Autore: luca.meloncelli@pirix.it

  • Azione di responsabilità contro gli amministratori: cosa deve dimostrare chi agisce in giudizio?

    Responsabilità degli amministratori di S.r.l.: onere della prova e prescrizione dopo le dimissioni

    Quando un amministratore è responsabile dei danni causati alla società? E da quando decorre la prescrizione dopo le dimissioni? Scopri cosa stabilisce il Tribunale di Brescia con la sentenza n. 408/2025.

    Azione di responsabilità contro gli amministratori: cosa deve dimostrare chi agisce in giudizio?

    Con la Sentenza n. 408 del 7 gennaio 2025, il Tribunale di Brescia ha affrontato due aspetti fondamentali della responsabilità degli amministratori di S.r.l.: il corretto riparto dell’onere della prova nelle azioni di responsabilità e il momento in cui inizia a decorrere la prescrizione quando gli amministratori rassegnano le dimissioni.

    La decisione fornisce importanti chiarimenti per amministratori, soci, imprenditori, curatori e professionisti che operano nel diritto societario.

    Non basta dimostrare il danno: occorre provare anche la violazione dei doveri dell’amministratore

    Il Tribunale precisa che, nelle azioni di responsabilità contro gli amministratori, non è sufficiente dimostrare che una determinata operazione abbia causato un danno alla società.

    Quando il comportamento contestato non è espressamente vietato dalla legge o dallo statuto sociale, chi promuove l’azione deve fornire una prova ulteriore.

    In particolare, è necessario dimostrare che l’amministratore:

    • ha violato i propri doveri di diligenza;
    • ha agito in contrasto con gli obblighi di lealtà verso la società;
    • ha adottato una condotta incompatibile con una corretta gestione societaria.

    Solo l’accertamento congiunto della condotta, della violazione dei doveri gestori e del danno consente di configurare una responsabilità risarcitoria.

    Quando decorre la prescrizione dell’azione di responsabilità?

    La sentenza affronta anche il tema della prescrizione dell’azione di responsabilità.

    Il Tribunale ricorda che, ai sensi dell’art. 2941, n. 7, del Codice Civile, il termine di prescrizione rimane sospeso per tutto il periodo in cui l’amministratore resta in carica.

    Questo principio tutela la società, evitando che il decorso del tempo favorisca chi continua ad esercitare il proprio incarico.

    Le dimissioni non producono sempre effetti immediati

    Uno dei chiarimenti più importanti riguarda il caso in cui più amministratori presentino contemporaneamente le dimissioni.

    Secondo il Tribunale di Brescia, la prescrizione non inizia automaticamente dalla data delle dimissioni.

    Infatti, se le dimissioni comportano il venir meno della maggioranza del Consiglio di Amministrazione, gli amministratori dimissionari restano comunque in carica in regime di prorogatio, fino alla ricostituzione dell’organo amministrativo mediante l’accettazione dei nuovi amministratori.

    Solo da quel momento cessano effettivamente dall’incarico.

    Di conseguenza, è soltanto da quella data che il termine di prescrizione inizia a decorrere.

    Il principio della prorogatio tutela la continuità della gestione

    La permanenza in carica degli amministratori dimissionari risponde all’esigenza di garantire la continuità dell’amministrazione della società.

    Fino alla ricostituzione del Consiglio di Amministrazione, gli amministratori continuano ad esercitare i propri poteri e restano soggetti ai medesimi obblighi e responsabilità previsti dalla legge.

    Proprio per questo motivo, anche la sospensione della prescrizione continua a operare fino alla cessazione effettiva dell’incarico.

    I principi affermati dal Tribunale di Brescia

    La sentenza individua alcuni principi fondamentali:

    • chi promuove un’azione di responsabilità deve dimostrare non solo il danno, ma anche la violazione dei doveri di diligenza e lealtà dell’amministratore;
    • la responsabilità non può essere fondata esclusivamente sull’esistenza di un pregiudizio economico;
    • la prescrizione dell’azione rimane sospesa per tutto il periodo in cui l’amministratore resta in carica;
    • le dimissioni non determinano automaticamente la cessazione dell’incarico quando opera il regime di prorogatio;
    • il termine di prescrizione decorre soltanto dalla ricostituzione della maggioranza del Consiglio di Amministrazione.

    Perché questa sentenza è importante?

    La pronuncia del Tribunale di Brescia offre importanti chiarimenti sia sul piano sostanziale sia su quello processuale.

    Da un lato definisce con precisione gli elementi necessari per ottenere il risarcimento dei danni nei confronti degli amministratori; dall’altro evita incertezze sul calcolo della prescrizione nei casi di dimissioni collettive, garantendo maggiore tutela alla società e ai creditori.

    Per amministratori, imprenditori e consulenti rappresenta un utile riferimento nella gestione delle controversie societarie e nella valutazione delle responsabilità gestorie.

    Conclusioni

    La Sentenza n. 408/2025 del Tribunale di Brescia conferma che la responsabilità degli amministratori di S.r.l. richiede una prova rigorosa della violazione dei doveri di diligenza e lealtà, oltre alla dimostrazione del danno subito dalla società.

    La decisione chiarisce inoltre che, in presenza di dimissioni degli amministratori, la prescrizione dell’azione di responsabilità decorre solo dalla cessazione effettiva dell’incarico e dalla ricostituzione dell’organo amministrativo, assicurando continuità nella governance e maggiore tutela degli interessi societari.

    Per valutare l’esposizione alle azioni di responsabilità dopo la cessazione dell’incarico e le misure preventive applicabili, approfondisci il servizio Team Integrato BPlanning di BPlanning.

    Servizi BPlanning per approfondire doveri gestori, decisioni e rischi dell’amministratore

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale prova della responsabilità affronta la decisione citata?

    Con la Sentenza n. 408 del 7 gennaio 2025, il Tribunale di Brescia ha affrontato due aspetti fondamentali della responsabilità degli amministratori di S.r.l.: il corretto riparto dell’onere della prova nelle azioni di responsabilità e il momento in cui inizia a decorrere la prescrizione quando gli amministratori rassegnano le dimissioni.

    La decisione fornisce importanti chiarimenti per amministratori, soci, imprenditori, curatori e professionisti che operano nel diritto societario.

    Basta provare il danno per ottenere il risarcimento?

    Il Tribunale precisa che, nelle azioni di responsabilità contro gli amministratori, non è sufficiente dimostrare che una determinata operazione abbia causato un danno alla società.

    Quando il comportamento contestato non è espressamente vietato dalla legge o dallo statuto sociale, chi promuove l’azione deve fornire una prova ulteriore.

    In particolare, è necessario dimostrare che l’amministratore:

    • ha violato i propri doveri di diligenza;
    • ha agito in contrasto con gli obblighi di lealtà verso la società;
    • ha adottato una condotta incompatibile con una corretta gestione societaria.

    Solo l’accertamento congiunto della condotta, della violazione dei doveri gestori e del danno consente di configurare una responsabilità risarcitoria.

    Quando decorre la prescrizione dell’azione?

    La sentenza affronta anche il tema della prescrizione dell’azione di responsabilità.

    Il Tribunale ricorda che, ai sensi dell’art. 2941, n. 7, del Codice Civile, il termine di prescrizione rimane sospeso per tutto il periodo in cui l’amministratore resta in carica.

    Questo principio tutela la società, evitando che il decorso del tempo favorisca chi continua ad esercitare il proprio incarico.

    Le dimissioni dell’amministratore producono sempre effetti immediati?

    Uno dei chiarimenti più importanti riguarda il caso in cui più amministratori presentino contemporaneamente le dimissioni.

    Secondo il Tribunale di Brescia, la prescrizione non inizia automaticamente dalla data delle dimissioni.

    Infatti, se le dimissioni comportano il venir meno della maggioranza del Consiglio di Amministrazione, gli amministratori dimissionari restano comunque in carica in regime di prorogatio, fino alla ricostituzione dell’organo amministrativo mediante l’accettazione dei nuovi amministratori.

    Solo da quel momento cessano effettivamente dall’incarico.

    Di conseguenza, è soltanto da quella data che il termine di prescrizione inizia a decorrere.

    Quale funzione svolge la prorogatio nella gestione?

    La permanenza in carica degli amministratori dimissionari risponde all’esigenza di garantire la continuità dell’amministrazione della società.

    Fino alla ricostituzione del Consiglio di Amministrazione, gli amministratori continuano ad esercitare i propri poteri e restano soggetti ai medesimi obblighi e responsabilità previsti dalla legge.

    Proprio per questo motivo, anche la sospensione della prescrizione continua a operare fino alla cessazione effettiva dell’incarico.

  • Garanzie Fideiussorie dei Soci e Postergazione: La Nuova Conferma della Cassazione

    La Cassazione chiarisce che anche le fideiussioni dei soci possono essere soggette a postergazione. Scopri cosa cambia per società e imprenditori.

    Garanzie Fideiussorie dei Soci e Postergazione: La Nuova Conferma della Cassazione

    Con la sentenza n. 5582 del 12 marzo 2026, la Corte di Cassazione ha fornito un importante chiarimento in materia di finanziamenti dei soci e garanzie fideiussorie prestate a favore della società.

    Secondo i giudici, la disciplina della postergazione prevista dall’art. 2467 del Codice Civile non riguarda esclusivamente i tradizionali finanziamenti erogati dai soci, ma può estendersi anche alle garanzie fideiussorie concesse dagli stessi nell’interesse della società.

    Si tratta di un principio particolarmente rilevante per amministratori, soci e professionisti che operano nell’ambito delle società a responsabilità limitata (SRL).

    Cosa Prevede l’Art. 2467 del Codice Civile

    L’articolo 2467 c.c. disciplina il fenomeno dei finanziamenti effettuati dai soci in situazioni di difficoltà economica o finanziaria della società.

    La norma stabilisce che il rimborso di tali finanziamenti debba essere postergato rispetto alla soddisfazione degli altri creditori quando:

    • esiste un eccessivo squilibrio tra indebitamento e patrimonio netto;
    • la situazione finanziaria della società avrebbe richiesto un conferimento di capitale anziché un finanziamento;
    • il sostegno economico del socio interviene in un momento di particolare fragilità aziendale.

    L’obiettivo è evitare che i soci possano recuperare le proprie risorse prima dei creditori esterni, alterando l’equilibrio delle tutele previste dall’ordinamento.

    Anche le Fideiussioni dei Soci Rientrano nella Disciplina della Postergazione

    La Corte di Cassazione ha precisato che la nozione di finanziamento dei soci deve essere interpretata in senso ampio.

    L’espressione utilizzata dal legislatore, infatti, comprende i finanziamenti effettuati “in qualsiasi forma” e non si limita ai soli contratti di mutuo o alle erogazioni di denaro.

    Per questo motivo, anche una garanzia fideiussoria prestata dal socio a favore della società può rientrare nell’ambito applicativo dell’art. 2467 c.c.

    In termini pratici, qualora il socio sia chiamato a pagare in forza della fideiussione e successivamente vanti un credito verso la società, tale credito potrebbe essere soggetto alle regole della postergazione.

    La Postergazione Non Elimina il Credito, ma Ne Rinvia l’Esigibilità

    Un aspetto fondamentale evidenziato dalla Cassazione riguarda la natura della postergazione.

    La postergazione non comporta la perdita del diritto del socio alla restituzione delle somme o al rimborso del credito maturato. Essa costituisce invece una condizione di inesigibilità legale e temporanea.

    In altre parole, il socio conserva il proprio credito ma non può pretenderne il pagamento fino a quando non venga superata la situazione di difficoltà economico-finanziaria della società.

    La restituzione potrà quindi avvenire soltanto quando:

    • sarà riequilibrato il rapporto tra debiti e patrimonio netto;
    • saranno cessate le condizioni che avrebbero richiesto un apporto di capitale;
    • la società avrà recuperato una situazione finanziaria adeguata.

    L’Onere della Prova: Cosa Deve Verificare il Giudice

    La sentenza chiarisce inoltre un aspetto operativo molto importante.

    Quando viene invocata l’applicazione della postergazione ex art. 2467 c.c., il giudice è chiamato a verificare la presenza di elementi concreti e documentati che dimostrino l’esistenza dei presupposti previsti dalla legge.

    In particolare, dovrà accertare:

    • la reale situazione economica e finanziaria della società al momento dell’intervento del socio;
    • l’eventuale squilibrio tra indebitamento e patrimonio netto;
    • la necessità di un conferimento di capitale in luogo del finanziamento o della garanzia prestata.

    Solo in presenza di tali elementi sarà possibile applicare correttamente il meccanismo della postergazione.

    Cosa Cambia per Soci, Amministratori e Professionisti

    L’orientamento della Cassazione amplia significativamente il perimetro applicativo dell’art. 2467 c.c. e impone maggiore attenzione nella gestione dei rapporti finanziari tra soci e società.

    Per questo motivo è fondamentale:

    • valutare attentamente le condizioni economiche della società prima di concedere garanzie personali;
    • documentare correttamente le operazioni effettuate dai soci;
    • analizzare preventivamente i possibili effetti della postergazione in caso di crisi aziendale;
    • pianificare gli interventi finanziari con il supporto di professionisti esperti in diritto societario e crisi d’impresa.

    Una corretta pianificazione può evitare contestazioni future e ridurre i rischi legati al recupero dei crediti vantati dai soci.

    Conclusioni

    La sentenza della Corte di Cassazione n. 5582/2026 conferma un principio di grande rilevanza pratica: anche le fideiussioni prestate dai soci possono essere considerate finanziamenti effettuati “in qualsiasi forma” e, pertanto, essere soggette alla disciplina della postergazione prevista dall’art. 2467 c.c.

    Per imprenditori, soci e amministratori di SRL, questo orientamento rappresenta un ulteriore richiamo alla necessità di gestire con attenzione il sostegno finanziario alla società, soprattutto nelle fasi di difficoltà economica o di sottocapitalizzazione.

    Per approfondire le clausole e i rischi delle garanzie fideiussorie, scopri i servizi BPlanning di analisi dei contratti.

    Servizi BPlanning per approfondire accordi, clausole e documentazione contrattuale

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale questione sulle fideiussioni affronta la Cassazione citata?

    Con la sentenza n. 5582 del 12 marzo 2026, la Corte di Cassazione ha fornito un importante chiarimento in materia di finanziamenti dei soci e garanzie fideiussorie prestate a favore della società.

    Secondo i giudici, la disciplina della postergazione prevista dall’art. 2467 del Codice Civile non riguarda esclusivamente i tradizionali finanziamenti erogati dai soci, ma può estendersi anche alle garanzie fideiussorie concesse dagli stessi nell’interesse della società.

    Si tratta di un principio particolarmente rilevante per amministratori, soci e professionisti che operano nell’ambito delle società a responsabilità limitata (SRL).

    Che cosa disciplina l’articolo 2467 c.c.?

    L’articolo 2467 c.c. disciplina il fenomeno dei finanziamenti effettuati dai soci in situazioni di difficoltà economica o finanziaria della società.

    La norma stabilisce che il rimborso di tali finanziamenti debba essere postergato rispetto alla soddisfazione degli altri creditori quando:

    • esiste un eccessivo squilibrio tra indebitamento e patrimonio netto;
    • la situazione finanziaria della società avrebbe richiesto un conferimento di capitale anziché un finanziamento;
    • il sostegno economico del socio interviene in un momento di particolare fragilità aziendale.

    L’obiettivo è evitare che i soci possano recuperare le proprie risorse prima dei creditori esterni, alterando l’equilibrio delle tutele previste dall’ordinamento.

    La postergazione può riguardare le fideiussioni dei soci?

    La Corte di Cassazione ha precisato che la nozione di finanziamento dei soci deve essere interpretata in senso ampio.

    L’espressione utilizzata dal legislatore, infatti, comprende i finanziamenti effettuati “in qualsiasi forma” e non si limita ai soli contratti di mutuo o alle erogazioni di denaro.

    Per questo motivo, anche una garanzia fideiussoria prestata dal socio a favore della società può rientrare nell’ambito applicativo dell’art. 2467 c.c.

    In termini pratici, qualora il socio sia chiamato a pagare in forza della fideiussione e successivamente vanti un credito verso la società, tale credito potrebbe essere soggetto alle regole della postergazione.

    La postergazione cancella il credito del socio?

    Un aspetto fondamentale evidenziato dalla Cassazione riguarda la natura della postergazione.

    La postergazione non comporta la perdita del diritto del socio alla restituzione delle somme o al rimborso del credito maturato. Essa costituisce invece una condizione di inesigibilità legale e temporanea.

    In altre parole, il socio conserva il proprio credito ma non può pretenderne il pagamento fino a quando non venga superata la situazione di difficoltà economico-finanziaria della società.

    La restituzione potrà quindi avvenire soltanto quando:

    • sarà riequilibrato il rapporto tra debiti e patrimonio netto;
    • saranno cessate le condizioni che avrebbero richiesto un apporto di capitale;
    • la società avrà recuperato una situazione finanziaria adeguata.

    Che cosa deve accertare il giudice sulla postergazione?

    La sentenza chiarisce inoltre un aspetto operativo molto importante.

    Quando viene invocata l’applicazione della postergazione ex art. 2467 c.c., il giudice è chiamato a verificare la presenza di elementi concreti e documentati che dimostrino l’esistenza dei presupposti previsti dalla legge.

    In particolare, dovrà accertare:

    • la reale situazione economica e finanziaria della società al momento dell’intervento del socio;
    • l’eventuale squilibrio tra indebitamento e patrimonio netto;
    • la necessità di un conferimento di capitale in luogo del finanziamento o della garanzia prestata.

    Solo in presenza di tali elementi sarà possibile applicare correttamente il meccanismo della postergazione.

  • Delibere Assembleari Negative: Una Decisione Può Essere Contestata?

    Le delibere assembleari negative possono essere impugnate? Scopri cosa ha stabilito il Tribunale di Bologna e quali sono i limiti dell’intervento giudiziale.

    Delibere Assembleari Negative: Una Decisione Può Essere Contestata?

    Quando un’assemblea dei soci respinge una proposta, si genera una cosiddetta delibera assembleare negativa. Per lungo tempo si è discusso se tali decisioni potessero essere impugnate come le delibere approvate.

    Con la pronuncia del Tribunale di Bologna del 7 giugno 2024, è stato ribadito un principio di grande interesse per soci, amministratori e professionisti: anche le decisioni di rigetto possono essere soggette alle norme sull’invalidità delle delibere assembleari e, quindi, essere impugnate nei casi previsti dalla legge.

    Tuttavia, l’impugnazione non è automatica. È necessario dimostrare l’esistenza di un interesse concreto e attuale alla rimozione della decisione.

    Cosa Sono le Delibere Assembleari Negative

    Si parla di delibera negativa quando l’assemblea respinge una proposta sottoposta al voto dei soci.

    Ad esempio:

    • mancata approvazione di un aumento di capitale;
    • rigetto della nomina di un amministratore;
    • rifiuto di una modifica statutaria;
    • mancata autorizzazione a una specifica operazione societaria.

    Anche se non producono effetti “positivi” come una delibera approvata, queste decisioni possono incidere significativamente sulla vita della società e sugli interessi dei soci.

    Per questo motivo possono essere oggetto di contestazione giudiziale.

    Quando una Delibera Negativa Può Essere Impugnata

    Secondo il Tribunale di Bologna, le delibere assembleari negative rientrano nella disciplina prevista per l’invalidità delle deliberazioni societarie.

    Ciò significa che possono essere impugnate quando sussistono i presupposti previsti dalla legge, come ad esempio:

    • violazione delle norme societarie;
    • irregolarità procedurali;
    • violazione dei diritti dei soci;
    • vizi che incidono sulla validità del voto.

    Tuttavia, chi propone l’azione deve dimostrare di avere un interesse giuridicamente rilevante alla rimozione della decisione.

    L’Interesse ad Agire: Requisito Fondamentale

    Uno degli aspetti centrali evidenziati dal Tribunale riguarda il concetto di interesse ad agire.

    Per poter contestare una delibera negativa non è sufficiente essere contrari alla decisione dell’assemblea.

    Occorre dimostrare che l’annullamento della delibera consentirebbe di ottenere un risultato concreto e giuridicamente tutelato che non sarebbe altrimenti raggiungibile.

    In pratica, il socio deve dimostrare che dalla rimozione della decisione potrebbero derivare gli effetti che sarebbero stati prodotti dalla proposta originariamente respinta.

    Senza questo interesse concreto, l’impugnazione rischia di essere dichiarata inammissibile.

    I Limiti del Potere del Giudice nelle Decisioni Assembleari

    La sentenza chiarisce un principio particolarmente importante: il giudice non può sostituirsi all’assemblea dei soci.

    L’autorità giudiziaria può verificare la legittimità della deliberazione, ma non può assumere decisioni che spettano esclusivamente agli organi societari.

    Questo significa che, anche qualora venga accertata l’invalidità di un voto contrario o della delibera negativa nel suo complesso, il Tribunale non può imporre l’approvazione della proposta respinta.

    La volontà sociale resta infatti riservata all’assemblea.

    Cosa Può Ottenere Chi Impugna una Delibera Negativa

    L’eventuale accoglimento dell’impugnazione non comporta automaticamente la sostituzione della decisione assembleare.

    Il giudice può:

    • accertare l’esistenza di un vizio;
    • dichiarare l’invalidità della deliberazione;
    • riconoscere gli effetti tipici delle azioni di accertamento.

    Non può invece:

    • approvare una proposta respinta dall’assemblea;
    • sostituire il proprio giudizio a quello dei soci;
    • esercitare poteri riservati agli organi societari.

    Si tratta di un limite fondamentale volto a preservare l’autonomia decisionale della società.

    Implicazioni Pratiche per Soci e Amministratori

    La decisione del Tribunale di Bologna offre importanti indicazioni operative per la gestione delle assemblee societarie.

    In particolare, è fondamentale:

    • garantire la regolarità delle procedure assembleari;
    • verificare la corretta espressione del voto dei soci;
    • documentare accuratamente le decisioni adottate;
    • valutare attentamente l’esistenza di un interesse concreto prima di avviare un’impugnazione.

    Una corretta gestione delle assemblee riduce il rischio di contenziosi e tutela la stabilità delle decisioni societarie.

    Conclusioni

    La pronuncia del Tribunale di Bologna del 7 giugno 2024 conferma che anche le delibere assembleari negative possono essere impugnate quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge.

    Tuttavia, l’azione è ammissibile solo in presenza di un effettivo interesse ad agire e incontra un limite invalicabile: il giudice non può sostituire la propria volontà a quella espressa dall’assemblea dei soci.

    Per imprenditori, amministratori e professionisti, questo principio rappresenta un importante punto di riferimento nella gestione delle controversie societarie e nella tutela dei diritti dei soci.

    Per una prima valutazione su una contestazione sulla validità delle delibere assembleari, scopri il servizio BPlanning di assistenza legale, interventi e diffide.

    Servizi BPlanning per approfondire delibere, rapporti tra soci e assetto societario

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale delibera negativa riguarda la decisione citata?

    Quando un’assemblea dei soci respinge una proposta, si genera una cosiddetta delibera assembleare negativa. Per lungo tempo si è discusso se tali decisioni potessero essere impugnate come le delibere approvate.

    Con la pronuncia del Tribunale di Bologna del 7 giugno 2024, è stato ribadito un principio di grande interesse per soci, amministratori e professionisti: anche le decisioni di rigetto possono essere soggette alle norme sull’invalidità delle delibere assembleari e, quindi, essere impugnate nei casi previsti dalla legge.

    Tuttavia, l’impugnazione non è automatica. È necessario dimostrare l’esistenza di un interesse concreto e attuale alla rimozione della decisione.

    Che cosa sono le delibere assembleari negative?

    Si parla di delibera negativa quando l’assemblea respinge una proposta sottoposta al voto dei soci.

    Ad esempio:

    • mancata approvazione di un aumento di capitale;
    • rigetto della nomina di un amministratore;
    • rifiuto di una modifica statutaria;
    • mancata autorizzazione a una specifica operazione societaria.

    Anche se non producono effetti “positivi” come una delibera approvata, queste decisioni possono incidere significativamente sulla vita della società e sugli interessi dei soci.

    Per questo motivo possono essere oggetto di contestazione giudiziale.

    Quando può essere impugnata una delibera negativa?

    Secondo il Tribunale di Bologna, le delibere assembleari negative rientrano nella disciplina prevista per l’invalidità delle deliberazioni societarie.

    Ciò significa che possono essere impugnate quando sussistono i presupposti previsti dalla legge, come ad esempio:

    • violazione delle norme societarie;
    • irregolarità procedurali;
    • violazione dei diritti dei soci;
    • vizi che incidono sulla validità del voto.

    Tuttavia, chi propone l’azione deve dimostrare di avere un interesse giuridicamente rilevante alla rimozione della decisione.

    Perché è necessario un interesse concreto ad agire?

    Uno degli aspetti centrali evidenziati dal Tribunale riguarda il concetto di interesse ad agire.

    Per poter contestare una delibera negativa non è sufficiente essere contrari alla decisione dell’assemblea.

    Occorre dimostrare che l’annullamento della delibera consentirebbe di ottenere un risultato concreto e giuridicamente tutelato che non sarebbe altrimenti raggiungibile.

    In pratica, il socio deve dimostrare che dalla rimozione della decisione potrebbero derivare gli effetti che sarebbero stati prodotti dalla proposta originariamente respinta.

    Senza questo interesse concreto, l’impugnazione rischia di essere dichiarata inammissibile.

    Quali limiti incontra il giudice nelle decisioni assembleari?

    La sentenza chiarisce un principio particolarmente importante: il giudice non può sostituirsi all’assemblea dei soci.

    L’autorità giudiziaria può verificare la legittimità della deliberazione, ma non può assumere decisioni che spettano esclusivamente agli organi societari.

    Questo significa che, anche qualora venga accertata l’invalidità di un voto contrario o della delibera negativa nel suo complesso, il Tribunale non può imporre l’approvazione della proposta respinta.

    La volontà sociale resta infatti riservata all’assemblea.

  • Conferimenti dei Soci e Diritto al Rimborso: Cosa Dice il Tribunale di Napoli

    Conferimenti e versamenti in conto capitale possono essere restituiti ai soci? Scopri cosa stabilisce il Tribunale di Napoli e quali sono i rischi da conoscere.

    Conferimenti dei Soci e Diritto al Rimborso: Cosa Dice il Tribunale di Napoli

    Una delle domande più frequenti tra imprenditori e soci riguarda la possibilità di recuperare le somme versate alla società.

    La risposta non è sempre scontata.

    Con la sentenza del Tribunale di Napoli del 27 marzo 2025, viene ribadito un principio fondamentale del diritto societario: i conferimenti e i versamenti in conto capitale non generano automaticamente un diritto alla restituzione delle somme versate dal socio.

    Si tratta di una distinzione essenziale che può avere conseguenze economiche molto rilevanti in caso di crisi, liquidazione o scioglimento della società.

    Conferimenti e Versamenti in Conto Capitale: Qual è la Differenza?

    Quando un socio versa denaro alla propria società, occorre innanzitutto comprendere la natura dell’operazione.

    Le somme possono essere erogate:

    Come finanziamento o mutuo

    In questo caso la società riceve un prestito.

    Il socio diventa creditore e, salvo particolari limitazioni previste dalla legge, mantiene il diritto alla restituzione secondo le modalità concordate.

    Come versamento in conto capitale

    La situazione cambia radicalmente.

    Il denaro non viene contabilizzato come debito della società, ma confluisce nel patrimonio netto attraverso specifiche riserve patrimoniali.

    In questo caso il socio non acquisisce un credito immediatamente esigibile nei confronti della società.

    Perché il Versamento in Conto Capitale Non È un Credito

    Secondo il Tribunale di Napoli, né il contratto di società né il successivo apporto di capitale attribuiscono al socio un vero e proprio diritto di credito alla restituzione delle somme versate.

    Il conferimento rappresenta infatti un investimento nel capitale di rischio dell’impresa.

    Di conseguenza:

    • il socio partecipa ai risultati economici della società;
    • assume il rischio d’impresa;
    • accetta che le somme versate possano non essere recuperate integralmente.

    Il versamento in conto capitale è quindi molto più vicino a un investimento che a un prestito.

    Quando il Socio Può Ottenere la Restituzione delle Somme Versate

    L’eventuale diritto alla restituzione può emergere soltanto in un momento specifico: la liquidazione della società.

    Tuttavia, anche in questa fase, il rimborso non è garantito.

    Prima di distribuire eventuali somme ai soci devono essere soddisfatti integralmente tutti i creditori della società.

    Solo se, dopo il pagamento di:

    • fornitori;
    • banche;
    • dipendenti;
    • Erario;
    • altri creditori sociali;

    rimane un patrimonio residuo, questo potrà essere distribuito ai soci.

    La Postergazione dei Soci Rispetto ai Creditori

    Uno degli aspetti più rilevanti evidenziati dalla sentenza riguarda la cosiddetta postergazione.

    Il socio che ha effettuato un versamento in conto capitale occupa una posizione subordinata rispetto ai creditori sociali.

    In pratica:

    Prima vengono pagati tutti i creditori.

    Solo successivamente possono essere distribuite eventuali somme ai soci.

    Se il patrimonio sociale non è sufficiente, il socio potrebbe non recuperare nulla.

    Per questo motivo il socio viene definito dalla giurisprudenza come “residual claimant”, ossia il soggetto che può beneficiare soltanto dell’eventuale patrimonio residuo.

    Come Distinguere un Finanziamento da un Versamento in Conto Capitale

    Nella pratica aziendale questa distinzione genera spesso contenziosi.

    Molti soci ritengono di aver effettuato un prestito alla società, mentre quest’ultima considera le somme come apporti patrimoniali.

    Secondo il Tribunale di Napoli, per qualificare correttamente l’operazione non è sufficiente analizzare la denominazione utilizzata nelle scritture contabili.

    Occorre invece valutare:

    La volontà effettiva delle parti

    Bisogna comprendere quale fosse l’intenzione concreta al momento dell’erogazione.

    Le modalità di esecuzione del rapporto

    È necessario verificare come il rapporto sia stato gestito nel tempo.

    Le finalità economiche perseguite

    Occorre individuare lo scopo pratico dell’operazione.

    Gli interessi sottostanti

    La qualificazione dipende anche dagli interessi economici che le parti intendevano realizzare.

    Chi Deve Provare la Natura del Versamento?

    La sentenza chiarisce inoltre che l’onere della prova ricade sul socio che richiede la restituzione delle somme.

    Sarà quindi il socio a dover dimostrare che:

    • il versamento aveva natura di finanziamento;
    • esisteva un obbligo di restituzione;
    • la società era tenuta a rimborsare le somme ricevute.

    In assenza di prove sufficienti, il versamento rischia di essere qualificato come apporto patrimoniale non rimborsabile.

    Cosa Devono Fare Imprenditori e Soci per Evitare Controversie

    Per evitare contestazioni future è fondamentale documentare correttamente ogni versamento effettuato alla società.

    È consigliabile:

    • formalizzare per iscritto i finanziamenti soci;
    • specificare chiaramente termini e modalità di restituzione;
    • registrare correttamente le operazioni in contabilità;
    • conservare tutta la documentazione societaria;
    • richiedere una consulenza preventiva prima di effettuare apporti significativi.

    Una corretta pianificazione può prevenire controversie e tutelare sia la società sia i soci.

    Conclusioni

    La sentenza del Tribunale di Napoli del 27 marzo 2025 conferma un principio essenziale: i conferimenti e i versamenti in conto capitale non attribuiscono automaticamente al socio il diritto alla restituzione delle somme versate.

    A differenza dei finanziamenti soci, questi apporti rappresentano capitale di rischio e possono essere recuperati soltanto in sede di liquidazione e solo dopo il completo soddisfacimento dei creditori sociali.

    Per questo motivo è fondamentale definire con precisione la natura delle somme versate alla società, evitando ambiguità che potrebbero generare contenziosi futuri.

    Per approfondire l’inquadramento contabile dei conferimenti e dei versamenti dei soci, scopri i servizi BPlanning di contabilità e assistenza fiscale.

    Servizi BPlanning per approfondire delibere, rapporti tra soci e assetto societario

    Per valutare delibere, rapporti tra soci e assetto societario, il servizio di assistenza legale BPlanning offre un presidio di consulenza e comunicazioni formali. L’attività da svolgere viene definita sui documenti e sul caso concreto. Scopri Assistenza legale e diffide.

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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale richiesta di rimborso del socio esamina la pronuncia?

    Una delle domande più frequenti tra imprenditori e soci riguarda la possibilità di recuperare le somme versate alla società.

    La risposta non è sempre scontata.

    Con la sentenza del Tribunale di Napoli del 27 marzo 2025, viene ribadito un principio fondamentale del diritto societario: i conferimenti e i versamenti in conto capitale non generano automaticamente un diritto alla restituzione delle somme versate dal socio.

    Si tratta di una distinzione essenziale che può avere conseguenze economiche molto rilevanti in caso di crisi, liquidazione o scioglimento della società.

    Come si distinguono finanziamenti e versamenti in conto capitale?

    Quando un socio versa denaro alla propria società, occorre innanzitutto comprendere la natura dell’operazione.

    Le somme possono essere erogate:

    In questo caso la società riceve un prestito.

    Il socio diventa creditore e, salvo particolari limitazioni previste dalla legge, mantiene il diritto alla restituzione secondo le modalità concordate.

    La situazione cambia radicalmente.

    Il denaro non viene contabilizzato come debito della società, ma confluisce nel patrimonio netto attraverso specifiche riserve patrimoniali.

    In questo caso il socio non acquisisce un credito immediatamente esigibile nei confronti della società.

    Perché un versamento in conto capitale non è un credito ordinario?

    Secondo il Tribunale di Napoli, né il contratto di società né il successivo apporto di capitale attribuiscono al socio un vero e proprio diritto di credito alla restituzione delle somme versate.

    Il conferimento rappresenta infatti un investimento nel capitale di rischio dell’impresa.

    Di conseguenza:

    • il socio partecipa ai risultati economici della società;
    • assume il rischio d’impresa;
    • accetta che le somme versate possano non essere recuperate integralmente.

    Il versamento in conto capitale è quindi molto più vicino a un investimento che a un prestito.

    Quando il socio può ottenere la restituzione delle somme?

    L’eventuale diritto alla restituzione può emergere soltanto in un momento specifico: la liquidazione della società.

    Tuttavia, anche in questa fase, il rimborso non è garantito.

    Prima di distribuire eventuali somme ai soci devono essere soddisfatti integralmente tutti i creditori della società.

    Solo se, dopo il pagamento di:

    • fornitori;
    • banche;
    • dipendenti;
    • Erario;
    • altri creditori sociali;

    rimane un patrimonio residuo, questo potrà essere distribuito ai soci.

    Come si colloca il socio rispetto agli altri creditori?

    Uno degli aspetti più rilevanti evidenziati dalla sentenza riguarda la cosiddetta postergazione.

    Il socio che ha effettuato un versamento in conto capitale occupa una posizione subordinata rispetto ai creditori sociali.

    In pratica:

    Prima vengono pagati tutti i creditori.

    Solo successivamente possono essere distribuite eventuali somme ai soci.

    Se il patrimonio sociale non è sufficiente, il socio potrebbe non recuperare nulla.

    Per questo motivo il socio viene definito dalla giurisprudenza come “residual claimant”, ossia il soggetto che può beneficiare soltanto dell’eventuale patrimonio residuo.

  • Contratto Preliminare di Cessione Quote: Cosa Succede se una Parte Non Rispetta l’Accordo?

    Contratto preliminare di cessione quote non rispettato? Scopri quando è possibile ottenere il trasferimento forzato delle quote tramite sentenza.

    Contratto Preliminare di Cessione Quote: Cosa Succede se una Parte Non Rispetta l’Accordo?

    Nel mondo delle operazioni societarie può accadere che, dopo aver firmato un contratto preliminare di cessione di quote, una delle parti si rifiuti di procedere alla stipula definitiva.

    In questi casi, la legge offre uno strumento particolarmente efficace: l’esecuzione in forma specifica dell’obbligo di contrarre, disciplinata dall’art. 2932 del Codice Civile.

    Con la sentenza n. 1252 del 26 aprile 2024, il Tribunale di Bologna ha chiarito quali sono i requisiti necessari affinché il giudice possa intervenire e produrre gli effetti del contratto definitivo non concluso.

    Si tratta di un principio di grande interesse per imprenditori, soci, investitori e professionisti coinvolti in operazioni di compravendita societaria.

    Cos’è l’Esecuzione in Forma Specifica Ex Art. 2932 c.c.

    L’articolo 2932 del Codice Civile tutela la parte che ha rispettato gli impegni assunti nel contratto preliminare.

    Quando una delle parti non adempie all’obbligo di stipulare il contratto definitivo, il soggetto non inadempiente può rivolgersi al giudice per ottenere una sentenza che produca gli stessi effetti del contratto mancato.

    In pratica, il provvedimento giudiziale sostituisce il contratto definitivo e realizza il trasferimento dei diritti previsti dall’accordo originario.

    Quando È Possibile Ottenere il Trasferimento Forzato delle Quote

    Non sempre è possibile ricorrere all’art. 2932 c.c.

    La legge richiede la presenza di specifici presupposti che devono essere rigorosamente dimostrati.

    1. La Parte Richiedente Deve Essere Adempiente

    Il primo requisito fondamentale riguarda il comportamento della parte che chiede l’intervento del giudice.

    Per ottenere l’esecuzione in forma specifica è necessario:

    • aver adempiuto integralmente alle proprie obbligazioni;
    • oppure aver offerto la propria prestazione in modo serio, concreto e inequivocabile.

    In altre parole, chi richiede il trasferimento forzato delle quote deve dimostrare di essere pronto a eseguire quanto previsto dal contratto.

    2. Il Contratto Preliminare Deve Essere Completo e Determinato

    Secondo il Tribunale di Bologna, un ulteriore requisito essenziale riguarda il contenuto del preliminare.

    L’accordo deve individuare con chiarezza tutti gli elementi fondamentali dell’operazione.

    In particolare devono essere definiti:

    • le quote oggetto della cessione;
    • il prezzo pattuito;
    • le modalità di trasferimento;
    • la data o i criteri per la stipula del contratto definitivo.

    Se questi elementi risultano incerti o incompleti, il giudice non può sostituirsi alle parti per integrare il contenuto dell’accordo.

    Il Giudice Non Può Riscrivere il Contratto

    Uno dei principi più importanti ribaditi dalla sentenza riguarda i limiti dell’intervento giudiziale.

    La funzione del giudice non è quella di creare un nuovo accordo tra le parti.

    La sentenza che dispone l’esecuzione in forma specifica deve riprodurre fedelmente il contenuto del contratto preliminare.

    Di conseguenza, il giudice:

    può dare esecuzione a quanto le parti hanno già concordato;

    può sostituire il contratto definitivo non concluso;

    non può modificare il prezzo;

    non può integrare clausole mancanti;

    non può determinare elementi essenziali non definiti dalle parti.

    L’autonomia contrattuale rimane quindi un principio centrale e insuperabile.

    Perché la Chiarezza del Preliminare È Fondamentale

    Molti contenziosi nascono proprio da contratti preliminari redatti in modo approssimativo.

    Quando mancano elementi essenziali o le clausole risultano ambigue, ottenere una sentenza favorevole diventa estremamente difficile.

    Per questo motivo, nella predisposizione di un preliminare di cessione quote è opportuno:

    • definire con precisione l’oggetto della vendita;
    • stabilire il prezzo e le modalità di pagamento;
    • disciplinare eventuali condizioni sospensive;
    • individuare i termini per il rogito o la stipula definitiva;
    • prevedere eventuali conseguenze in caso di inadempimento.

    Una corretta pianificazione contrattuale riduce significativamente il rischio di controversie future.

    Le Implicazioni per Imprenditori, Soci e Investitori

    La pronuncia del Tribunale di Bologna rappresenta un importante richiamo alla necessità di strutturare con attenzione le operazioni di trasferimento delle partecipazioni societarie.

    Per chi acquista o vende quote societarie, è fondamentale:

    • formalizzare accordi completi e dettagliati;
    • documentare correttamente gli adempimenti effettuati;
    • conservare le prove delle offerte di pagamento o delle prestazioni dovute;
    • affidarsi a professionisti esperti nella contrattualistica societaria.

    Un contratto preliminare ben redatto può fare la differenza tra il successo dell’operazione e un lungo contenzioso giudiziario.

    Conclusioni

    La sentenza del Tribunale di Bologna n. 1252/2024 conferma che l’esecuzione in forma specifica prevista dall’art. 2932 c.c. rappresenta uno strumento efficace per tutelare la parte che subisce l’inadempimento di un contratto preliminare di cessione quote.

    Tuttavia, per ottenere il trasferimento forzato delle partecipazioni societarie è indispensabile dimostrare il proprio adempimento e disporre di un preliminare chiaro, completo e sufficientemente determinato nei suoi elementi essenziali.

    La migliore tutela resta sempre una contrattualistica accurata e una corretta pianificazione dell’operazione societaria.

    Per approfondire gli obblighi assunti nel preliminare di cessione delle quote, scopri i servizi BPlanning di analisi dei contratti.

    Servizi BPlanning per approfondire accordi, clausole e documentazione contrattuale

    Per valutare accordi, clausole e documentazione contrattuale, il servizio di assistenza legale BPlanning offre un presidio di consulenza e comunicazioni formali. L’attività da svolgere viene definita sui documenti e sul caso concreto. Scopri Assistenza legale e diffide.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale inadempimento del preliminare esamina il caso?

    Nel mondo delle operazioni societarie può accadere che, dopo aver firmato un contratto preliminare di cessione di quote, una delle parti si rifiuti di procedere alla stipula definitiva.

    In questi casi, la legge offre uno strumento particolarmente efficace: l’esecuzione in forma specifica dell’obbligo di contrarre, disciplinata dall’art. 2932 del Codice Civile.

    Con la sentenza n. 1252 del 26 aprile 2024, il Tribunale di Bologna ha chiarito quali sono i requisiti necessari affinché il giudice possa intervenire e produrre gli effetti del contratto definitivo non concluso.

    Si tratta di un principio di grande interesse per imprenditori, soci, investitori e professionisti coinvolti in operazioni di compravendita societaria.

    Che cos’è l’esecuzione in forma specifica del preliminare?

    L’articolo 2932 del Codice Civile tutela la parte che ha rispettato gli impegni assunti nel contratto preliminare.

    Quando una delle parti non adempie all’obbligo di stipulare il contratto definitivo, il soggetto non inadempiente può rivolgersi al giudice per ottenere una sentenza che produca gli stessi effetti del contratto mancato.

    In pratica, il provvedimento giudiziale sostituisce il contratto definitivo e realizza il trasferimento dei diritti previsti dall’accordo originario.

    Quando si può ottenere il trasferimento forzato delle quote?

    Non sempre è possibile ricorrere all’art. 2932 c.c.

    La legge richiede la presenza di specifici presupposti che devono essere rigorosamente dimostrati.

    Il primo requisito fondamentale riguarda il comportamento della parte che chiede l’intervento del giudice.

    Per ottenere l’esecuzione in forma specifica è necessario:

    • aver adempiuto integralmente alle proprie obbligazioni;
    • oppure aver offerto la propria prestazione in modo serio, concreto e inequivocabile.

    In altre parole, chi richiede il trasferimento forzato delle quote deve dimostrare di essere pronto a eseguire quanto previsto dal contratto.

    Secondo il Tribunale di Bologna, un ulteriore requisito essenziale riguarda il contenuto del preliminare.

    L’accordo deve individuare con chiarezza tutti gli elementi fondamentali dell’operazione.

    In particolare devono essere definiti:

    • le quote oggetto della cessione;
    • il prezzo pattuito;
    • le modalità di trasferimento;
    • la data o i criteri per la stipula del contratto definitivo.

    Se questi elementi risultano incerti o incompleti, il giudice non può sostituirsi alle parti per integrare il contenuto dell’accordo.

    Il giudice può riscrivere il contratto preliminare?

    Uno dei principi più importanti ribaditi dalla sentenza riguarda i limiti dell’intervento giudiziale.

    La funzione del giudice non è quella di creare un nuovo accordo tra le parti.

    La sentenza che dispone l’esecuzione in forma specifica deve riprodurre fedelmente il contenuto del contratto preliminare.

    Di conseguenza, il giudice:

    può dare esecuzione a quanto le parti hanno già concordato;

    può sostituire il contratto definitivo non concluso;

    non può modificare il prezzo;

    non può integrare clausole mancanti;

    non può determinare elementi essenziali non definiti dalle parti.

    L’autonomia contrattuale rimane quindi un principio centrale e insuperabile.

    Perché il preliminare deve essere chiaro e completo?

    Molti contenziosi nascono proprio da contratti preliminari redatti in modo approssimativo.

    Quando mancano elementi essenziali o le clausole risultano ambigue, ottenere una sentenza favorevole diventa estremamente difficile.

    Per questo motivo, nella predisposizione di un preliminare di cessione quote è opportuno:

    • definire con precisione l’oggetto della vendita;
    • stabilire il prezzo e le modalità di pagamento;
    • disciplinare eventuali condizioni sospensive;
    • individuare i termini per il rogito o la stipula definitiva;
    • prevedere eventuali conseguenze in caso di inadempimento.

    Una corretta pianificazione contrattuale riduce significativamente il rischio di controversie future.

  • Premi di risultato e welfare aziendale per apprendisti: spettano? Regole, vantaggi fiscali e casi pratici

    Gli apprendisti hanno diritto ai premi di risultato e al welfare aziendale? Scopri cosa prevede la normativa, i vantaggi fiscali, i casi di riproporzionamento e le regole applicabili.

    Premi di risultato e welfare aziendale: gli apprendisti possono beneficiarne?

    L’apprendistato è un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con finalità formativa. Proprio per questa sua natura, molti datori di lavoro si chiedono se gli apprendisti possano accedere ai premi di risultato e ai piani di welfare aziendale.

    La risposta, nella maggior parte dei casi, è sì.

    La normativa non prevede infatti un’esclusione automatica degli apprendisti dai sistemi premianti o dai benefit aziendali. Tuttavia, occorre verificare quanto previsto dal contratto collettivo applicato, dagli accordi aziendali e dai regolamenti interni.

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    In questa guida analizziamo le regole, le agevolazioni fiscali e i principali casi pratici.


    L’apprendistato è un contratto a tempo indeterminato

    Gli articoli 41 e seguenti del D.Lgs. 81/2015 qualificano l’apprendistato come un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato finalizzato alla formazione professionale del lavoratore.

    L’apprendista gode quindi delle stesse tutele previste per gli altri dipendenti, salvo le particolarità proprie del percorso formativo.

    Di conseguenza, l’accesso ai sistemi di welfare aziendale e ai premi di risultato rappresenta la regola generale, salvo specifiche limitazioni previste dalla normativa o dalla contrattazione collettiva.


    Gli apprendisti hanno diritto ai premi di risultato?

    Sì.

    La disciplina dei premi di risultato, prevista dalla Legge n. 208/2015, non esclude gli apprendisti tra i beneficiari.

    Se l’accordo aziendale o territoriale individua come destinatari i lavoratori dipendenti, anche gli apprendisti possono partecipare al sistema premiante.

    I premi possono essere collegati al raggiungimento di obiettivi misurabili, quali:

    • produttività;
    • redditività;
    • qualità;
    • efficienza;
    • innovazione.

    Naturalmente restano valide le eventuali condizioni previste dagli accordi collettivi.


    Quando il premio può essere riproporzionato

    L’accesso al premio non significa necessariamente percepirne l’importo pieno.

    Gli accordi aziendali possono infatti prevedere criteri oggettivi di riproporzionamento, ad esempio in funzione di:

    • mesi effettivamente lavorati;
    • presenza in servizio;
    • orario di lavoro;
    • raggiungimento degli obiettivi previsti;
    • periodo di maturazione.

    Il riproporzionamento non dipende dal fatto che il lavoratore sia apprendista, ma dall’applicazione delle medesime regole previste per tutti i dipendenti.


    L’apprendista può convertire il premio in welfare aziendale?

    Sì.

    Anche gli apprendisti possono scegliere, quando previsto dagli accordi aziendali, di convertire il premio di risultato in strumenti di welfare aziendale.

    Questa possibilità consente spesso di beneficiare di un trattamento fiscale e contributivo più favorevole rispetto all’erogazione del premio in denaro.


    Quali benefit possono essere scelti?

    Tra le principali prestazioni di welfare rientrano:

    • assistenza sanitaria integrativa;
    • previdenza complementare;
    • formazione e istruzione dei familiari;
    • servizi di assistenza;
    • mobilità sostenibile;
    • buoni acquisto;
    • altri benefit previsti dall’articolo 51 del TUIR.

    L’accesso avviene alle stesse condizioni previste per gli altri lavoratori.


    Welfare aziendale: attenzione al principio di generalità

    La normativa fiscale richiede spesso che i benefit siano destinati:

    • alla generalità dei dipendenti;
    • oppure a categorie omogenee di lavoratori.

    Per questo motivo un’esclusione automatica degli apprendisti potrebbe risultare problematica se non supportata da criteri oggettivi o da specifiche disposizioni contrattuali.

    Prima di predisporre un piano welfare è quindi opportuno verificare attentamente:

    • regolamento aziendale;
    • contratto collettivo applicato;
    • accordi aziendali;
    • criteri di individuazione dei beneficiari.

    Il ruolo del contratto collettivo

    Molti CCNL disciplinano direttamente strumenti di welfare come:

    • assistenza sanitaria;
    • previdenza complementare;
    • fondi bilaterali;
    • contributi al reddito;
    • altri servizi dedicati ai dipendenti.

    In alcuni casi possono essere previsti:

    • requisiti di anzianità;
    • periodi minimi di servizio;
    • modalità particolari di adesione.

    Per questo motivo è sempre opportuno verificare il contratto collettivo applicato.


    Apprendista assunto durante l’anno

    Se l’apprendista viene assunto nel corso dell’anno di maturazione del premio, l’importo può essere proporzionato al periodo effettivamente lavorato.

    Ad esempio, un lavoratore assunto a metà anno potrebbe maturare solo una parte del premio previsto dall’accordo aziendale.


    Apprendista part-time

    L’apprendista con contratto part-time può accedere sia ai premi di risultato sia ai benefit aziendali.

    Molti accordi prevedono tuttavia un riproporzionamento dell’importo in base all’orario di lavoro.

    Anche in questo caso il criterio deve essere applicato uniformemente a tutti i lavoratori part-time.


    Cosa succede se l’apprendistato diventa un contratto ordinario?

    La trasformazione dell’apprendistato in rapporto di lavoro ordinario non interrompe normalmente la maturazione del premio.

    Il lavoratore continua infatti a partecipare ai sistemi incentivanti secondo quanto previsto dagli accordi collettivi, salvo diverse disposizioni.


    Gli apprendisti possono essere esclusi dal welfare?

    In linea generale no.

    Un piano di welfare destinato, ad esempio:

    • a tutti gli impiegati;
    • a tutti gli operai;
    • a tutti i dipendenti di uno stabilimento;

    deve normalmente comprendere anche gli apprendisti appartenenti alla medesima categoria.

    L’esclusione basata esclusivamente sulla tipologia contrattuale potrebbe risultare difficilmente giustificabile se non prevista da specifiche disposizioni normative o contrattuali.


    Tabella riepilogativa

    Situazione Regola generale
    Premio di risultato Spetta anche agli apprendisti
    Tassazione agevolata Applicabile se ricorrono i requisiti previsti dalla legge
    Conversione in welfare Consentita quando prevista dagli accordi
    Welfare aziendale Generalmente riconosciuto anche agli apprendisti
    Welfare previsto dal CCNL Da verificare secondo le specifiche clausole contrattuali
    Apprendista part-time Ammesso con eventuale riproporzionamento
    Assunzione durante l’anno Premio generalmente proporzionato ai mesi lavorati
    Trasformazione in contratto ordinario Continuità nella maturazione del premio
    Benefit per categorie omogenee Gli apprendisti ne fanno normalmente parte
    Esclusione automatica Non prevista dalla normativa

    Come gestire correttamente premi e welfare per gli apprendisti

    Per evitare contestazioni di natura fiscale, contributiva o lavoristica è opportuno che l’azienda:

    • definisca criteri oggettivi di assegnazione dei premi;
    • individui correttamente le categorie di beneficiari;
    • coordini regolamenti aziendali e contratti collettivi;
    • documenti le modalità di calcolo e gli eventuali riproporzionamenti;
    • verifichi la corretta applicazione delle agevolazioni fiscali.

    Una gestione corretta consente di valorizzare gli strumenti di welfare, incentivare i lavoratori e ridurre il rischio di contestazioni.


    BPlanning supporta imprese e datori di lavoro

    Il team di BPlanning affianca aziende e imprenditori nella gestione di:

    Ogni piano viene analizzato per garantire conformità normativa e massima efficienza fiscale.


    Conclusioni

    Gli apprendisti possono beneficiare dei premi di risultato e dei piani di welfare aziendale alle stesse condizioni degli altri dipendenti.

    Eventuali limitazioni devono essere previste da norme, contratti collettivi o accordi aziendali e basarsi su criteri oggettivi, evitando esclusioni automatiche legate esclusivamente alla tipologia contrattuale.

    Una corretta progettazione dei sistemi premianti e dei programmi di welfare rappresenta uno strumento efficace per valorizzare il personale, migliorare il clima aziendale e sfruttare al meglio le agevolazioni fiscali previste dalla normativa vigente.

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    Domande frequenti

    Gli apprendisti possono ricevere premi di risultato?

    Gli apprendisti non sono esclusi automaticamente: l’apprendistato è un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con finalità formativa. Il diritto al premio e le condizioni di maturazione vanno però verificati nel CCNL e nell’accordo aziendale o territoriale applicabile. L’eventuale trattamento fiscale agevolato richiede anche i presupposti previsti dalla relativa disciplina.

    Un apprendista può convertire il premio di risultato in welfare?

    Sì, quando l’accordo applicabile prevede la conversione e il premio possiede i requisiti richiesti. La scelta e i benefit disponibili devono rispettare le regole del piano e della disciplina fiscale. Non ogni premio in denaro può essere trasformato automaticamente in welfare esente: occorre verificare accordo, beneficiari e natura delle prestazioni.

    Il premio va riproporzionato se l’apprendista è part-time o assunto durante l’anno?

    Può esserlo se l’accordo stabilisce criteri oggettivi legati all’orario, al periodo lavorato o alla maturazione degli obiettivi. Non è una riduzione automatica dovuta al solo status di apprendista. Le modalità di calcolo devono essere documentate e coerenti con quelle applicate agli altri lavoratori nelle stesse condizioni.

    Un piano welfare può escludere gli apprendisti della stessa categoria di lavoratori?

    L’esclusione non va data per scontata. Occorre verificare CCNL, regolamento e criteri di individuazione dei destinatari, tenendo conto delle condizioni fiscali dei singoli benefit. Quando il piano si rivolge a una categoria omogenea, l’esclusione fondata soltanto sulla tipologia contrattuale richiede una valutazione specifica della disciplina applicabile.

    Cosa succede al premio quando termina il periodo di apprendistato?

    La prosecuzione del rapporto come ordinario lavoro subordinato normalmente non interrompe da sola la maturazione del premio. Restano da verificare le condizioni dell’accordo: periodo di riferimento, continuità del servizio, categoria del lavoratore e obiettivi raggiunti. L’azienda deve applicare le regole previste e documentare eventuali riproporzionamenti.

  • Vendite online e DAC10: cosa cambia per chi vende su marketplace come Vinted, eBay e altre piattaforme

    La proposta DAC10 innalza a 3.000 euro la soglia per la comunicazione dei dati delle vendite online ed elimina il limite delle 30 operazioni. Ecco cosa cambia davvero per venditori e marketplace.

    DAC10: in arrivo nuove regole per le vendite online

    L’Unione Europea si prepara ad aggiornare le regole sulle vendite effettuate tramite piattaforme digitali.

    Con la proposta di direttiva DAC10, presentata nell’ambito del pacchetto di semplificazione fiscale europeo, l’obiettivo è ridurre gli adempimenti per chi vende occasionalmente online, mantenendo però elevata l’attenzione verso le attività commerciali abituali e i marketplace extra UE.

    Tra le novità più importanti figurano:

    Le vendite online stanno diventando un’attività abituale?

    Verifica quando le operazioni sui marketplace richiedono Partita IVA, quale regime fiscale applicare e come organizzare gli adempimenti.

    Valuta l’apertura della Partita IVA

    • aumento della soglia di comunicazione a 3.000 euro annui;
    • eliminazione del limite delle 30 operazioni;
    • controlli più mirati sulle attività realmente commerciali;
    • rafforzamento della vigilanza sulle piattaforme non europee.

    È importante sottolineare che, al momento, si tratta ancora di una proposta normativa e non di una disciplina definitiva.


    Cos’è la DAC10

    La DAC10 rappresenta l’evoluzione della disciplina introdotta dalla DAC7, che ha imposto ai marketplace digitali l’obbligo di raccogliere e trasmettere alle autorità fiscali i dati dei venditori.

    La normativa riguarda le piattaforme utilizzate per:

    • vendita di beni;
    • prestazione di servizi;
    • locazioni immobiliari;
    • noleggio di mezzi di trasporto.

    Lo scopo è favorire lo scambio automatico di informazioni tra le Amministrazioni fiscali dei Paesi europei.


    La principale novità: soglia a 3.000 euro

    La modifica più rilevante riguarda le vendite di beni effettuate tramite marketplace.

    Secondo la proposta DAC10:

    • la soglia economica passerebbe da 2.000 euro a 3.000 euro annui;
    • verrebbe eliminato il requisito delle 30 operazioni annuali.

    Di conseguenza, il numero delle vendite non costituirebbe più un elemento determinante per la comunicazione dei dati.

    L’attenzione si sposterebbe principalmente sul volume economico delle operazioni.


    Addio al limite delle 30 operazioni

    L’attuale disciplina può coinvolgere anche chi vende oggetti usati di modesto valore semplicemente perché supera le 30 transazioni durante l’anno.

    È il caso, ad esempio, di chi vende tramite:

    • Vinted;
    • eBay;
    • Subito;
    • altri marketplace.

    Con la riforma proposta questo automatismo verrebbe eliminato.

    Sarà quindi il valore complessivo delle vendite ad assumere maggiore rilevanza rispetto al semplice numero delle operazioni effettuate.


    Meno adempimenti per chi vende occasionalmente

    L’obiettivo della riforma è evitare che vengano trasmesse automaticamente milioni di posizioni prive di reale interesse fiscale.

    Potrebbero quindi beneficiare della semplificazione coloro che vendono saltuariamente:

    • abbigliamento usato;
    • libri;
    • giocattoli;
    • mobili;
    • oggetti personali;
    • beni domestici.

    In questi casi la piattaforma potrebbe non essere più obbligata a comunicare i dati se non viene superata la nuova soglia prevista.


    Attenzione: i 3.000 euro non sono un’esenzione fiscale

    Questo è probabilmente l’aspetto più importante da chiarire.

    La soglia dei 3.000 euro riguarda esclusivamente gli obblighi di comunicazione delle piattaforme digitali.

    Non rappresenta invece:

    • una franchigia fiscale;
    • una soglia di esenzione dalle imposte;
    • un limite entro il quale non bisogna dichiarare nulla.

    L’eventuale mancata comunicazione da parte della piattaforma non elimina gli obblighi fiscali del contribuente.


    Quando una vendita diventa attività commerciale?

    Come già avviene oggi, la qualificazione fiscale dipende dal comportamento concreto del venditore.

    Tra gli elementi che possono far emergere un’attività d’impresa rientrano:

    • continuità delle vendite;
    • organizzazione dell’attività;
    • acquisto di beni destinati alla rivendita;
    • presenza di un magazzino;
    • promozione sistematica delle vendite;
    • finalità di lucro;
    • utilizzo professionale della piattaforma.

    La valutazione rimane quindi sostanziale e non dipende esclusivamente dall’importo incassato.


    Più controlli sui marketplace extra UE

    La semplificazione prevista dalla DAC10 non comporta un allentamento dei controlli.

    Al contrario, la proposta rafforza il monitoraggio nei confronti delle piattaforme stabilite fuori dall’Unione Europea che non partecipano correttamente allo scambio automatico di informazioni.

    L’obiettivo è evitare zone d’ombra che potrebbero ostacolare l’attività delle Amministrazioni fiscali.


    Cosa cambia per le imprese e i professionisti

    La proposta DAC10 non riguarda solo le vendite online.

    Il pacchetto europeo punta infatti anche a:

    • semplificare alcuni obblighi della DAC6;
    • ridurre comunicazioni duplicate;
    • alleggerire gli adempimenti per imprese e gruppi multinazionali;
    • razionalizzare lo scambio automatico delle informazioni fiscali.

    L’intento è quello di rendere il sistema più efficiente senza ridurre l’efficacia dei controlli.


    Cosa fare oggi se vendi online

    In attesa dell’approvazione definitiva della DAC10, è consigliabile continuare a gestire correttamente la propria posizione fiscale.

    È opportuno verificare:

    • se le vendite sono realmente occasionali;
    • il volume complessivo degli incassi;
    • la provenienza dei beni venduti;
    • l’eventuale presenza di un’attività organizzata;
    • gli obblighi dichiarativi previsti dalla normativa vigente.

    Le regole attualmente in vigore restano infatti pienamente applicabili fino all’eventuale entrata in vigore della nuova direttiva.


    BPlanning ti aiuta a gestire correttamente le vendite online

    Se vendi tramite marketplace come Vinted, eBay, Amazon, Etsy o altre piattaforme digitali, è importante capire quando l’attività può assumere rilevanza fiscale.

    Il team di BPlanning può supportarti nella:

    • verifica della tua posizione fiscale;
    • valutazione dell’occasionalità delle vendite;
    • apertura della Partita IVA quando necessaria;
    • scelta del regime fiscale più conveniente;
    • gestione degli adempimenti contabili e tributari.

    Una corretta pianificazione consente di evitare contestazioni e operare in piena conformità con la normativa.


    Conclusioni

    La proposta DAC10 rappresenta un passo verso una maggiore semplificazione per chi vende occasionalmente online.

    L’innalzamento della soglia a 3.000 euro e l’eliminazione del limite delle 30 operazioni ridurrebbero le comunicazioni automatiche dei marketplace, concentrando l’attenzione sulle attività economicamente più rilevanti.

    È fondamentale però ricordare che non si tratta di un’esenzione fiscale: la qualificazione dell’attività continuerà a dipendere dalla sua effettiva natura e dalle modalità con cui viene svolta.

    Per questo motivo è sempre consigliabile valutare la propria situazione con il supporto di professionisti qualificati, soprattutto quando le vendite online diventano continuative o assumono caratteristiche imprenditoriali.

    Per le contestazioni contrattuali con clienti o marketplace, scopri il servizio di assistenza legale, interventi e diffide di BPlanning.

    Vendi online con continuità?

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    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Vendite online e DAC10: cosa cambia per chi vende su marketplace come Vinted, eBay e altre piattaforme», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Un commercialista dedicato aiuta a organizzare documenti, dichiarazioni e versamenti e a presidiare gli adempimenti fiscali dell’impresa o dell’attività professionale. Scopri Contabilità e assistenza fiscale.

    Hai già un lavoro dipendente e vendi online con continuità? Approfondisci requisiti, contributi e un esempio dei costi nella guida DAC10 e dipendenti: aprire la Partita IVA per vendere online. Ti aiuta a distinguere la comunicazione del marketplace dalle verifiche necessarie per avviare l’attività.

    Domande frequenti

    La DAC10 descritta nell’articolo è già una regola da applicare alle vendite online?

    L’articolo presenta la DAC10 come una proposta di modifica degli obblighi di comunicazione delle piattaforme. Una proposta non sostituisce automaticamente le regole vigenti: occorre verificarne approvazione, recepimento e decorrenza. Nell’attesa, chi vende online deve continuare a rispettare gli obblighi fiscali già applicabili alla propria attività.

    Se il marketplace non comunica i miei dati, le vendite sono esenti da imposte?

    No. La comunicazione dei dati da parte della piattaforma e la tassazione del venditore sono questioni diverse. L’assenza di una segnalazione non costituisce un’esenzione fiscale. Per stabilire gli obblighi dichiarativi bisogna valutare quali beni vengono venduti, con quale frequenza e se esiste un’attività organizzata.

    Vendere vestiti usati su Vinted o eBay richiede sempre la Partita IVA?

    Non automaticamente. La dismissione occasionale di beni personali va distinta dall’acquisto di prodotti destinati alla rivendita e da un’attività svolta abitualmente. La valutazione dipende dai comportamenti concreti: organizzazione, continuità, promozione delle vendite e finalità dell’attività, non soltanto dal numero di annunci o dagli incassi.

    Come capisco se le vendite sul marketplace sono diventate un’attività commerciale?

    Sono segnali da esaminare l’acquisto regolare di beni per rivenderli, un magazzino dedicato, vendite continuative e una promozione sistematica. Nessun indicatore isolato risolve ogni caso. È utile ricostruire l’intera attività, anche quando si utilizzano più piattaforme, prima di scegliere l’inquadramento fiscale e gli adempimenti.

    Quali documenti conviene conservare quando vendo online?

    Conserva l’elenco delle vendite, i rendiconti delle piattaforme, le commissioni, le prove dei pagamenti e la documentazione disponibile sulla provenienza dei beni. Questi elementi aiutano a distinguere la vendita di oggetti personali da un’attività di rivendita e a ricostruire incassi e operazioni senza affidarsi soltanto al saldo del conto.

  • Regime Forfettario: come compilare correttamente il Modello AA9/12 per aprire la Partita IVA

    Apri la Partita IVA in regime forfettario? Scopri come compilare correttamente il Modello AA9/12, evitare errori e accedere al regime agevolato senza problemi.

    Modello AA9/12 e regime forfettario: la guida completa per chi apre una Partita IVA

    L’apertura della Partita IVA rappresenta il primo passo per avviare un’attività professionale o imprenditoriale.

    Per chi intende aderire al regime forfettario, uno degli adempimenti iniziali più importanti è la corretta compilazione del Modello AA9/12, utilizzato per comunicare all’Agenzia delle Entrate l’inizio dell’attività.

    Anche se il regime forfettario si applica automaticamente in presenza dei requisiti previsti dalla legge, compilare correttamente il modello è fondamentale per evitare errori, contestazioni e possibili sanzioni.


    Cos’è il Modello AA9/12

    Il Modello AA9/12 è il documento con cui le persone fisiche comunicano all’Agenzia delle Entrate:

    • l’apertura della Partita IVA;
    • l’inizio di un’attività professionale;
    • l’avvio di un’impresa individuale;
    • eventuali variazioni o cessazioni dell’attività.

    Attraverso questo modello vengono registrate tutte le informazioni fiscali necessarie all’inquadramento del contribuente.


    Il regime forfettario si sceglie?

    Una delle domande più frequenti riguarda la possibilità di “scegliere” il regime forfettario.

    In realtà il regime non costituisce una vera opzione fiscale.

    Se il contribuente possiede i requisiti previsti dalla normativa e non rientra nelle cause di esclusione, il regime forfettario si applica naturalmente.

    Nel Modello AA9/12 è comunque necessario comunicare all’Agenzia delle Entrate che l’attività sarà gestita in regime forfettario.


    Dove indicare il regime forfettario nel Modello AA9/12

    Nel Quadro B del Modello AA9/12 è presente un’apposita sezione dedicata ai regimi fiscali agevolati.

    Per il regime forfettario occorre indicare il:

    Codice 2

    Questa comunicazione ha finalità esclusivamente informative e consente all’Agenzia delle Entrate di aggiornare correttamente la posizione fiscale del contribuente.


    Differenza tra imprenditori e professionisti

    Le modalità di apertura della Partita IVA cambiano in base al tipo di attività.

    Imprenditore individuale

    L’imprenditore presenta la pratica tramite la Comunicazione Unica al Registro delle Imprese.

    Con un’unica procedura vengono gestiti:

    • iscrizione alla Camera di Commercio;
    • apertura della Partita IVA;
    • iscrizione INPS;
    • eventuali altri adempimenti amministrativi.

    Professionista

    Il professionista presenta direttamente il Modello AA9/12 all’Agenzia delle Entrate.

    La trasmissione può avvenire:

    • telematicamente;
    • presso un ufficio dell’Agenzia delle Entrate;
    • tramite intermediario abilitato.

    Cosa succede se non indico il regime forfettario

    Uno degli errori più comuni consiste nel dimenticare di indicare il codice relativo al regime forfettario.

    Dal punto di vista sostanziale questo errore non comporta la perdita del regime, purché il contribuente possieda tutti i requisiti previsti dalla legge.

    Tuttavia l’omissione rappresenta una violazione degli obblighi informativi.

    Di conseguenza l’Agenzia delle Entrate può applicare una sanzione amministrativa.

    Per questo motivo è sempre consigliabile compilare correttamente il modello fin dall’inizio.


    Attenzione agli acquisti intracomunitari

    Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda gli acquisti da fornitori esteri appartenenti all’Unione Europea.

    Se il contribuente prevede di effettuare acquisti intracomunitari, questa circostanza deve essere comunicata già in fase di apertura della Partita IVA.

    Una corretta compilazione consente di gestire correttamente gli obblighi IVA previsti dalla normativa e ridurre il rischio di errori futuri.


    Il limite dei ricavi nel primo anno

    Nel primo anno di attività il limite massimo di ricavi previsto per il regime forfettario non viene applicato in misura piena.

    Occorre infatti effettuare il cosiddetto:

    ragguaglio ad anno

    Il limite viene proporzionato ai giorni effettivi di esercizio dell’attività.

    Ad esempio, se la Partita IVA viene aperta durante l’anno, il limite massimo sarà inferiore rispetto a quello previsto per un’attività svolta per dodici mesi.


    Attenzione alle previsioni di fatturato

    L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che il regime forfettario non può essere utilizzato quando il contribuente sa già, al momento dell’apertura della Partita IVA, che supererà sicuramente il limite di ricavi previsto entro la fine dell’anno.

    In questi casi l’applicazione del regime potrebbe essere considerata indebita.

    Per questo motivo è importante effettuare una valutazione preventiva delle previsioni economiche dell’attività.


    Errori da evitare quando si apre una Partita IVA

    Durante la compilazione del Modello AA9/12 è consigliabile prestare particolare attenzione a:

    • scelta del codice ATECO corretto;
    • indicazione del regime fiscale;
    • dati anagrafici completi;
    • attività realmente esercitata;
    • eventuali operazioni intracomunitarie;
    • corretta previsione del volume d’affari;
    • verifica dei requisiti per il regime forfettario.

    Una corretta impostazione iniziale evita future problematiche fiscali.


    Conviene farsi assistere da un commercialista?

    L’apertura della Partita IVA è un momento strategico.

    Una scelta errata effettuata all’inizio può avere conseguenze fiscali, previdenziali e contributive anche negli anni successivi.

    Per questo motivo è consigliabile valutare fin da subito:

    • il regime fiscale più conveniente;
    • il codice ATECO corretto;
    • gli obblighi INPS;
    • gli adempimenti IVA;
    • la sostenibilità del regime forfettario nel medio periodo.

    Una consulenza preventiva permette di evitare errori spesso difficili da correggere successivamente.


    BPlanning ti aiuta ad aprire la Partita IVA nel modo corretto

    BPlanning assiste professionisti, freelance e imprenditori in tutte le fasi di apertura della Partita IVA.

    I nostri servizi comprendono:

    • apertura Partita IVA;
    • verifica dei requisiti per il regime forfettario;
    • scelta del codice ATECO;
    • compilazione del Modello AA9/12;
    • consulenza fiscale;
    • pianificazione previdenziale;
    • gestione contabile;
    • assistenza continuativa.

    Il nostro obiettivo è aiutarti a partire con la struttura fiscale più adatta alla tua attività.


    Conclusioni

    La compilazione del Modello AA9/12 rappresenta uno dei primi adempimenti fondamentali per chi apre una Partita IVA.

    Sebbene il regime forfettario si applichi automaticamente in presenza dei requisiti previsti dalla legge, una corretta comunicazione all’Agenzia delle Entrate consente di evitare errori formali, sanzioni e problematiche future.

    Una pianificazione preventiva, accompagnata dal supporto di professionisti qualificati, permette di avviare l’attività con maggiore sicurezza e di sfruttare correttamente tutti i vantaggi del regime agevolato.


    Vuoi aprire una Partita IVA in regime forfettario?

    Il team di BPlanning può assisterti nella scelta del regime fiscale più conveniente, nella compilazione del Modello AA9/12 e nell’apertura della tua Partita IVA, aiutandoti a iniziare la tua attività in modo semplice, corretto e conforme alla normativa vigente.

    Per approfondire l’apertura della partita IVA e la scelta del regime fiscale, scopri i servizi BPlanning di apertura e gestione della partita IVA.

    Servizi BPlanning collegati a questa guida

    Per approfondire il tema «Cos’è il Modello AA9/12», puoi valutare i servizi pertinenti alla tua situazione.

    Un commercialista dedicato aiuta a organizzare documenti, dichiarazioni e versamenti e a presidiare gli adempimenti fiscali dell’impresa o dell’attività professionale. Scopri Contabilità e assistenza fiscale.

    Domande frequenti

    Le risposte riprendono il caso e il periodo descritti nell’articolo.

    Che cos’è il modello AA9/12?

    Il Modello AA9/12 è il documento con cui le persone fisiche comunicano all’Agenzia delle Entrate:

    • l’apertura della Partita IVA;
    • l’inizio di un’attività professionale;
    • l’avvio di un’impresa individuale;
    • eventuali variazioni o cessazioni dell’attività.

    Attraverso questo modello vengono registrate tutte le informazioni fiscali necessarie all’inquadramento del contribuente.

    Il regime forfettario richiede sempre una scelta espressa?

    Una delle domande più frequenti riguarda la possibilità di “scegliere” il regime forfettario.

    In realtà il regime non costituisce una vera opzione fiscale.

    Se il contribuente possiede i requisiti previsti dalla normativa e non rientra nelle cause di esclusione, il regime forfettario si applica naturalmente.

    Nel Modello AA9/12 è comunque necessario comunicare all’Agenzia delle Entrate che l’attività sarà gestita in regime forfettario.

    Dove viene indicato il regime nel modello illustrato?

    Nel Quadro B del Modello AA9/12 è presente un’apposita sezione dedicata ai regimi fiscali agevolati.

    Per il regime forfettario occorre indicare il:

    Codice 2

    Questa comunicazione ha finalità esclusivamente informative e consente all’Agenzia delle Entrate di aggiornare correttamente la posizione fiscale del contribuente.

    Che cosa accade se l’indicazione del regime viene omessa?

    Uno degli errori più comuni consiste nel dimenticare di indicare il codice relativo al regime forfettario.

    Dal punto di vista sostanziale questo errore non comporta la perdita del regime, purché il contribuente possieda tutti i requisiti previsti dalla legge.

    Tuttavia l’omissione rappresenta una violazione degli obblighi informativi.

    Di conseguenza l’Agenzia delle Entrate può applicare una sanzione amministrativa.

    Per questo motivo è sempre consigliabile compilare correttamente il modello fin dall’inizio.

    Come si verifica il limite dei ricavi nel primo anno?

    Nel primo anno di attività il limite massimo di ricavi previsto per il regime forfettario non viene applicato in misura piena.

    Occorre infatti effettuare il cosiddetto:

    ragguaglio ad anno

    Il limite viene proporzionato ai giorni effettivi di esercizio dell’attività.

    Ad esempio, se la Partita IVA viene aperta durante l’anno, il limite massimo sarà inferiore rispetto a quello previsto per un’attività svolta per dodici mesi.

  • Holding di partecipazione: vantaggio fiscale reale o falso mito? Guida aggiornata 2026

    La holding conviene davvero? Scopri come funziona la tassazione delle holding di partecipazione, quando offre vantaggi fiscali e perché non rappresenta uno strumento per eliminare le imposte.

    Holding di partecipazione: vantaggio fiscale reale o falso mito? Guida aggiornata 2026

    Revisione editoriale: 12 ottobre 2026. Il trattamento dei dividendi illustrato riguarda una holding società di capitali residente soggetta a IRES, nel regime ordinario applicabile. Non coincide con la tassazione complessiva del gruppo e non si estende automaticamente a una holding costituita come società semplice.

    Negli ultimi anni le holding di partecipazione sono diventate uno degli strumenti più discussi in materia di pianificazione fiscale.

    Spesso vengono presentate come la soluzione ideale per pagare meno tasse, ma la realtà è molto diversa.

    Una holding non elimina la tassazione, né rappresenta una scorciatoia per ridurre automaticamente il carico fiscale.

    Il suo vero vantaggio consiste nel differire la tassazione definitiva, permettendo agli utili di rimanere all’interno dell’attività d’impresa e di essere reinvestiti in nuovi progetti, investimenti o acquisizioni.

    Comprendere come funziona una holding è fondamentale per evitare aspettative irrealistiche e costruire una struttura societaria realmente efficiente.


    Cos’è una holding di partecipazione

    Una holding è una società il cui principale scopo consiste nel detenere partecipazioni in altre società.

    Può controllare una o più imprese operative e gestire:

    • partecipazioni societarie;
    • investimenti finanziari;
    • patrimonio immobiliare;
    • governance del gruppo;
    • pianificazione degli investimenti.

    La holding può essere utilizzata sia da piccoli imprenditori sia da gruppi societari più complessi.


    Perché molte imprese scelgono una holding

    La costituzione di una holding non nasce esclusivamente per motivi fiscali.

    Può offrire numerosi vantaggi anche sotto il profilo:

    • organizzativo;
    • patrimoniale;
    • finanziario;
    • successorio;
    • gestionale.

    Dal punto di vista fiscale, tuttavia, il beneficio più rilevante riguarda il trattamento dei dividendi percepiti dalla holding.


    Come vengono tassati i dividendi percepiti dalla holding

    L’articolo 89, comma 2, del TUIR disciplina l’esclusione del 95% degli utili distribuiti dalle società ed enti indicati dalla norma. Nel caso ordinario qui descritto di dividendi ricevuti da una holding società di capitali residente soggetta a IRES, e fatti salvi regimi e fattispecie particolari, il calcolo è il seguente.

    In linea generale:

    • il 95% dei dividendi percepiti è escluso da tassazione;
    • solo il 5% concorre alla formazione del reddito imponibile IRES.

    Considerando l’aliquota IRES del 24%, il carico fiscale effettivo sui dividendi percepiti dalla holding è pari a circa:

    1,2% = 5% × 24%

    L’aliquota IRES ordinaria del 24% è prevista dall’articolo 77 del TUIR. L’1,2% è il risultato del calcolo sul dividendo ricevuto nell’ipotesi descritta, non l’aliquota su tutti i redditi della holding. Restano distinte le imposte già sostenute dalla società operativa, l’eventuale distribuzione al socio e gli altri oneri applicabili.

    Si tratta di un’imposizione estremamente contenuta.


    Il vero vantaggio della holding

    Molti pensano che questo significhi pagare solo l’1,2% di tasse.

    In realtà non è così.

    Il vantaggio fiscale esiste solo se gli utili restano all’interno della holding.

    Finché il denaro rimane nella società, può essere utilizzato per:

    • acquisire nuove aziende;
    • effettuare investimenti immobiliari;
    • investire in strumenti finanziari;
    • finanziare nuove attività;
    • sostenere la crescita del gruppo.

    In questa fase la tassazione rimane estremamente contenuta.


    Cosa succede quando gli utili arrivano al socio persona fisica

    La situazione cambia quando la holding distribuisce gli utili ai soci persone fisiche.

    In questo momento si applica la tassazione ordinaria prevista per i dividendi.

    Nel caso ordinario di utili corrisposti a una persona fisica residente che detiene la partecipazione fuori dall’attività d’impresa, l’articolo 27 del DPR 600/1973 prevede una ritenuta a titolo d’imposta del:

    26%

    Di conseguenza il vantaggio fiscale ottenuto nel primo passaggio viene sostanzialmente recuperato al momento della distribuzione finale.


    Esempio pratico senza holding

    I seguenti esempi considerano dividendi già distribuibili dopo le imposte della società operativa, una holding SRL residente in regime IRES ordinario e un socio persona fisica residente che detiene la partecipazione fuori dall’impresa. Non rappresentano il carico fiscale complessivo del gruppo.

    Immaginiamo una SRL che distribuisce:

    100.000 euro di dividendi

    direttamente al socio persona fisica.

    La tassazione sarà pari al:

    • 26% sui dividendi distribuiti.

    Il socio riceverà il dividendo al netto della relativa imposta.


    Esempio pratico con holding

    Supponiamo invece che:

    • la SRL distribuisca 100.000 euro alla holding;
    • la holding sia interamente partecipata da una persona fisica.

    Nel primo passaggio la holding pagherà un’imposta molto ridotta grazie all’esenzione del 95% dei dividendi.

    Successivamente, quando la holding distribuirà gli utili al socio persona fisica, si applicherà la tassazione ordinaria del 26%.

    Se l’intero utile viene immediatamente distribuito, il vantaggio fiscale iniziale viene sostanzialmente annullato.


    Il vantaggio nasce dal reinvestimento

    La vera forza della holding non consiste nella distribuzione dei dividendi.

    Consiste nella possibilità di trattenere gli utili all’interno della società.

    In questo modo le risorse possono essere reinvestite senza subire immediatamente la tassazione piena prevista per il socio persona fisica.

    È proprio questo differimento della tassazione a rappresentare il principale beneficio.


    Quando la holding conviene davvero

    Una holding può risultare particolarmente efficace quando l’imprenditore intende:

    • reinvestire gli utili;
    • acquistare nuove aziende;
    • creare un gruppo societario;
    • effettuare investimenti immobiliari;
    • finanziare nuove attività;
    • pianificare la crescita nel lungo periodo;
    • gestire il passaggio generazionale;
    • proteggere il patrimonio.

    In questi casi il differimento della tassazione può tradursi in una maggiore capacità di investimento.


    Ai costi iniziali vanno aggiunti contabilità, bilancio, dichiarazioni e adempimenti della struttura. Il servizio di contabilità e assistenza fiscale aiuta a presidiare la gestione ricorrente della holding e a disporre dei dati necessari per valutarne la sostenibilità.

    Quando invece può non convenire

    La holding potrebbe risultare poco conveniente se l’obiettivo è distribuire sistematicamente tutti gli utili ai soci persone fisiche.

    In tale situazione:

    • il beneficio fiscale viene meno;
    • si aggiungono costi amministrativi;
    • aumentano gli adempimenti societari;
    • la struttura diventa più complessa.

    Per questo motivo la holding non rappresenta una soluzione universale.


    La holding non serve per “non pagare le tasse”

    Uno degli errori più frequenti consiste nel ritenere che una holding consenta di eliminare la tassazione.

    Non è così.

    La holding:

    • non azzera le imposte;
    • non elimina la tassazione dei dividendi;
    • non rappresenta uno strumento elusivo.

    Piuttosto, consente di pianificare il momento in cui la tassazione definitiva si realizza, favorendo il reinvestimento degli utili nell’attività imprenditoriale.


    Pianificazione fiscale

    Per valutare la convenienza della holding occorre simulare utili trattenuti, distribuzioni al socio, investimenti e costi. Il Metodo BPlanning collega questi dati in un piano lecito e documentato, senza partire da un risparmio fiscale dato per certo.

    Scopri il servizio Pianificazione fiscale

    Ogni struttura deve essere progettata su misura

    La scelta di costituire una holding richiede una valutazione approfondita.

    Occorre analizzare diversi aspetti, tra cui:

    • struttura del gruppo;
    • obiettivi dell’imprenditore;
    • flussi di dividendi;
    • investimenti programmati;
    • patrimonio personale;
    • esigenze di protezione patrimoniale;
    • pianificazione fiscale;
    • costi di gestione.

    Una holding efficace nasce sempre da una progettazione personalizzata.


    BPlanning: consulenza per holding e pianificazione fiscale

    BPlanning affianca imprenditori, soci e gruppi societari nella progettazione di strutture societarie efficienti e sostenibili.

    I nostri professionisti offrono consulenza su:

    • costituzione di holding;
    • pianificazione fiscale;
    • protezione patrimoniale;
    • riorganizzazioni societarie;
    • passaggi generazionali;
    • acquisizioni societarie;
    • gestione dei dividendi;
    • sviluppo di gruppi d’impresa.

    L’obiettivo non è ridurre le imposte in modo artificioso, ma costruire una struttura coerente con le esigenze imprenditoriali e conforme alla normativa vigente.


    Conclusioni

    La holding di partecipazione non è un sistema per evitare le tasse, ma uno strumento di pianificazione fiscale e patrimoniale.

    Il suo principale vantaggio consiste nel consentire agli utili di rimanere nel circuito dell’impresa, favorendo nuovi investimenti e rinviando la tassazione definitiva fino all’eventuale distribuzione ai soci.

    Per questo motivo la convenienza di una holding non può essere valutata in modo generico, ma deve essere analizzata caso per caso, considerando gli obiettivi dell’imprenditore e la strategia di crescita dell’azienda.


    Vuoi capire se una holding è la soluzione giusta per la tua impresa?

    Il team di BPlanning può analizzare la tua situazione societaria e fiscale, valutare la convenienza della costituzione di una holding e progettare una struttura efficiente per la gestione degli utili, degli investimenti e della crescita del tuo patrimonio imprenditoriale.

    Per approfondire la struttura e la gestione di una holding di partecipazioni, scopri i servizi BPlanning di costituzione e gestione della holding.

    Team Integrato

    Per coordinare la scelta societaria, la fiscalità, la governance e gli investimenti, il Team Integrato BPlanning collega le competenze legali e fiscali in un unico percorso di assistenza.

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    Domande frequenti

    Una holding paga davvero solo l’1,2% di imposte?

    No. Nel caso ordinario descritto di dividendi ricevuti da una holding società di capitali residente soggetta a IRES, il 95% è escluso dal reddito imponibile e il restante 5% è soggetto all’IRES ordinaria del 24%: il calcolo dà l’1,2% del dividendo. Non comprende le imposte della società operativa, quelle dell’eventuale distribuzione al socio né gli altri oneri applicabili.

    Che cosa succede quando la holding distribuisce gli utili al socio persona fisica?

    La distribuzione al socio è un passaggio fiscale distinto dalla ricezione dei dividendi da parte della holding. Per una persona fisica residente che detiene la partecipazione fuori dall’attività d’impresa, il regime ordinario prevede una ritenuta a titolo d’imposta del 26%. Il differimento ottenuto trattenendo gli utili in società non equivale quindi a un’esenzione definitiva per il socio.

    Una holding SRL e una società semplice hanno lo stesso trattamento fiscale?

    No. Il trattamento illustrato per una holding società di capitali soggetta a IRES non si applica automaticamente a una società semplice. La forma societaria, l’attività effettiva e la posizione dei soci incidono sull’inquadramento fiscale e sugli adempimenti. La scelta deve essere valutata insieme alle finalità patrimoniali, alla governance e ai flussi che la struttura dovrà gestire.

    Perché reinvestire gli utili può rendere utile una holding?

    Trattenere gli utili nella holding permette di destinarli a investimenti, acquisizioni o sviluppo del gruppo senza distribuirli immediatamente alla persona fisica. Il beneficio riguarda la gestione dei flussi e il momento della tassazione del socio, non l’azzeramento delle imposte. La convenienza dipende dal programma di investimento, dagli altri redditi prodotti e dai costi effettivi della struttura.

    Quando una holding può non essere conveniente?

    Se gli utili vengono distribuiti subito e sistematicamente al socio persona fisica, il vantaggio del differimento può risultare limitato, mentre restano i costi di costituzione, gestione contabile e adempimenti societari. Occorre confrontare gli scenari con e senza holding, considerando anche governance, passaggio generazionale e necessità di investimento, senza basarsi soltanto sull’aliquota calcolata sui dividendi ricevuti.

  • TFM Amministratore: deduzione possibile dopo dimissioni e nuova nomina

    TFM amministratore deducibile: scopri quando gli accantonamenti al trattamento di fine mandato possono essere dedotti per competenza dopo dimissioni e nuova nomina.

    TFM Amministratore: deduzione possibile dopo dimissioni e nuova nomina

    Il trattamento di fine mandato, noto come TFM, rappresenta uno strumento molto utilizzato nelle società per riconoscere all’amministratore un’indennità alla cessazione dell’incarico.

    Dal punto di vista fiscale, però, la deducibilità degli accantonamenti richiede il rispetto di regole precise.

    La C.G.T. di primo grado di Verona, con la sentenza n. 421/1/25 del 7 novembre 2025, ha chiarito un principio importante:

    il TFM può essere dedotto per competenza anche quando l’amministratore si dimette e viene successivamente rinominato, purché il diritto all’indennità sia deliberato prima dell’accettazione del nuovo incarico.


    Cos’è il TFM

    Il TFM è l’indennità che la società può riconoscere all’amministratore al termine del mandato.

    Funziona in modo simile al TFR dei dipendenti, ma riguarda il rapporto di amministrazione.

    La società può accantonare annualmente una quota del trattamento, con effetti fiscali differenti a seconda del momento in cui il diritto viene attribuito.


    Quando il TFM è deducibile per competenza

    Gli accantonamenti al TFM sono deducibili annualmente per competenza solo se il diritto dell’amministratore risulta da:

    • atto scritto;
    • data certa;
    • atto anteriore all’inizio del rapporto;
    • indicazione dell’importo o dei criteri di calcolo.

    Questo significa che il TFM deve essere previsto prima che l’amministratore accetti l’incarico.


    Perché l’anteriorità è fondamentale

    Il requisito dell’anteriorità serve a evitare che la società attribuisca successivamente un’indennità a un amministratore già in carica, deducendo accantonamenti riferiti a un rapporto già iniziato.

    Se il TFM viene deliberato durante il mandato, manca il requisito temporale richiesto.

    In questo caso:

    • gli accantonamenti non sono deducibili annualmente;
    • il costo potrà essere dedotto solo al momento dell’effettivo pagamento.

    La differenza riguarda quindi il momento in cui la società può ottenere il beneficio fiscale.


    Il problema degli amministratori già in carica

    Molte società si trovano in questa situazione:

    • amministratore già nominato;
    • nessuna previsione iniziale del TFM;
    • volontà successiva di introdurre il trattamento di fine mandato.

    In questi casi una semplice delibera adottata durante il rapporto non basta per ottenere la deduzione per competenza.

    Occorre costruire correttamente una nuova sequenza giuridica.


    Dimissioni e nuova nomina: quando funziona

    Secondo la C.G.T. di Verona, è possibile interrompere il rapporto esistente mediante dimissioni e procedere successivamente a una nuova nomina dello stesso amministratore.

    La sequenza deve essere precisa:

    1. dimissioni formali dell’amministratore;
    2. cessazione del precedente incarico;
    3. assemblea con nuova nomina;
    4. delibera del diritto al TFM;
    5. accettazione successiva del nuovo incarico.

    Solo in questo modo il TFM risulta deliberato prima dell’inizio del nuovo rapporto.


    L’accettazione deve arrivare dopo la delibera

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    Il punto centrale è l’accettazione del nuovo incarico.

    Il nuovo rapporto di amministrazione si perfeziona con l’accettazione della carica.

    Per questo motivo, se il TFM viene deliberato prima dell’accettazione, il requisito dell’anteriorità può considerarsi rispettato.

    Se invece nomina, accettazione e attribuzione del TFM avvengono nello stesso momento, il rischio di contestazione aumenta.


    Esempio pratico

    Una SRL ha un amministratore in carica senza previsione di TFM.

    L’amministratore rassegna le dimissioni.

    Successivamente i soci convocano l’assemblea, deliberano la nuova nomina dello stesso soggetto e stabiliscono il diritto al trattamento di fine mandato.

    L’amministratore accetta il nuovo incarico solo dopo la chiusura dell’assemblea.

    In questo caso la delibera del TFM precede l’inizio del nuovo rapporto e gli accantonamenti possono essere dedotti per competenza, se sono rispettati anche gli altri requisiti.


    Quando l’operazione è rischiosa

    L’operazione può essere contestata quando appare meramente formale.

    Ad esempio quando:

    • dimissioni e rinomina sono contestuali;
    • l’accettazione avviene prima della delibera del TFM;
    • non è chiara la cessazione del precedente rapporto;
    • manca una reale discontinuità tra i mandati;
    • il verbale non documenta correttamente la sequenza degli atti.

    In questi casi l’Agenzia delle Entrate potrebbe negare la deduzione per competenza.


    Il nuovo mandato deve essere effettivo

    La nuova nomina dello stesso amministratore non è vietata.

    Tuttavia deve trattarsi di un nuovo incarico reale e documentato.

    La società deve poter dimostrare:

    • effettiva cessazione del precedente mandato;
    • nuova deliberazione assembleare;
    • attribuzione preventiva del TFM;
    • successiva accettazione della carica.

    La sostanza dell’operazione conta quanto la forma.


    Attenzione alla congruità del TFM

    Anche quando la sequenza temporale è corretta, l’Amministrazione finanziaria può verificare la congruità dell’indennità.

    Il TFM deve essere coerente con:

    • funzioni svolte dall’amministratore;
    • durata dell’incarico;
    • compensi ordinari;
    • dimensioni della società;
    • situazione economica aziendale;
    • fatturato.

    Un accantonamento sproporzionato può essere contestato.


    Quali documenti conservare

    Per ridurre il rischio fiscale è opportuno conservare:

    • lettera di dimissioni dell’amministratore;
    • verbale assembleare con data certa;
    • delibera di nuova nomina;
    • delibera di attribuzione del TFM;
    • accettazione successiva dell’incarico;
    • criteri di calcolo dell’indennità;
    • documentazione sulla congruità del trattamento.

    Una corretta documentazione è essenziale in caso di controllo.


    TFM deliberato durante il mandato: cosa succede

    Se il TFM viene attribuito quando l’amministratore è già in carica, senza una preventiva previsione antecedente al rapporto, gli accantonamenti non sono deducibili per competenza.

    La società potrà dedurre il costo solo al momento del pagamento effettivo dell’indennità.

    Questo può incidere in modo significativo sulla pianificazione fiscale dell’impresa.


    BPlanning: consulenza fiscale su TFM, amministratori e SRL

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    • trattamento di fine mandato;
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    • verbali assembleari;
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    • deducibilità dei costi;
    • gestione societaria;
    • operazioni con amministratori e soci.

    Il nostro team di commercialisti, avvocati e consulenti analizza ogni situazione per strutturare correttamente gli atti societari e ridurre il rischio di contestazioni fiscali.


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    Il TFM può essere uno strumento fiscalmente utile, ma deve essere impostato correttamente fin dall’inizio del rapporto.

    Quando l’amministratore è già in carica, le dimissioni seguite da nuova nomina possono consentire la deduzione per competenza, ma solo se la sequenza degli atti è rigorosa.

    Il diritto all’indennità deve essere deliberato prima dell’accettazione del nuovo incarico e l’importo deve risultare congruo rispetto alla realtà aziendale.

    Una pianificazione preventiva evita errori formali e consente di utilizzare correttamente il TFM nel rispetto della normativa fiscale.


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    Domande frequenti

    Le risposte riprendono i punti della guida e le circostanze del caso illustrato.

    Quale problema sul TFM affronta la guida?

    Il trattamento di fine mandato, noto come TFM, rappresenta uno strumento molto utilizzato nelle società per riconoscere all’amministratore un’indennità alla cessazione dell’incarico.

    Dal punto di vista fiscale, però, la deducibilità degli accantonamenti richiede il rispetto di regole precise.

    La C.G.T. di primo grado di Verona, con la sentenza n. 421/1/25 del 7 novembre 2025, ha chiarito un principio importante:

    il TFM può essere dedotto per competenza anche quando l’amministratore si dimette e viene successivamente rinominato, purché il diritto all’indennità sia deliberato prima dell’accettazione del nuovo incarico.

    Che cos’è il trattamento di fine mandato?

    Il TFM è l’indennità che la società può riconoscere all’amministratore al termine del mandato.

    Funziona in modo simile al TFR dei dipendenti, ma riguarda il rapporto di amministrazione.

    La società può accantonare annualmente una quota del trattamento, con effetti fiscali differenti a seconda del momento in cui il diritto viene attribuito.

    Quando il TFM può essere dedotto per competenza?

    Gli accantonamenti al TFM sono deducibili annualmente per competenza solo se il diritto dell’amministratore risulta da:

    • atto scritto;
    • data certa;
    • atto anteriore all’inizio del rapporto;
    • indicazione dell’importo o dei criteri di calcolo.

    Questo significa che il TFM deve essere previsto prima che l’amministratore accetti l’incarico.

    Perché conta l’anteriorità dell’atto che riconosce il TFM?

    Il requisito dell’anteriorità serve a evitare che la società attribuisca successivamente un’indennità a un amministratore già in carica, deducendo accantonamenti riferiti a un rapporto già iniziato.

    Se il TFM viene deliberato durante il mandato, manca il requisito temporale richiesto.

    In questo caso:

    • gli accantonamenti non sono deducibili annualmente;
    • il costo potrà essere dedotto solo al momento dell’effettivo pagamento.

    La differenza riguarda quindi il momento in cui la società può ottenere il beneficio fiscale.

    Quale problema si pone per un amministratore già in carica?

    Molte società si trovano in questa situazione:

    • amministratore già nominato;
    • nessuna previsione iniziale del TFM;
    • volontà successiva di introdurre il trattamento di fine mandato.

    In questi casi una semplice delibera adottata durante il rapporto non basta per ottenere la deduzione per competenza.

    Occorre costruire correttamente una nuova sequenza giuridica.