-assenso nella prassi indicata nel testo di riferimento).

    B) Rischio da mansione/ambiente (iter amministrativo – ITL)

    Quando il lavoro è pregiudizievole (chimico, pesi, posture, ecc.) e il datore non può spostare la lavoratrice a mansioni compatibili (repêchage).

    • istanza a ITL (anche dal datore);
    • allegati tipici: DVR, mansioni, motivazione dell’impossibilità di ricollocazione;
    • il datore non può “interdire da solo” senza provvedimento.

    C) Anticipazione a 3 mesi (lavori gravosi/pregiudizievoli)

    Per attività specifiche individuate da norme/decreti: l’astensione può partire a 3 mesi prima del parto.


    7) Interdizione posticipata e prolungamento fino al 7° mese del bambino

    In alcune situazioni (mansioni vietate/rischio non eliminabile) l’ITL può disporre interdizione dopo il parto fino al 7° mese di età del bambino.
    In tal caso:

    • l’indennità INPS copre anche questa fase;
    • serve specifica istanza e gestione corretta della pratica.

    8) Caso pratico (schema 2+3)

    DPP: 15 ottobre 2025
    Nessuna flessibilità (quindi 2+3)

    • Inizio congedo: 15 agosto 2025
    • Fine ante-partum: 14 ottobre 2025
    • Post-partum (se parto il 15 ottobre): dal 16 ottobre 2025 al 15 gennaio 2026

    Durante tutto il periodo:

    • divieto di lavoro;
    • indennità INPS (80% RMG) + eventuale integrazione CCNL.

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Guida al Congedo di Maternità 2026: tutele, tempi, flessibilità e adempimenti (D.Lgs. 151/2001)», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Il servizio collega cedolini, contributi, inquadramenti e adempimenti del personale con l’assistenza di un consulente del lavoro dedicato. Scopri Paghe e consulenza del lavoro.

    Domande frequenti

    Si può lavorare fino al parto?

    Sì, con opzione 0+5, ma serve documentazione medica nel 7° mese e comunicazione a INPS e datore.

    Se parto prima della data presunta, perdo i mesi prima?

    No: i giorni “non goduti” si recuperano dopo il parto, anche oltre i 5 mesi complessivi.

    Il datore può mettermi in ferie durante la maternità?

    No: maternità e ferie non si sovrappongono.

    Se la mansione è rischiosa e non c’è ricollocazione?

    Si attiva interdizione tramite ITL (con DVR e prova impossibilità di repêchage).